Una lettera a Giulio Einaudi

Francesco Matarrese, L'impresa dOCUMENTA (13) di Kassel nel 2012
Francesco Matarrese, L'impresa - dOCUMENTA (13), Kassel (2012).

Pubblichiamo dall’archivio personale di Mario Tronti, con il consenso dell’autore, una lettera all’editore Giulio Einaudi.

Roma, 16 gennaio1966

Al dott. Giulio Einaudi

Egregio dottore,

nell’attesa di una risposta di merito sul mio manoscritto, nuove idee sono naturalmente maturate. Non è escluso che possano proprio esse risolvere possibili difficoltà di pubblicazione. La proposta di oggi può essere questa: pubblicare in un volume dei “Saggi” il testo ora in discussione insieme ad altre cose mie, già apparse in altre sedi. Più precisamente suggerirei questi tesi: Fabbrica e società (che è del ’62); Il piano del capitale (che è del ’63); quattro articoli comparsi su Classe operaia e che messi insieme fanno un saggio teorico a livello degli altri (Lenin in Inghilterra, Vecchia tattica-nuova strategia, 1905 in Italia e Classe e partito, tutti del ’64); infine il testo di oggi (che è del ’65).

L’ordine cronologico è tanto importante quanto lo sviluppo logico di tutto il discorso. Si può pretendere anzi che sia una cosa sola. Ho pensato che presentare in blocco questa ricerca può forse fondarla più nel profondo e al tempo stesso può togliere ad essa quelle punte di scandalismo politico che ogni benpensante si affretta a riconoscere in tutto ciò che è isolato. Il tutto andrebbe presentato come ricerca in atto, colta però in un momento decisivo di passaggio. Quale sarà infatti il suo seguito naturale? Questo nostro dialogo con i nostri classici tocca a questo punto i confini estremi della terra ferma; e Marx e Lenin e le esperienze operaie del passato dovevano essere tutte percorse in modo nuovo e non se ne poteva fare a meno; ma adesso ci aspetta il mare aperto, al di là del quale, se non ci siamo sbagliati, devono esistere continenti nuovi. Io credo che solo quando saremo approdati sulle nuove sponde, si capirà appieno il senso di orientamento, la vera e propria bussola che è stata per noi questo viaggio che voleva vedere solo certe cose nelle antiche terre dei padri. Io so che qui c’è un problema, che torna spesso a riproporre le sue ragioni. Perché non dire tutto dopo? Perché non aspettare, per parlare, che la ricerca sia almeno in parte conclusa? E poi far discendere dall’alto di queste conclusioni una ben maggiore forza di convinzione?

La risposta che trovo è di nuovo fuori dell’ambito della “scienza”. Parlare subito, cominciare a dire, far intravvedere ciò che poi sarà, serve per trovare forze, per accumulare esperienze, per raccogliere primi frutti sul terreno non più solo delle idee, serve sul breve periodo per imporre la presenza delle cose nuove, che solo così possono poi giocare la loro parte sui tempi lunghi, che sono loro propri. L’alternativa a questo è il riconoscimento professionale sulla serietà degli studi. La scelta è fin troppo facile. Recenti esperienze mi consigliano piuttosto di scegliere con cura le sedi più opportune di questo “cominciare a dire”, per toglierlo da quelle condizioni di minorità. Entro cui vogliono confinarlo coloro che ne hanno prima di tutto paura. E questo è il motivo non ultimo dell’invio a Lei del manoscritto e dell’ulteriore proposta che qui Le faccio. Chiedo scusa per le ragioni politiche che adduco e per il linguaggio “biblico” con cui le esprimo. Cordiali saluti.

Mario Tronti
Via Ostiense, 56
Roma

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