Time is Out of Joint

La forma della crisi, il segno del comune

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Comunismo del sensibile - workshop di C17 La Conferenza di Roma sul comunismo - Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, 20 gennaio 2016.

Qual è oggi il nuovo regime di produzione di segni artistici, quale il suo contenuto estetico, e quale la nuova ecologia istituzionale del sistema della produzione artistica in questa nostra congiuntura storica? 

Qual è oggi il nuovo regime di produzione di segni artistici, quale il suo contenuto estetico, e quale la nuova ecologia istituzionale del sistema della produzione artistica in questa nostra congiuntura storica? E perché oggi dovremmo pensare a un nuovo e diverso sistema di produzione di segni estetici e a una nuova sintassi dei flussi artistici che circolano nella sfera pubblica, e analizzarne gli effetti specifici all’interno di questa sfera e nei circuiti dell’enunciazione sociale? Quali sono questi effetti e che relazione hanno con la nuova composizione (tecnica, politica, geografica, architettonica, urbana ed estetica) di classe dei soggetti produttivi? E che relazione ha oggi il segno artistico con la fenomenologia della crisi che produce distruzione sociale, povertà e precarietà diffuse, e che si dà come gestione del terrore sui soggetti sociali? Qual è oggi la forma della crisi? Che relazione intercorre tra l’intensità della crisi, la difficoltà di trovare nuove forme di azione politica e l’omologazione autoritaria delle istituzioni artistiche pubbliche e private? E tra l’omologazione dei circuiti di enunciazione artistica e la ridondanza di molte pratiche creative e/o artistiche come residuo mercantile di una sovrabbondanza codificata unicamente come merce di consumo? Quali importanti simbiosi normalizzatrici esistono tra il mercato artistico e l’uso di strutture artistiche pubbliche gestite dal sistema nazionale dei partiti, la cui corruzione è un fatto conclamato, ancora di più dopo la crisi del 2008 che ha investito tutta l’Europa?

Per rispondere a queste domande niente di meglio che partire dallo slogan scritto sulle scale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea – «Time is out of joint» – che in qualche modo presiede anche questa Conferenza di Roma sul comunismo, sul comunismo del sensibile e sul sensibile comune. «Time is out of joint» significa che nelle società capitalistiche le classi e le élite dominanti stanno promuovendo un programma complessivo di iniziative che mirano, con un progetto chiaro, a ristrutturare alla radice le diverse logiche di riproduzione sociale in un tentativo deliberato di ridefinizione dei comportamenti degli attori, delle istituzioni e delle pratiche di costruzione delle società, con l’intenzione esplicita di rilanciare il proprio progetto di sfruttamento nell’attuale ciclo politico, che a sua volta converge nell’attuale ciclo sistemico di accumulazione di capitale.

Questo processo si sviluppa, senza dubbio, su scala europea, senz’altro su scala occidentale, e quasi certamente anche a livello dei macro spazi regionali del sistema-mondo capitalista globale. La profondità e l’intensità di questo processo complessivo di ristrutturazione investe tutti gli ambiti della riproduzione sociale, e, ovviamente, anche quello dell’estetica e della produzione di segni, oggetti, pratiche e flussi artistici, che attraversano lo spazio sociale e contribuiscono alla costituzione dei soggetti e alla produzione della soggettività sociale. E questo perché la logica di ristrutturazione è strategica e quindi implica una economia differenziata delle diverse produzioni di relazioni di potere, il che significa, nelle società capitaliste moderne, un trattamento differenziale e innovativo di tutti quegli elementi semiotici che sono in condizioni di produrre linguaggio e immaginario in un ciclo politico dato. Allo stesso modo, «Time is out of joint», perché il presente storico è costituente per le classi, i soggetti, i gruppi dominati in quanto la densità e la ricchezza ontologica accumulata dalle diverse soggettività, dalle intelligenze e dalle percezioni dei soggetti sociali e produttivi, presenta una necessità oggettiva di traduzione e declinazione multifattoriale delle forme possibili di costituzione politica, sociale, culturale, estetica, economica, urbana e territoriale.

Partiamo da una mobilitazione intellettuale, affettiva ed estetica senza precedenti negli ultimi decenni, con l’obiettivo di aprire spazi di immaginazione sociale costruttivista e di organizzazione politica radicalmente nuova, la cui produttività può alimentarsi solo attraverso una serie di sperimentazioni intorno alla produzione di nuovi immaginari, nuovi sistemi di enunciazione e nuovi modi di concettualizzare il sociale e di reinventare i parametri etici della riproduzione economica, ecologica e culturale. «Time is out of joint», perché l’invenzione delle nuove politiche antisistemiche e il progetto del nuovo potere costituente sono l’orizzonte stesso dell’ontologia del presente.

In questo senso la domanda che dobbiamo porci è: come si fa oggi a produrre segni artistici in un contesto di enorme violenza delle relazioni di potere, segni che possano avere una presa sulle pratiche sociali e sulle logiche riproduttive che bloccano autoritariamente lo spazio sociale, così che possano inserirsi come flussi estetici dentro processi di costituzione di nuovi universi politici, una presa sulle forme dell’antagonismo e dei linguaggi della sovversione dell’ordine delle cose presenti?

Le ipotesi che bisognerebbe verificare per fare luce su queste questioni sono le seguenti:

Non c’è possibilità di produrre segni artistici o estetici in questo momento storico se questi non incidono nella costruzione di una nuova ontologia politica del presente 

1. Non c’è possibilità di produrre segni artistici o estetici in questo momento storico se questi non incidono nella costruzione di una nuova ontologia politica del presente, che si confronti con l’insieme dei processi di ristrutturazione e con il progetto di dominio sistemico lanciato dalle élite e dalle classi dominanti fin dalla fine degli anni Settanta. La chiarificazioni delle relazioni tra le forme di rappresentazione artistica, i suoi contenuti estetici, i suoi flussi, le sue strategie comunicative e la relazione con questa ontologia del presente sono parte del lavoro di produzione artistica in questo momento storico. E allo stesso modo ne sono parte la chiarificazione dei contenuti, della formalizzazione e delle metodologie di produzione dei segni, dei prodotti e dei flussi artistici che operano come tali nella sfera pubblica contemporanea.

2. Questa nuova creatività artistica deve includere nelle condizioni di produzione di questo insieme di processi, flussi e oggetti estetici e artistici, la propria relazione differenziale, autonoma e singolare, all’interno di un possibile progetto politico di segno antisistemico che si opponga al processo di ristrutturazione delle società contemporanee da parte delle élites del capitalismo globale. Se un flusso artistico è tale e come tale vuole operare nel tessuto del contemporaneo, allora deve funzionare come un elemento di trasformazione del contenuto estetico-affettivo e intellettuale e dei ritmi e delle forme di costruzione semiotica di questa ontologia e deve funzionare come vettore di espansione di un nuovo universo di senso. La sperimentazione di questo funzionamento è oggi un contenuto estetico irrinunciabile per qualsiasi pratica artistica del presente e del domani.

3. Questa produzione di segni, oggetti e flussi artistici, capaci di incidere nell’ontologia politica del presente, non presuppone solo un nuovo modo di procedere o un protocollo originale puramente discorsivo o grammaticale per la sua produzione ed elaborazione, e non è nemmeno il risultato pedagogico di una nuova metodologia della creazione di forme e rappresentazioni, ma esige, come condizione stessa della sua consistenza, che la sua produzione pensi e produca simultaneamente la creazione delle condizioni, dei dispositivi e delle pratiche istituzionali, sociali e materiali, che permettano la formazione di una economia produttiva semiotica disegnata sulle necessità dei suoi produttori come delle dinamiche di circolazione, ricezione e ricombinazione nello spazio pubblico, del nuovo tipo di segni prodotti.

4. I segni e i flussi artistici e i contenuti estetici che stiamo analizzando non si producono e non circolano nello spazio liscio di una situazione discorsiva ideale caratteristica della democrazia liberale, e neppure nei circuiti chiusi di un idioletto specialistico o ristretto, ma in uno spazio n-dimensionale di spazi e relazioni di potere, che sovradeterminano la struttura sociale e nel quale si impongono forme neo-autoritarie e reazionarie molto aggressive, che tendono a far scomparire le forme della mediazione sociale. Questo indebolimento implica una riduzione ulteriore degli spazi di costruzione sociale e di produzione di forme critiche o antiegemoniche di produzione discorsiva, istituzionale e culturale. Le nuove statualità imposte dal capitale globale nel quadro del progetto dell’Unione Europea, implica contemporaneamente lo svuotamento di ciò che è pubblico e la distruzione di ciò che è comune come criteri orientativi della governance neoliberale. Questo complesso di processi materiali incide in maniera fondamentale su processi di produzioni di segni artistici e influenza l’economia politica della sua produzione e circolazione.

5. La nuova ontologia politica integra questo nuovo flusso artistico tra i suoi modelli di produzione di egemonia e, in realtà, nel processo stesso della sua espansione costituente. Se non lo fa, questo vuol dire che non sta incidendo sulle logiche di produzione della verità e di costituzione politica antropologicamente percorribili, effettivamente possibili e politicamente efficaci, che emergono in questo momento storico e che rispondono alla forza, alla stratificazione e condensazione di tutta una serie di cicli di lotte. L’ontologia politica del presente comprende in questo momento storico la possibilità di lavorare con flussi altri per produrre immaginari che creano il sostrato effettivo, estetico, intellettuale, etico e relazionale che permette di percepire in forma differenziale e accumulativa, quella riproduzione delle contraddizioni che impone il capitalismo come forma di costituzione sociale.

6. Allo stesso modo dobbiamo chiederci cosa vuol dire oggi produrre un segno e un flusso politico in grado di integrarsi in una pratica discorsiva e materiale adatta alla costruzione delle nuove organizzazioni e macchine politiche e ai nuovi ecosistemi organizzativi disposti a incrociare le diverse lotte che si stanno dispiegando negli ultimi anni in tutti gli ambiti delle nostre società occidentali. Un segno politico deve essere utilizzabile in maniera versatile da parte di una molteplicità di soggetti singolari, i quali a partire dalle loro differenze e ricchezze specifiche, devono essere in grado di organizzare processi politici efficaci, forme organizzative stabili ma fluide, tonalità affettive eticamente orientate all’azione collettiva e universi immaginari capaci di catturale l’attenzione e semiotizzare la ricchezza di una innumerevole gamma di soggetti sociali, dotati di capacità molto differenti, ma ugualmente efficaci, di comprensione e rappresentazione del sociale e delle sue forme di costituzione. Condizione sine qua non della sua composizione è che incorporino un sensibile del comune e una logica di lotta nel loro nucleo estetico più intimo, per essere nelle condizioni di misurarsi e potenzialmente distruggere il progetto neoliberale autoritario delle élite e classi dominanti di oggi.

La logica di questo nuovo blocco storico e della sua grammatica di enunciazione è post-sovranista, post-nazionale, post-popolare, post-identitaria, post-umanista, post-coloniale, post-sviluppista, il che significa che è l’espressione di un potere costituente del comune, iper-democratico, iper-egualitario, di classe, transgender, trans-religioso ed ecologicamente sostenibile 

7. Questo flusso politico, questa strategia di produzione di una nuova egemonia politica scommette sulla sperimentazione intorno alla costruzione di un blocco storico capace di mettere in piedi un progetto originale di società contro il progetto autoritario di cui si diceva; fa suo questo nuovo tipo di flusso artistico, perché per scatenare processi multipli di sperimentazione nell’attuale condizione di precarietà, povertà e distruzione dei diritti, il soggetto politico deve sperimentare nuovi immaginari che gli permettano di riconoscersi come elemento antagonista e sovversivo in un orizzonte di costituzione ontologica possibile. La costruzione di un nuovo blocco storico esige per definizione la semiotizzazione e la rappresentazione artistico-affettiva e sensibile di innumerevoli condizioni sociali, esistenziali e antropologiche, che devono avere una forma per essere convertite in flussi di conoscenza ed esperienza e per essere dotate di tutta la loro espressività e forza politica costituente. La logica di questo nuovo blocco storico e della sua grammatica di enunciazione e organizzazione politica è, per definizione, post-sovranista, post-nazionale, post-popolare, post-identitaria, post-umanista, post-coloniale, post-sviluppista, il che significa, detto positivamente, che è l’espressione di un potere costituente del comune, iper-democratico, iper-egualitario, di classe, transgender, trans-religioso ed ecologicamente sostenibile, orientato simultaneamente alla distribuzione e al riconoscimento dell’insieme del reddito e della ricchezza sociale; nella sua costituzione e auto-espansione mette in pratica politiche come un esercizio di rappresentazione della potenza dei soggetti produttivi sfruttati.

8. La difficoltà di produrre nuove pratiche artistiche e politiche in grado di contrapporsi a una condizione oggettiva di enorme «bestialità», come quella che interessa l’attuale gestione della crisi (guerra, povertà e precarietà), deriva dall’efficienza dei dispositivi di potere neoliberali che operano nei meccanismi elementari minimi di produzioni di linguaggio, senso, intelligibilità e soggettività nelle nostre società attraverso la nuova istituzionalità e le nuove strategie di potere di classe. Tutto questo, tuttavia, non è un problema di ordine soggettivo, psicologico o esistenziale, ma è il frutto di un processo continuo di espropriazione e inserimento violento delle strutture pubbliche e comuni in dispositivi che rendono possibile oggi la produzione di discorsi, pratiche artistiche o sperimentazioni estetica a beneficio di macchine e logiche semiotiche di produzione di linguaggio, che confermano il dominio e l’estetica della violenza in modo monotono, seriale e ripetitivo. Di conseguenza il segno artistico deve prodursi e organizzarsi per essere efficace nei processi di produzione di linguaggio, senso e intelligibilità sociale consustanziale ai processi di produzione di soggettività sovversiva che si cristallizzano nel flusso discorsivo della rappresentazione antisistemica della realtà.

9. La produzione di segni artistici opera oggi tra la nuda violenza del potere del capitale e lo Stato e le sue strategie di spoliazione, da un lato, e la ricchezza costituente e potenzialmente espansiva del soggetto sociale, dall’altro, che incontra difficoltà maggiori quando si tratta di produrre linguaggi e pratiche organizzative dotate di una forza politica immediata attraverso processi specifici di enunciazione sociale e la produzione di universi di senso antisistemici. Per questo motivo la materialità e la ricchezza di risorse e le istituzioni pubbliche, così come la ricchezza privata, devono essere oggetto di una riappropriazione continua e di una lotta permanente, che coinvolga tanto il suo funzionamento quanto la sua cogestione o autogestione in accordo con una logica di ciò che è pubblico e che finanzia e sostiene quelle infrastrutture, e una logica del comune che riempie le stesse di segni, pratiche e simboli, e allo stesso tempo riordina l’istituzionalità della produzione in chiave radicalmente democratica e partecipativa. La condizione dell’artista è compiuta per chi si trova nelle condizioni di creare allo stesso tempo segni dotati di valore estetico (ovvero capaci di dire la violenza strutturale), e di inventare le condizioni della produzione e sostenibilità del linguaggio estetico e le pratiche artistiche del comune, che siano dotate di una chiara vocazione a inventare una nuova radicalità democratica.

10. Per produrre questo nuovi comportamenti a fronte della violenza dei dispositivi statali ed economici attuali, è necessario inserire questo nuovo regime di segni artistici nella produzione politica dei nuovi soggetti produttivi, della nuova composizione di classe caratterizzata dal lavoro cognitivo e dall’intellettualità di massa, che hanno come obiettivo proprio quello di combattere la povertà, la precarietà e la miseria, che definiscono la condizione della riproduzione sociale e del lavoro nel nostro presente. Il segno artistico del general intellect ruota intorno alla produzione di immaginario politico per l’insieme dell’attuale composizione del lavoro vivo in ogni sua manifestazione fenomenologica e in tutte le sue forme di sfruttamento socioeconomico. Non esiste, insomma, una estensione monotona del lavoro cognitivo come forma di colonizzazione concettuale della totalità delle forme di sfruttamento, ma, piuttosto, la vettorializzazione della ricchezza espressiva dei soggetti sociali produttivi nella rappresentazione artistica, estetica, politica e culturale delle sue differenze, e questo in funzione di un progetto antisistemico di potere costituente molteplice e unificato. La capacità di inventare e inserire questa rappresentazione estetica della società e della violenza della crisi è semplicemente fondamentale per decidere come si possa costruire l’ecologia intellettuale del general intellect, il che non consiste in una apologia del lavoro immateriale, ma in una rete di dispositivi cognitivi ed estetici per comprendere e organizzare le strategie di costruzione di un nuovo blocco storico che è, per definizione, post-nazionale e post-umanista.

11. Il nuovo regime di produzione di segni artistici richiede anche una nuova relazione del flusso artistico con le infrastrutture sociali di produzione di immagini, memoria e archivio, perché la ricchezza dei soggetti sociali è inversamente proporzionale alla distruzione delle condizioni collettive e pubbliche della sua esistenza e alla privatizzazione della ricchezza e delle istituzioni pubbliche. Le istituzioni pubbliche, che ancora adesso offrono spazi di articolazione collettiva, di interazione tra movimenti, antagonismo diffuso, forme di resistenza e possibile interazione trasversale, si trovano sottomesse a una governance ogni volta più autoritaria e corrono il serio pericolo di essere smantellate, rottamate e/o inutilizzate attraverso una gestione conservatrice concepita in chiave di spettacolarizzazione della cultura. La tendenza è quella di privatizzare il suo carattere democratico; distruggere il suo contenuto emancipativo e banalizzare la sua capacità di sperimentazione socioculturale e artistica; e tacitare qualsiasi cenno di radicalità politica. Di conseguenza, i tentativi di riappropriazione devono essere altrettanto immaginifici, aggressivi, potenti e di massa, perché la produzione artistica deve contribuire senza alcun dubbio alla progettualità dell’espropriazione del pubblico in una rottura dell’egemonia neoliberale dominante per ricreare il comune. Il segno artistico richiede oggi una relazione complessa con ciò che è pubblico e con ciò che è privato, intendendo ciò come una sperimentazione intorno a un insieme di punti di fuga per ideare il comune a partire da queste relazioni, e con il comune come criterio di organizzazione di nuove politiche pubbliche costituenti di radicalità democratica e dei possibili protocolli di ridimensionamento della proprietà privata e pubblica dei mezzi di riproduzione e delle strutture e infrastrutture collettive che producono legame sociale e socialità produttiva. E, di conseguenza, per produrre questa nuova soggettività politica, abbiamo bisogno di scommettere su una nuova istituzionalità del pubblico per organizzare la produzione e la produttività del nuovo general intellect artistico, che ha bisogno di nuovi modelli di circolazione del reddito e di strategie nuove di appropriazione del pubblico e del privato. Se l’istituzione pubblica e la proprietà privata devono essere espropriate o radicalmente modificati i suoi modelli di gestione amministrativa e burocratica, la nostra critica estetica deve essere radicale nella produzione di capitale simbolico e immaginario, perché renda possibile concepire queste nuove logiche.

Non si tratta di appiattire la produzione artistica sulla pratica politica, ma di integrare il flusso artistico ed estetico in un progetto di ri-appropriazione dell’istituzione
 

12. «Time is out of joint», inoltre, perché la necessità di un progetto contro-egemonico è sempre più forte e perché la sua percezione a livello di massa può essere accelerata attraverso interventi incisivi nella infrastruttura di produzione di segni, flussi e oggetti artistici. Non si tratta di appiattire la produzione artistica sulla pratica politica, ma di integrare il flusso artistico ed estetico in un progetto di ri-appropriazione dell’istituzione pubblica per provare a capire come si può produrre questo nuovo immaginario in grado di stabilire un dialogo fruttuoso per costruire quelle nuove macchine e forme di organizzazione politica e questo a proposito delle istituzioni pubbliche che organizzano la gestione della violenza della crisi. E non parlo solo della rete delle istituzioni pubbliche come sono i musei e altre istituzioni artistiche pubbliche, ma mi riferisco anche a dispositivi come le biennali e triennali e altri grandi eventi artistici, di tutta quella sfera pubblica autoritaria nel campo della produzione estetica che è finanziata con soldi pubblici e sostenuta dal comune, e che pure occorre mettere in gioco e sottoposta a una critica molto radicale dal punto di vista della nostra composizione di classe, di modo che si riesca a incidere in modo sovversivo e sufficientemente efficace su questi dispositivi di produzione di egemonia culturale e di svuotamento della democrazia.

L’invito è, allora, a pensare a come possiamo produrre questo nuovo blocco storico post-sovranista, post-nazionale, post-popolare e post-umanista, dell’attuale composizione di classe a partire dal lavoro e dalla forza dei nuovi immaginari politici, dei nuovi ordini simbolici e dei nuovi flussi affettivi ed estetici nella creazione di nuove macchine politiche di costituzione antisistemica del comune. Per ottenere questo, per produrre questi nuovi immaginari, risulta assolutamente fondamentale questa rivoluzione del sensibile comune (-ista).

Traduzione di Nicolas Martino

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