Teatro Valle

La prossima volta sarà così

Claire Fontaine, Untitled (The Isle of Tears) 2012 (2000x607)
Claire Fontaine, Untitled (The Isle of Tears), 2012.

Roma. Teatro Valle Occupato. Oggi è come se l’esperienza di tre anni fosse stata rimossa, maledetta. Si spiega forse con il fatto che il Valle ha avuto una conclusione difficile da spiegare anche a noi stessi. L’uscita dal teatro ha avuto come effetto la scomparsa del linguaggio. E infatti iniziamo a parlarne solo adesso. A due anni dalla sua fine.

Quando perdi una lotta, serve a poco cercare di capire dove hai fatto errori. Si impara qualcosa di nuovo. Fare politica non è una partita a scacchi, un bilancio postumo, un’organizzazione presa una volta per tutte. La materia di cui è fatta è la vita delle persone 

Quando perdi una lotta, serve a poco cercare di capire dove hai fatto errori. Si impara qualcosa di nuovo. Fare politica non è una partita a scacchi, un bilancio postumo, un’organizzazione presa una volta per tutte. La materia di cui è fatta è la vita delle persone. Fare politica non è mantenere le posizioni, è cercare una propulsione, rigenerare la vita oltre le strutture acquisite, oltre la ripetizione. Non bisogna riorganizzare le cose in uno stato di fatto, ma dare una consistenza al divenire, farlo durare e non essere spazzati via. Ci vorrà un tempo lungo per elaborare, ma non esiste un grado zero. La questione viva che ci interroga sono le pratiche sperimentate al Valle e intorno al Valle. Il lavoro politico è chiederci se parlano ancora oggi, e come farle diventare un patrimonio delle lotte a cui attingere. Esistono saperi che si sono addensati altrove, fuori da noi e attorno a noi. Ricompariranno quando serviranno.

Fare comune

In Italia sono nati nuovi meccanismi di sussunzione velocissimi: la sussidiarietà e l’ideologia del decoro parlano e agiscono dentro lo stesso terreno su cui si muoveva il Valle e i movimenti dei beni comuni. Roma, come Milano, è il palcoscenico di una trasformazione che ha contaminato e stravolto il senso delle parole, creato filiere di consenso, occupato il senso comune del discorso del buon democratico. La prima azione è stata quella di eliminare la relazione tra le pratiche e il contesto in cui sono nate. Poi hanno ridotto la pluralità delle forme di vita a un’unica dimensione. Il lavoro politico, invece, è composto di azioni complementari su livelli diversi che non coincidono l’una con l’altra.

Il Teatro Valle è stata l’espressione di un pluralismo irriducibile. Era l’analogo dell’esperienza spagnola del movimento M15. In Spagna c’erano milioni di persone in piazza, in Italia no 

Il Teatro Valle è stata l’espressione di un pluralismo irriducibile generato da queste azioni. Era l’analogo, su scala molto diversa, dell’esperienza spagnola del movimento M15. In Spagna c’erano milioni di persone in piazza, in Italia no. Questa valutazione dev’essere tuttavia contestualizzata. La memoria infatti gioca brutti scherzi e tende a farsi condizionare dallo sconforto del momento. In Italia quel movimento che è emerso in Spagna, e che nel marzo 2016 è apparso in Francia nella lotta contro la riforma del lavoro dei socialisti, è partito prima di tutti. Tra il 2008 e il 2011 le piazze c’erano in Italia: erano l’opposizione di massa alle riforme della scuola e dell’università.

È stato un movimento molto esteso e stratificato, in Italia e in Europa, che si è espresso in maniera folgorante anche nel voto del referendum per l’acqua pubblica del 13 giugno 2011. Il Valle fu occupato il giorno dopo e ne è stata una delle manifestazioni politiche. Il teatro usava le stesse parole: ha creato una nuova istituzione politica. Non si è limitato al momento esplosivo, ha iniziato a fare un difficile lavoro di profondità.

Ci siamo avventurati in un territorio sconosciuto: l’invenzione di nuove forme del fare comune. Ha introdotto il tema della decisionalità e di dispositivi decisionali cittadini; ha proposto un sistema della partecipazione non come tecnologia partecipativa, ma come elemento sostanziale; ha interpretato i beni comuni non in termini astrattamente giuridici, ma come l’espressione delle pratiche del fare comune oltre le appartenenze e le identità, i partiti e gli status socio-professionali; ha permesso ad artisti e lavoratori dello spettacolo di riunirsi e confrontarsi sulle condizioni materiali del loro lavoro e sulle possibilità creative dell’autonomia.

Il Teatro Valle rappresenta il rovescio della frammentazione della politica postmoderna: quella che distingue le campagne in base alle identità minori ed escluse. Ha rappresentato un’agorà dove si è creata, e ricreata, nel suo piccolo, nei suoi limiti, una formazione generale della vita in comune. Per questo è diventato un potente attrattore che ha creato linguaggio e immaginazione politica. E ha fatto sì che parlasse nel mondo, oltre il nostro mondo.

Il conflitto è stato svuotato, disinnescato. Oggi non si tratta di decidere sulla città, ma di tenere puliti i muri. Quando, un anno dopo, il Valle è arrivato al conflitto, l’acqua era stata prosciugata. L’assenza della politica fuori si è riflessa all’interno 

Brand

In Italia chi ha capitalizzato tutto questo a livello politico è stato il Movimento 5 Stelle. Dal 2013 è scattato un meccanismo di grande portata che ha svuotato tutto: i beni comuni sono stati riassorbiti come versione aggiornata di ammodernamento amministrativo, depotenziati nel discorso sulla sussidiarietà e sul decoro urbano. Sono gli stessi temi, ma rovesciati di segno. Gli atti di cittadinanza sono stati sostituiti da un certo uso del volontariato e dalla presa in cura del patrimonio e della città da parte della burocrazia sostenuta da cittadini apparentemente neutrali. Il conflitto è stato svuotato, disinnescato. Oggi non si tratta di decidere sulla città, ma di tenere puliti i muri. Quando, un anno dopo, il Valle è arrivato al conflitto, l’acqua era stata prosciugata. L’assenza della politica fuori si è riflessa all’interno. Oltre alla sussidiarietà e al decoro, si è da allora affermata una politica culturale che ridefinisce strumentalmente la relazione tra arte e attivismo come simulazione del conflitto politico e culturale.

È il tema di ogni biennale, ormai, basti vedere l’ultima di Venezia dedicata a Marx. Su questo dispositivo è stato fatto un lungo lavoro, nella creazione della rete dei teatri e atelier occupati, su come riconoscerlo e disattivarlo. Già allora era il trend del momento, anche a livello internazionale. Adesso siamo al paradosso: in Grecia, tra Biennali varie, festival e istituzioni europee che hanno spostato ad Atene le proprie sedi o gallerie, assistiamo a un clamoroso caso di colonialismo artistico e culturale. Un territorio «conflittuale» è un contesto più accattivante e valorizzante in termini di mercato dell’arte. Pura gentrification su scala globale.

È come se il gesto politico e quello artistico sfumassero l’uno nell’altro fino a non significare più nulla. Esistono spazi di discorso, istituzionalizzati e finanziati, dedicati agli artisti e agli attivisti. Questa politica è ambivalente: gli artisti sono invitati a produrre contenuti politici, ma all’interno di piattaforme preconfigurate 

In questa cornice, è come se il gesto politico e quello artistico sfumassero l’uno nell’altro fino a non significare più nulla, disattivandosi vicendevolmente. Esistono spazi di discorso, istituzionalizzati e finanziati, dedicati agli artisti e agli attivisti. Questa politica è ambivalente: gli artisti sono invitati a produrre contenuti politici, ma all’interno di piattaforme preconfigurate. Gli artisti non riescono mai a mettere in discussione la piattaforma stessa, il senso politico che genera e gli obiettivi della cornice in cui sono inseriti. È la condizione per la proliferazione di questi progetti. Si stanziano fondi, si creano economie per modelli partecipativi ispirati al community project in cui l’artista lavora con il territorio e imita l’attivismo.

Gli artisti prestano sempre più spesso il proprio lavoro per curare il design creativo di gesti parcellizzati che non diventano mai azione ma sono forme di vita temporanee brandizzate. Si muovono «come se» fossero degli attivisti, ma il risultato è il consolidamento dell’esistente. Forse, in Italia, hanno mancato di agire fino in fondo questa possibilità trasformativa, ricacciandosi in una posizione subalterna alle istituzioni. Gli effetti di questa sottrazione si vedono in tutto l’ambito culturale, e sono disastrosi. Il Valle, e le esperienze sorelle, hanno aperto linee di fuga dalle piattaforme e costituito una potente presa di parola, in prima persona.

Rêverie

Al Valle è stato fatto un lungo lavoro per sostituire la nozione di pubblico, fatto di fruitori passivi, con l’idea di una comunità attiva. Questi tentativi sono comuni a una critica della divisione del lavoro, non solo in quello artistico. Oggi esiste un dispositivo politico alimentato da questa critica. Sembra che stia parlando lo stesso linguaggio, mentre è il linguaggio che parla al posto tuo. È il linguaggio del mercato, è il mercato che parla attraverso il cooperativismo e la partecipazione. Il mercato che parla come sharing economy, con la creazione di comunità di consumatori. Stiamo sperimentando una situazione descritta perfettamente da Michel Foucault: il potere non è solo repressivo, ma è creativo. Assorbe ciò che lo critica e lo mette a produrre qualcosa di funzionale.

L’elemento artistico o politico non è conseguenza di qualcosa, ma genera incontri, relazioni, istituzioni. Non si impone una regola, ma si esprime la necessità di reinventare costantemente le forme in cui siamo immersi. È un percorso pieno di contraddizioni perché il conflitto non è solo quello che si trova nella città, ma anche quello che riproduci all’interno. L’obiettivo è creare forme reali di autonomia, rompere la legalità laddove impedisce di sperimentare forme di autorganizzazione. Si ragiona sulla dimensione materiale della vita e della sua economia. Si cerca la discontinuità radicale nella vita e la potenza del fare collettivo. Oggi invece, a sussunzione avvenuta, questa potenza è negata dagli stessi strumenti scelti per farla esprimere. La strada inaugurata dal Valle è stata un fallimento perché non c’è stata alcuna volontà politica di dare una risposta. Fisicamente e simbolicamente oggi la situazione è molto chiara: ancora una volta questo teatro rappresenta la storia della sua città. È stato esemplare quando è stato occupato. E lo è oggi perché è chiuso. Un teatro chiuso in una città chiusa.

Teatro della vita

È importante riflettere su questa nuova centralità creata, in maniera imprevedibile, dal Valle nel centro di una città svuotata degli abitanti e piena solo di uffici e di parlamentari. Per tre anni si è creato un luogo vivo ed esemplare delle spinte alla trasformazione, sotto gli occhi di tutti, e non nelle zone d’ombra della città. Topograficamente e politicamente è stato un atto molto importante perché ha ribaltato la percezione. Non esiste un centro distinto dalla periferia. L’occupazione ha reso possibile cambiare e sovrapporre i confini.

L’accesso al centro della città, come alla politica, non ha fatto più differenze tra giovani e anziani, occupati e disoccupati, artisti e cittadini, figli, genitori e nonni. Tutti potevano fare esperienza di una nuova centralità che aveva sia un significato urbanistico che una visibilità internazionale, mai vista prima di allora. Il Valle ha cambiato la divisione del lavoro, come i ritmi della veglia e del sonno nel luogo più visibile di Roma: a duecento metri dal Senato. Ha contraddetto e mostrato un’altra possibilità rispetto alla vita ordinaria di chi è messo al lavoro, giorno e notte, per avere un lavoro, un’identità, uno spazio in un mondo che si restringe.

Per 1.151 notti si è letteralmente sognato assieme. Questo sogno è molto materiale: ha permesso a soggettività neoliberali performative, ostaggi dell’idea di essere imprenditrici di se stesse, di uscire da sé 

È stata riattualizzata una pratica del surrealismo: la poetica del sogno, una politica della reverie che ha creato una sospensione lunghissima, abolendone gli automatismi. Ha dimostrato la possibilità di un potere di creazione imprevedibile che le politiche urbane, il discorso politico egemonico, il capitalismo cercano di cancellare. Per 1.151 notti si è letteralmente sognato assieme. Questo sogno è molto materiale: ha permesso a soggettività neoliberali performative, ostaggi dell’idea di essere imprenditrici di se stesse, di uscire da sé. Mettersi in gioco in un processo molto distante da abitudini e ideologie, sospendere la normalità, creare nuove regole. Questo è il ruolo del teatro: un teatro della vita.

La rimozione dell’esemplarità di questa esperienza, oggi, si spiega anche con il fatto che del Valle non bisogna parlare, se non come una sala prestigiosa, un modo per aumentare gli ingressi del Teatro di Roma. In realtà, più che dell’occupazione, non bisogna parlare dell’imprevedibile che può essere generato dal deliberato e desiderante incontro tra le idee e le persone. Questo è il pericolo da esorcizzare con tutti i mezzi.

Magnifiche creature

Nella tempesta, uno spettacolo di Motus nato e concepito nel momento più alto del movimento, c’è un’isola. Quando lavoravamo, nel 2012, l’isola di Prospero era per noi l’utopia, ma percepita in quel momento come una pratica vivente dentro il fare che si manifestava giorno dopo giorno, sotto i nostri occhi. C’è un video dove Silvia Calderoni attraversa le case occupate, oggi sgomberate, il Valle che non c’è più, si vede un corteo con i migranti. Ogni volta che lo rivediamo abbiamo la misura della distanza trascorsa. C’era molta speranza in quel lavoro, perché era un sentimento che circolava, non come proiezione verso un altrove, ma come tensione verso una possibilità espressa da quello che stavamo sperimentando. È rimasta lì, intrappolata, che la si può ancora vedere, come un fiore cristallizzato in una bolla di vetro.

Adesso è tutto molto più chiuso, irrespirabile. Nel finale di Tempesta Ilenia-Miranda scende tra il pubblico con una lampada in mano e, come nel testo di Shakespeare, vede per la prima volta altri esseri umani ed esclama: «Oh meraviglia! Quante magnifiche creature davanti a me, bella l’umanità! O splendido nuovo mondo». E Silvia-Ariel risponde dal palco: «Fanculo, io ci credo». Fine. Rifacendolo oggi avevamo molte meno motivazioni per dire quelle battute, che fino a poco tempo fa ci parlavano di un nuovo mondo che stava prendendo corpo. Allora abbiamo cambiato la battuta finale: «Fanculo, io ci credevo».

Non esiste la delusione. Ci si prepara alla prossima lotta. Ma per non desiderare l’identico, bisogna imparare a sostare anche nella nostra debolezza 

Non è un ripiegamento nichilistico, né un ritorno a casa. Non esiste la delusione. Ci si prepara alla prossima lotta. Ma per non desiderare l’identico, bisogna imparare a sostare anche nella nostra debolezza, nella fragilità. Le lotte, come gli spettacoli, hanno una propria fisiologia: fare un lavoro lo consuma, e poi si ha bisogno di fare una cosa nuova, rigenerare le idee e le energie, scorazzare in altri territori. L’agire politico ha molto a che fare con questo tipo di creatività. Certo anche con l’organizzazione: ci si deve allenare e fare esercizi, come nella danza classica. Il tentativo è quello di una continua produzione di differenze, senza perdere le lotte. La prossima sarà così.

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