Sul comune

Arte e multitudo

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Libera Mazzoleni, Ulrike Meinhof, 1976, fotografie (12 elementi), cm 20,5x14,5 e cm 20x30

Parlare di comune non compete più solo ai filosofi: il comune ha già cominciato a vivere nelle lotte dei proletari cognitivi che vogliono farne delle istituzioni potenti e già le vivono come contropoteri 

Intanto, parlare di comune non compete più solo ai filosofi: il comune ha già cominciato a vivere nelle lotte dei proletari cognitivi che vogliono farne delle istituzioni potenti e già le vivono come contropoteri. Il comune lo cogliamo dunque, prima di tutto, come gesto politico, un gesto di appropriazione comune della vita. Arte e comune, è dunque un rapporto che si distende nell’immanenza a quel gesto.

Non è facile concepirlo, e sicuramente la questione è da molto tempo irrisolta. Per molto tempo resterà tale: attende di essere praticamente risolta. L’ultima volta che in queste lettere si parlò di un gesto artistico che investiva il comune fu in relazione alle opere di Beuys e di Serra – ma era quello un comune ancora subìto, stupendo ma quasi triviale nella sua forza, un ammasso di materia e una organizzazione che era imposta dal di fuori, dalla tragedia nazista per il tedesco, dall’alienazione industriale per l’americano. Ora, si tratta di porre la questione da dentro, dal basso, per disporre consapevolmente il gesto al comune. Quando mi hai proposto di ragionare su tutto questo, mi erano venuti in mente Joyce e Faulkner – ma la loro prosa costruttiva è piuttosto cinema, visione piuttosto che azione, uno specchio frantumato di cui si insegue la moltitudine di riflessi piuttosto che l’atto di frantumarlo e di ricomporlo. Neanche loro ci servono più ora.

Un gesto, un evento costruito che non riduce la sua capacità espressiva alla descrizione del mondo ma ne forza i limiti, progettando un’intenzione, un compito 

Arte e comune è prima di tutto un tentativo di agire sulla vita, da dentro la vita per qualificarne la dimensione comune, per costruirne un senso. Un senso comune? Forse… ma c’è tanta strada da percorrere prima di concedersi a questa conclusione. Spesso l’agire artistico è oggi detto performance e fatto come tale. Ma in quale senso? Si sa che cosa sia performance, un gesto, un evento costruito – si dice – che non riduce la sua capacità espressiva alla descrizione del mondo ma ne forza i limiti, progettando un’intenzione, un compito. Ma come? Con Austin il gesto performativo, gli atti del linguaggio pretendevano di costruire cose – felicemente o infelicemente. Ma questo gesto non si apriva all’ontologia o comunque aveva molte difficoltà a riuscirci: il rischio di scegliere fra significanza e insignificanza, o di cadere nell’infelicità rimaneva, – anzi, diveniva immane. E allora, pur parlandone criticamente, non ci illudiamo che la performance sia più potente di quanto è? In realtà essa ci aiuta solo a sistemare il linguaggio in un contesto, in un dispositivo di scrittura della nostra vita, ci colloca attivi davanti all’effettività storica dell’esistenza. Buona condizione di partenza – ma ancora individuale. Cercando il comune, lì davanti si apre comunque un baratro. Gettare un ponte su di esso…

Bisogna riconoscere che non può esserci performance come gesto artistico che alluda al comune, se dentro la performance non si individua un senso, cioè una direzione e un valore. Taluni hanno insistito sul fatto che tale senso dovesse spontaneamente sgorgare dal contesto, che la relazione al senso si accendesse – un fuoco – da dentro il tessuto di quella esperienza privilegiata di cui godrebbero poesia e filosofia. Un tessuto ricco, capace di infiammarsi, una grotta eleusina dove il gesto sia sempre numinoso? Basta con queste sciocchezze allusive. No, quel tessuto è solo un fondo, un piancito, un humus – ma, allora, non è altro che nostalgia? Forse. Invece di dar risposta al quesito, inalberando quegli insulsi richiami poetici, i nostri contraddittori fingono di scavare il testo della questione, di stargli dietro – ti accorgi allora che la domanda è sviata. Questo è un caso di quelli. Nostalgia non rima con comune. E quando forzosamente li si voglia mettere in relazione, la nostalgia travisa il comune, lo irrigidisce in memoria, ne toglie i colori vivi e lo restituisce come macerie. Benjamin non se l’era cavata in questi anfratti della memoria… altri li ha caricaturati. Altri, finalmente con un po’ di positività, ponendosi fuori da queste derive mistiche o disperate, hanno insistito che la performance è produttiva quando si fa lavoro – che dico? Costruzione linguistica. Senso e direzione si darebbero dentro questo lavoro.

Certo, il mondo è il nostro parlare – fuori dal dire non c’è mondo. Ma questo non significa che il comune si dia immediatamente nel linguaggio. Magari fosse così! Di fatto, quell’«immediatamente» che lega realtà e linguaggio ora va costruito e costruirlo significa lottare. Di mezzo, fra linguaggio ed ontologia, stanno infatti l’ostacolo dell’identità, dell’individualità ed il rifiuto reazionario che il comune possa trovare senso «senza mediazione». Per i padroni e i capitalisti la mediazione è necessaria e si chiama individualità, sovranità, moneta. A queste condizioni, il gesto del comune non può dunque svolgersi nelle maglie del linguaggio. Anche al linguaggio, la performance chiede senso e vuole che esso divenga comune: discrimina fra il misterioso e quanto è detto, esplicitato, costruito – si rifiuta allo scavo e vuol piuttosto gettar ponti sul vuoto – quando il tentativo di esprimere il comune fallisca… Ma ciò ancora non risolve la questione. Stabilire un rapporto tra arte e comune significa certo agire, produrre performances, stabilire rapporti comuni, rifiutare ogni rinvio a nostalgia o mistero: ma per farne cosa, alla fin fine, di questo sforzo? Dove sono senso e valore? Dov’è l’arte?

Quante ne abbiamo viste di tali «vite estetiche»! Che baroccaggini eleganti ed insulse! 

Spostiamo lo sguardo sull’immediatezza. Abbiamo già detto che essa va costruita. Eppure spesso ci hanno parlato di «vita estetica» come se, nell’arte contemporanea (in quella che si prova, senza riuscire, alla costruzione del comune) mediazioni non fossero date – fingendo cioè la «vita estetica» non come astratta dalle individualità e dalle loro insondabili essenze, ma come invece se il suo rapporto al comune fosse immediatamente trasparente e la felicità un risultato ovvio. Insomma, ci hanno descritto (e filosoficamente legittimato) la vita estetica come se essa alludesse a caratteristiche del rapporto tra arte e realtà più che trasparenti…

Permettimi un po’ d’ironia caro Nicolas. Quante ne abbiamo viste di tali «vite estetiche»! Che baroccaggini eleganti ed insulse! Non penso ai dandies e ai clochards, così simili (e stimabili) quando costruiscono per sé una vita come opera d’arte. Radicalizzano una vita per loro estetica, dentro una bilancia di autosufficienza e di eleganza, di dignità e di anarchia – la differenza tra loro è solo di denaro e/o di igiene – ma certamente qui non è il comune che trionfa. Non penso dunque a loro ma a quel mostriciattolo di «vita estetica» talora teorizzata dai filosofi… come può liberarsi dall’estremismo idealistico che la tiene e la contraddistingue? Ricordo – una sessantina di anni fa – gli ultimi hegeliani (tale Ugo Spirito, per esempio) passati attraverso il fascismo, teorizzare un’indecorosa estetica della vita che ripeteva la vecchia sigla di un «superomismo» cinico che sfidava la morte oppure una stolta atarassia (organizzata in rancoroso oblio delle loro malefatte), compiaciuta e incapace di risveglio autocritico. In Salò Pasolini diede magnifico sfondo a queste condotte. Estremità di una questione irrisolta.

Con ciò la vita avvicina il comune, quando il gesto performativo si organizza in produzione 

Foucault ha cominciato ad andar oltre questo modello e a definire la vita estetica come una vita che appunto nega di configurarsi come opera d’arte, sapendo questa relazione ardua e spossante – che dunque riconosce solo nell’etica la produzione di un’opera, l’arte di una vita. Con ciò la vita avvicina il comune, quando il gesto performativo si organizza in produzione. Il lavoro linguistico diviene trasformativo, produttivo, etico. Il comune si approssima. L’immediatezza sarà costruita. Ma non lo vediamo ancora, il comune. La visione è probabilmente impedita da una vita ancora esperita in un’ottica individuale, che permane dentro questi gesti di emancipazione dal passato. Vae individuo! L’individualismo non fa che proporre sempre nuove identità, essenze insolvibili nel comune, irriducibili alla moltitudine. Ma quanto ci è andato vicino Foucault, alla soluzione della nostra questione – quel suo costruire soggettivazione, quel resistere così all’ingiunzione di sottomissione da parte del biopotere…

da Toni Negri, Arte e multitudo, a cura di Nicolas Martino, collana OPERAVIVA

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