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Quando i bambini giocavano con falce e martello

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Diane Bond, My coloring book. L'Aborto, 1980, autoritratto in bianco e nero stampato su tela emulsionata, cm 49x59,5

I bambini in Romagna durante le vacanze giocavano con falce e martello.

Fuor di metafora, finita la scuola, lasciati libri quaderni e menti in ostaggio di programmi prestabiliti, in quel senso di efficienza appreso dalla morfologia politica del territorio spaccato dalla via emilia e addolcito dal mare, i bambini non riposavano e non si perdevano nell’ozio estivo che creava la temuta prossimità forzata con le famiglie. Si riappropriavano di un tempo non più scandito da caffelatte e merendine il pomeriggio, ma a contatto diretto col desiderio, nell’opportunità sospesa del tempo vacante, cercavano la sua realizzazione progettando l’Avventura.

Si costituiva una piccola comunità di valorosi, nel senso etimologico del termine a cui vi accedeva chi condivideva ardentemente l’idea di vivere uno spazio di libertà a misura di bambini, senza distinzioni di alcun genere, in una democrazia inconsapevolmente orizzontale e appassionata.

Iniziava il viaggio.

Superamento della frontiera del momento, dall’altra parte non poteva essere la stessa cosa.

Si partiva di buon’ora il mattino che quasi non si dormiva la notte, per poter rubare da qualche capanno di contadini, gli strumenti necessari a sfrondare rovi, dissodare, scavare, legare, inchiodare, tagliare, rendere docili e finalmente dare una forma seppur esile di mani di bimbo al villaggio ideale nel bosco.

Si lasciava il paese e si facevano chilometri nella testa di allora, carichi di tutto il necessario e magari un po’ d’acqua, per attraversare nella calura estiva, i campi rimasti momentaneamente abbandonati dalla presenza umana. La terra depurata dalla presenza dell’uomo appariva raccolta, quasi segreta, pronta a rivelare una profondità e un messaggio che senza il loro passaggio sarebbero sfuggiti.

Era memoria o anticipazione? O ingannevoli entrambe? Là dove l’istante non si può anticipare si tratta di essere continuamente in allerta, pronti a cogliere l’inatteso e questo i bambini e gli attori lo sanno bene. Si andava seguendo una cartografia imprecisa senza punti cardinali, che riguardava più la percezione di un luogo che non la sua catalogazione. Una mappa sentimentale in cui gli itinerari non erano segnati e precisi ma ubbidivano agli strani grovigli del saper vedere.

Nonostante ogni visitazione porti con sé il carico del già vissuto, già visto si era in vacanza e lo sforzo che si era portati a compiere era quello di ritrovare uno sguardo che cancellava, dimenticava la consuetudine, non tanto per vedere con occhi diversi quanto per la necessità di orientarsi di nuovo nello spazio e nel tempo, nell’attitudine dello spostamento.

Terra.

Il segno dell’uomo era chiaro ed evidente, impresso addirittura con solchi e cicatrici profonde nella trama del terreno, come traccia di duro lavoro e memoria viva da una parte e urlo lacerante, quella ferita inferta che si sedimentava sul corpo della terra e la trasformava irrimediabilmente.

Una corsa fin in cima alla collina e la visione dall’alta che restituiva la giusta distanza fisica ed emotiva e permetteva una tregua, una riappacificazione delle due memorie in una presa di consapevolezza, in uno sguardo amorevole che abbracciava tutto lo spazio in una nuova creazione malinconica e imprecisa, densa di echi intimi, profondi.

I campi lasciavano poi il posto a un mosaico di prati, arbusteti e boschi, macchie di ginepro, ginestra, asparago selvatico nei versanti più assolati e influenzati dalle correnti calde dell’Adriatico; se si alzava la testa boschi più strutturati dove spiccavano cerri, roverelle, aceri campestri, noccioli mentre tra i piedi brulicavano ciclamini, orchidee e bulbi cipollosi di vario genere.

In quel contatto vegetale, tra il sottobosco, squarci di sole tra le fronde facevano un gioco di luci sulle mani sporche a cui sembrava potessero spuntare da un momento all’altro foglioline, la soglia di intensità si alzava esponenziale in quel verde cupo. Si passava a un mondo parallelo senza averlo premeditato, a un interstizio spazio temporale che solo l’attraversamento coraggioso di un territorio a un altro poteva permettere. Sembrava fosse bastato lasciare le case, il conosciuto affidarsi all’aderenza del passo all’asfalto che man mano si faceva terra, erba selvatica, sterpaglia via via su per le caviglie che il bosco ti inghiottiva in un respiro fiducioso indicando uno nuovo territorio, in un’unica immagine che conciliava i loro corpi con quelli del mondo, lasciando sospesi ed incantati.

Notte.

Il buio si aggrappava alle foglie con molta più intensità che nel paese e le case sulla strada del ritorno sembravano portare tutte in un unico posto, ovvero da nessuna parte. Si tornava con la consapevolezza di non aver costruito nulla, nessun villaggio ideale, nessun ponte tra gli alberi, nessuna capanna dove rifugiarsi.

Le luci blu dei televisori negli interni delle case rischiaravano il ritorno . Chissà che storia raccontavano sul loro futuro, era memoria o anticipazione? A loro restava lo sguardo inquieto della sovversione del limite, della velocità come antidoto alla paura e quel sentimento dato dall’aver appreso sin dall’infanzia, la struggente ripetizione della prima e ultima volta.

Forse gli spazi, gli oggetti, le case, gli alberi, i luoghi, gli animali, certi sassi e i volti aspettano semplicemente uno sguardo che si posi, una parola, un gesto, un racconto che li tolga anche solo per un istante, da quell’infinita attesa geografica.

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