Siamo noi il cuore dell’algoritmo

Cosa può oggi una forza lavoro?

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Paul Griffiths e Cesare Pietroiusti , How to Irreversibly Transform Money - Performance e installazione, Trafo Gallery, Budapest, ottobre 2004.

La forza lavoro è nascosta dietro gli algoritmi. Ora si tratta di aprire lo scrigno. La domanda non è che cos’è il lavoro, ma la più concreta, e potente: cosa può oggi una forza lavoro? Anteprima di ForzaLavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi Editore) di Roberto Ciccarelli. In libreria da domani.

Le redazioni dei programmi televisivi mi chiedono talvolta di trovare un caso umano. Un autore legge su un quotidiano una notizia sui nuovi «schiavi», espressione idiomatica intesa come sinonimo di povertà estrema, mancanza di diritti, lavoro povero. Il giornalista si mette sulle tracce di una «storia». In alcuni casi arriva a me che mi occupo, anche da giornalista, di lavoro. Rifiuto di fare i nomi, non conosco schiavi, né casi umani, rispondo. Come me, lo fanno gli interessati. Sentirsi definire schiavi, soggetti privi di libertà, cose senza volontà, è un’offesa. Soprattutto quando la schiavitù è usata come una metafora che trasforma la vulnerabilità personale in uno stigma sociale.

Per gli antichi lo schiavo era un animale parlante. Per i contemporanei è un caso umano da intervistare. Questa rappresentazione della forza lavoro accomuna i talk show, i quotidiani e l’editoria. Una ricerca sui titoli dei volumi pubblicati negli ultimi anni dimostra la ricorrenza della parola «schiavi» e, in subordine, «precari», sempre rappresentati in chiave vittimaria. Sottrarsi è salutare. Una giornalista, preoccupata dall’aumento dei rifiuti tra i lavoratori autonomi e freelance, mi ha spiegato le sue ragioni: bisogna sferrare un pugno sotto la cintura e fare saltare il telespettatore sul divano.

È preferibile che il caso umano assomigli al figlio disoccupato, al padre o alla madre. Il pubblico davanti alla televisione può capire che il problema è familiare. L’approccio è discutibile. Poteva scuotere qualcuno anni fa, ma ormai conosciamo la situazione e i responsabili. Ripetere lo stesso schema significa separare la sofferenza provocata dal lavoro alienato e ridurlo a un fatto biografico o generazionale. La vittimizzazione rafforza la percezione di una subalternità diffusa, non crea la conoscenza delle cause che l’hanno prodotta, né un rovesciamento delle prospettive.

La rivoluzione che viene

A questo esito collabora il potente discorso della rivoluzione digitale sul declino del lavoro umano. La rivoluzione doveva garantire una maggiore autonomia alle persone, ma ha esteso il dominio esercitato in precedenza sui corpi al cervello, alla psiche e agli affetti. La fine del lavoro non è tuttavia alle porte e la sostituzione degli umani con le macchine resterà lontana anche nel 2025 o nel 2050 quando è stato annunciato il suo trapasso alla storia.

Già oggi l’automazione mette all’opera la forza lavoro ancora più intensamente, pagandola sempre meno. La scomparsa dei posti di lavoro e la trasformazione incessante delle professioni non sono provocate dai robot, ma da una molteplicità di fattori sociali, economici e produttivi che implicano una profonda trasformazione della forza lavoro e della sua produttività sulla quale sono ancora troppo pochi a interrogarsi. I lavoratori restano doppiamente impotenti: non solo il «vecchio» lavoro li ha lasciati disoccupati in una terra dove non sorge mai l’alba di un nuovo inizio, ma non potranno influire nemmeno sul loro lavoro in futuro, quando si compirà la profezia degli aruspici della tecno-apocalisse. Il racconto sulla rivoluzione digitale in corso ha un cuore antico: l’illusione di un lavoro senza esseri umani, emanazione diretta del Capitale.

Come l’ideologia tedesca, di cui hanno parlato Marx e Engels nel 1846, anche l’ideologia californiana della Silicon Valley nel XXI secolo rimuove le condizioni materiali di vita e le facoltà degli individui viventi a contatto con le macchine e la digitalizzazione del mondo. Questo libro propone un’alternativa alla futurologia e al racconto compassionevole del lavoro. Elabora una filosofia che riconosce una centralità senza nome – quella della forza lavoro – e ripristina le condizioni della critica a partire dalla storia di individui in carne e ossa in un’attività produttiva che coinvolge la veglia e il sonno. Questa filosofia non è apocalittica, né luddista, ma afferma un materialismo filosofico e ragiona sulla possibilità di un’etica spinozista. La sua domanda non è che cos’è il lavoro, ma la più concreta, e potente, cosa può oggi una forza lavoro?

Invisibili

Mai come oggi il concetto del lavoro è stato usato in maniera così totalizzante. Mai il valore della forza lavoro è stato così trascurabile. Perso è un significato condiviso del lavoro, oscuro è il nome di ciò che siamo: forza lavoro. Questa situazione ricorda il barone di Münchhausen che riuscì a sottrarsi dalle sabbie mobili tirandosi fuori per i propri capelli. Allo stesso modo sembra che il lavoro si produca da solo, le merci appaiano misteriosamente nelle nostre case, il denaro sia l’incarnazione della volontà matematica di un algoritmo.

Al lavoratore si dice che la sua attività non ha un significato oltre la mera esecuzione. Il significato lo trova il padrone, al servo è negato il senso del lavoro che nasce lavorando. È il datore di lavoro che decide cosa è, e cosa non è, la sua forza lavoro. Lui esercita il potere di dare o negare un nome, oltre a quello di decidere sulle mansioni o sullo stipendio. È lo spartito solfeggiato ovunque: il lavoro è privato dalla sua forza, non ha un soggetto in carne ed ossa. L’unico soggetto è l’astrazione del lavoro. Questo ribaltamento, sottile come tutte le metafisiche, ha imposto un ordine del discorso: oggi parliamo di lavoro senza parlare della condizione che lo rende possibile, la forza lavoro.

Sempre attiva

La forza lavoro non è evidentemente scomparsa nei flussi automatizzati e silenziosi governati dagli algoritmi. Le donne e gli uomini continuano a lavorare, lo fanno sempre di più e sempre peggio. Anche nel caso di una sua eccedenza strutturale rispetto alla domanda di lavoro, la forza lavoro non resta mai inoperosa. Che sia inclusa o scartata, bandita, non valorizzata e perseguitata, è una facoltà sempre in attività.

Il disciplinamento, la trasfigurazione e la rimozione della forza lavoro – la sua invisibilizzazione – sono l’esito di un’egemonia culturale così potente da aver spinto gli stessi lavoratori a credere di essere invisibili. Pur essendo forza lavoro, agiscono come se fossero assenti davanti ai propri occhi. Il rovesciamento della percezione, e l’incapacità di dare un nome e un volto a questa condizione fantasmatica, è l’effetto di un violento contraccolpo provocato dal cambiamento, e dal ridimensionamento, delle due principali culture del lavoro nel Novecento. Quella marxista che ha considerato la forza lavoro come il terreno primordiale sia dell’antagonismo che della cooperazione tra individui, del conflitto e della solidarietà. E la cultura liberale del contratto di lavoro, sostituita da una continua rimodulazione della prestazione salariata in base alle esigenze commerciali delle imprese.

C’era una volta

Sul campo sono rimasti i profeti che annunciano un futuro nuovo di zecca e chi rimpiange l’età dell’oro dove il lavoro sarebbe servito a soddisfare i bisogni e a realizzare la dignità della persona. Sono due idealismi contrapposti: i primi predicano la scorciatoia del divenire tutti imprenditori, auspicando una nuova forma di incarnazione del capitale nell’individuo; i secondi delimitano le lotte dell’operaio-massa avvenute in una frazione del XX secolo e le eleggono a verità della Storia.

Su questa base predicano il ritorno a un lavoro angelicato, dove la persona ritrova la propria dignità, uno stato ideale lontano dallo sfruttamento, come se il lavoro non fosse già in sé uno sfruttamento. Da un lato, si vincola la soggettività all’Impresa, idea regolatrice dell’esistenza; dall’altro lato, si antepone il Lavoro astratto alle donne e agli uomini che concretamente lavorano. In nessun caso la forza lavoro è considerata come una facoltà, parte di una vita libera di esprimersi oltre la razionalità capitalista.

Apriamo lo scrigno

La forza lavoro è prigioniera di un paradosso. La si vuole liberare evocando un rapporto soggettivo con il lavoro «creativo» o sacralizzando l’attività professionale come se fosse un’opera d’arte. E tuttavia il suo lavoro è considerato un residuo archeologico in cui è impossibile identificarsi. La condizione del lavoratore contemporaneo si muove tra un’ingiunzione morale alla soggettività e la gestione strumentale della sua forza lavoro. La sua vita è scandita da due polarità simmetriche: l’iper-lavoro e il sotto-impiego. Al netto della disoccupazione e della povertà assoluta, sono queste le forze centripete e centrifughe di un unico processo di subordinazione. Siamo noi il cuore dell’algoritmo, ma restiamo nel lato oscuro. Ora si tratta di aprire questo scrigno.

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