Sapere e catastrofe

A proposito di un libro di Derrick de Kerckhove

Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito - 4_Ritorn2
Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito (2013-2016) 4_Ritorno a casa, 2015 - Courtesy Fondazione Morra, Napoli e Galleria Lia Rumma, Milano-Napoli.

Tra gli agili volumetti proposti da Castelvecchi nella collana tascabile Irruzioni, La rete ci renderà stupidi?, titolo e interrogativo allarmante che Derrick de Kerckhove prende a prestito da Nicholas Carr – l’interrogativo di Carr pubblicato nell’estate del 2008 sulle pagine del periodico «The Atlantic» tuona Is Google Making Us Stupid? – è ennesima prova di un progetto ben riuscito.

«Nicholas Carr ha proposto una domanda estremamente intelligente: Google ci renderà stupidi?», avvisa de Kerckhove in prima battuta: e partendo proprio dalla domanda retorica che contiene in sé già la risposta, ovvero dalla riflessione e dall’affermazione conclusiva di Carr (sì, «fondamentalmente Google ci rende stupidi»), de Kerckhove trama un’analisi serrata sul tempo presente, sulla vita quotidiana, sul pensiero dell’uomo sempre più modificato (definitivamente compromesso?) «dalla rete e dall’ipertesto».

Ad aprire questa breve ma intensa argomentazione, una meravigliosa Prefazione di Massimo Arcangeli invita a considerare alcune tematiche che pregiudicano il pensiero umano, come l’atrofizzazione, l’analfabetismo funzionale e strumentale, l’inaridimento segnato da un’accartocciamento temporale che devitalizza il tempo della lettura, della ricerca, del ragionamento.

Legato fondamentalmente a quelle problematiche che Mario Perniola ha racchiuso tra i miracoli e i traumi della odierna comunicazione planetaria, il discorso di de Kerckhove si muove tra le negatività della ideologia del consenso – «ingegneria del consenso» (E. W. Bernays), più esattamente – o tra le disuguaglianze determinate dalla «asimmetria informativa» (Z. Tüfekçi), «causa di altre disuguaglianze», e tra alcune salvifiche «flessibilità dei percorsi sinaptici» che rappresentano un utilizzo cosciente dei nuovi mezzi di comunicazione.

«La flessibilità dei percorsi sinaptici, ormai, è ampiamente riconosciuta anche dagli scienziati e dagli psicologi, i quali concordano nel dire che quando si utilizzano nuovi strumenti che richiedono nuove strategie mentali avvengono cambiamenti neurali (d’altronde un’altra caratteristica del nostro cervello, insieme alla flessibilità, è la velocità di adattamento alle nuove situazioni)», avvisa de Kerckhove in un passo illuminante. Si tratta di una rivoluzione che, se da una parte può trasformare l’uomo o la società in un burattino mosso dalle mani sapienti di un pericoloso e rischioso manipolatore, dall’altra è strategia d’avvicinamento al sapere e al sapore di nozioni acquisibili e degustabili – «possiamo scovare passaggi privilegiati» – mediante un processo informazionale che accede a una fonte infinita.

Con un buon ottimismo – e l’ottimismo d’oggi potrebbe essere la carta vincente di domani – l’autore avanza un percorso non lineare ma ipertinente (che ricorda molto l’inconscio come insiemi infiniti messo in campo da Ignacio Matte Blanco nel 1981): e cioè «la capacità di conoscere le cose velocemente» (di associarle rapidamente secondo gusti, colori, forme), «quando servono; è un pensiero che condivide la conoscenza globale di Internet attraverso uno schermo, ma anche un’intelligenza che è in comunicazione ipertestuale co sempre più oggetti di sempre maggiore pertinenza (che io chiamo ipertinenza)».

Il fiorire – nell’epoca della sorveglianza totale, del silenzio pianificato, dell’alterazione identitaria – di una positività che punta ancora, tra cloud computing e big data, su una «estensione delle nostre idee» e dei nostri aspetti che definirei edudigitali, è davvero momento d’attenzione in questo volumetto che nasce da una conferenza svoltasi il 30 luglio 2014 nell’ambito del Futura Festival di Civitanova Marche.

Pinocchio 2.0 e il cinema di Hollywood (peccato che manchi una citazione a A.I. Artificial Intelligence, il film diretto da Steven Spielberg nel 2001 e organizzato su un disegno di Stanley Kubrick) è, assieme al silenzio del libro, paragrafo conclusivo di una visione che ha a che fare con «modelli di nuova umanità» e naturalmente «con implicazioni pedagogiche spesso misconosciute», con sguardi felici sulla didattica che orientano il discorso sulla lettura piacevole del liber («protezione dal Digital Alzheimet»), luogo chiaro della discorso, «strumento in cui la parola si ferma, mentre tutto il resto è parola che vola (elettronicamente, a voce, nel pensiero)».

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