Roma minore

L'opera prima di Karen Di Porto

Maria per Roma

Una assolata, e poi notturna, sempre convulsa, sorridente, affollata, singolare giornata romana, di tarda primavera, nel cuore antico di Roma. Ecco Maria per Roma, lungometraggio uscito in questi giorni, purtroppo in pochissime sale, e titolo che evoca il detto romano «va’ carcanno Maria pe’ Roma», perdendo oziosamente tempo all’improbabile ricerca di un qualcosa di irrintracciabile dentro le pieghe di una città, amata e odiata, che dovunque «ti giri e ti rigiri, è sempre bella», come dice una battuta probabilmente prevedibile, eppure di una sincerità disarmante, in queste giornate di luminosa primavera.

Si tratta di una piccola, potente, incantata commedia di questi stonati tempi romani: primo lungometraggio di Karen Di Porto, regista e attrice protagonista di quello che sembra un assolo, ma è in realtà una opera corale, leggera e profonda al contempo, partendo da se stessi. Dalla propria condizione di giovane, artista, attrice, lavoratrice, donna, figlia, amica, novella Alice nelle meraviglie del centro di Roma. Un centro volutamente narrato in minore, a parte le carrellate sugli alberi in fiore del Lungotevere e l’eterno Gianicolo, seguendo il motorino dal quale Maria sale e scende continuamente, tra una telefonata e l’altra, accompagnata e sostenuta dalla sua formidabile Bea, cagnetta con un certo stile e pedigree, come si fa esplicitamente notare in diversi passaggi del film. Perché Maria è una key holder, svolge il lavoro di addetta al check-in dei turisti per conto di una agenzia che affitta lussuosi appartamenti in palazzi nobiliari, nonostante sia il tempo di Airbnb. È il lavoro comunicativo, relazionale, sempre sorridente e con la battuta pronta, in diverse lingue, al servizio tanto della rendita immobiliare, che ancora avvolge la città eterna, quanto di quei turisti spesso tartassati e tartassanti.

Maria è una trottola infaticabile, dopo l’essere esausta, corre sul motorino, scende per le strade, sale per le scale, entra ed esce da case preparate per altri, per racimolare quei soldi che le permettono di campare, ancora forse troppo alla giornata, mettendo in gioco anche casa sua. Perché i soldi bisogna averli per essere indipendenti e intraprendenti, come dice il caro papà (Cyro Rossi) alla sua giovanissima figlia Maria, nella battuta iniziale del film, in cambio delle vecchie 50mila lire per uscire: «devi sempre avere i tuoi soldi, che poi sono i miei, ma sono anche i tuoi». E i soldi rimangono un’ossessione soffocata e sussurrata lungo tutto il film, tra gli amici e nelle parole della mamma di Maria, caustica e insopportabilmente travolgente nello smontare il sottofondo malinconico del vuoto lasciato dalla perdita del padre, mitizzato dalla figlia: «ci vuole poco ad avere ragione, da morti!». È la Roma impoverita di questi anni, anche di quel ceto medio una volta abbiente e ora prossimo alla bancarotta. Perché la Roma indolente è un lento corrompersi, per riprendere le parole di Rick Moody sulla New York primi anni Novanta dello scorso secolo. Ma anche un continuo rischio di fallimento, individuale e collettivo.

E allora si sorride spesso in questo film, a volte amaramente, altre ci si sganascia, con la battuta a scena aperta, capace di centrare manie e cliché di una certa romanità. La protagonista Maria è infatti, anche e soprattutto, un’attrice perennemente in prova, in cerca di parti: dal teatro, alla TV, al cinema, sì soprattutto al cinema. Per questo il lungometraggio di Di Porto è anche un film nel film, nel sottobosco e nei tic del demi-monde dello spettacolo teatrale e cinematografico romano, narrato sempre in punta di penna, con tenerezza, passione, un misto di incanto e disincanto, ma soprattutto quel qualcosa in più che sembra essere amore per una professione e per una città, ambedue spietati e meravigliosi: Roma e la recitazione. Ma Roma è una recita. La Roma dell’accogliente bar Perù e del bar Campidoglio di notte, per comprare le sigarette, di via Vittoria e di un angolo di Piazza Farnese, «la solita, vecchia Santa Maria» in Trastevere (per prendere in prestito le liriche smozzicate di Carl Brave e Franco 126, Solo guai, che avrebbero potuto accompagnare più di una scena).

Ecco decine di personaggi, che, se appaiono banalizzati o sclerotizzati, macchiette o parodie, è perché sono così nella vita: piccole, empatiche visioni, forse a tratti solo iperrealistiche, come il pomeriggio al teatro Il Cantiere con una moltitudine di attori, corpi che contemporaneamente provano la loro parte, confusi nell’ombra tra palco e proscenio. E poi l’inutilizzato trattore bianco regalato al Papa da Marchionne, i turisti Bramini, la divorziata in ansia da solitudine, la proverbiale, antica saggezza dell’autista al quotidiano taglio di barba e capelli, lo struggente saluto in riva al Tevere all’amica attrice (Eleonora Elia) seduta sotto il sole di Roma e persa dietro all’interpretazione del «coro che non deve piangere», la claudicante e sapiente Tatina, signora delle pulizie, il prevedibile regista impegnato e schivo, quello giovane enfant prodige, i gelidi produttori del «ti faremo sapere», la festa serale dietro la casa del cinema a Villa Borghese, i fortuiti e fortunosi incontri nei bagni del locale, dal quale un possibile, stropicciato, aristocratico cavaliere bianco (Paolo Samoggia), mentore del «non faccio un cazzo, per così dire». Quindi il filo rosso dell’amato amico Cesare (Andrea Planamente), attore che ha lasciato perdere tutto, vive liberamente il suo fallimento e diviene un postmoderno Gesù Cristo, con la mamma pronta a portargli i pomodori col riso nella pausa pranzo, disperso tra veri monaci tibetani, falsissimi centurioni romani, improbabili hare krishna. Jesus gives you the keys!

E molte altre cose, in questo piccolo gioiello, amaro e lirico, ironico e malinconico, di solare, approssimata e frammentaria narrazione di una giornata nel centro ombelicale di Roma. È forse arrivata la narratrice di una certa umanità romana da troppo tempo soffocata da feroci rappresentazioni cinematografiche, tra parodie di periferie e suburre, e invece ora finita sotto gli occhi e le occhiaie di questa attrice e regista incantata dal sole e dal marmo dell’urbe, un poco come il cantare strascicato di Carl Brave e Franco 126, fiori cresciuti in mezzo ai sampietrini, nelle loro Polaroid romane (disco autoprodotto, oramai cult e quindi di pubblicazione per Bomba Dischi). Sembrano essere loro i novelli cantori romani, la nouvelle vague, new wave di Roma, a partire dal cinema di Karen Di Porto: perché rischiamo tutti di finire pellaria, o sotto i ponti. Del resto «ci vengono dalla Romania a dormire sotto i ponti di questa città».

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