Rendere possibile la vita

Hande Kader e la violenza materiale del linguaggio

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Carmelo Romeo e Luciano Trina, Tampone delle revoche - La revoca delle anagrafie (1971).

Hande Kader era una attivista trans* turca, una donna di ventidue anni, divenuta nota, nel 2015, per la sua aperta opposizione, e resistenza, alla repressione di Erdogan nei confronti del Pride di Istanbul. Le immagini del suo corpo seduto in mezzo alla strada, del suo volto, del suo rimmel sciolto dai lacrimogeni e dagli idranti sparati dalle camionette, contro di lei e le altre manifestanti, ma anche la rabbia, e l’orgoglio di quel corpo in rivolta, catturato dagli agenti di polizia, vennero riportate dai media di tutto il mondo. Lo scorso agosto, il corpo di Hande è stato ritrovato fatto a pezzi e carbonizzato sul ciglio di una strada di un quartiere residenziale, sempre a Istanbul. A distanza di due mesi, nessuno sa chi sia stato a porre fine alla sua vita, in quel modo.

Nell’arco di questi due mesi nessuno si è riferito a questo caso attraverso il concetto di «femminicidio». Non si tratta forse di una ennesima donna morta ammazzata? È una domanda retorica, dal momento che sappiamo bene che, per molti, la risposta è no. Se la parola femminicidio serve a sottolineare che il concetto apparentemente neutro di omicidio non è in grado di rendere giustizia alle peculiarità dello specifico movente che spinge un uomo a uccidere una donna; e se, al contempo, il riconoscimento a una donna trans* dell’identità di genere che desidera non è univoco, allora il ricorso al concetto di femminicidio appare lacerato da un’insanabile frattura.

Ciò significa, in primo luogo, che il problema del riconoscimento nei termini di genere attraverso i quali si desidera essere riconosciuti continua a essere aperto, e altamente conflittuale: è importante ribadire a chiare lettere che questo mancato riconoscimento, oltre a costituire esso stesso una forma di violenza epistemica, legittimi potentemente i casi di violenza materiale. Non si dimentichi, d’altronde, che i movimenti per la de-patologizzazione trans* non hanno ancora raggiunto i propri obiettivi.

Ma ciò significa anche che il mancato riconoscimento in quanto femminicidio dell’uccisione di Hande Kader sia sintomatico delle sue aporie. Si tratta di aporie emendabili attraverso un ricorso al concetto più esaustivo di «violenza di genere»; in parte, eccedono anch’esso. Ciò che vediamo all’opera in questo caso, infatti, è l’assenza di due importanti elementi che strutturano il concetto di femminicidio: 1) l’individualizzazione del colpevole, il cui genere è inequivocabilmente maschile, 2) nel quadro di una interazione riconoscibile come eterosessuale, in cui il genere della vittima è inequivocabilmente femminile.

Si tratta di due elementi strettamente interdipendenti. L’individualizzazione del colpevole, e dunque la costruzione di un gruppo ipostatizzato di «uomini che uccidono le donne», opera infatti una traslazione discorsiva che occulta i più ampi, e drammatici, effetti ingenerati da un ordine simbolico in cui il privilegio della relazione eterosessuale esige innanzitutto la coincidenza eteronormativa tra sesso e genere. Tale individualizzazione volge pertanto lo sguardo dal carattere presupposizionale dell’eterosessualità, per focalizzarlo su quello esiziale dei suoi esiti drammatici: quanto la parola «femminicidio» tiene in considerazione l’obbligo implicito che grava sui generi di escludersi, e di desiderarsi, reciprocamente? È anche nel vuoto di questa risposta che si cela il brutale annientamento per mano di nessuno delle donne trans* patologizzate e criminalizzate, come Hande Kader.

Il problema è che il carattere presupposizionale dell’eterosessualità è assai più molecolare delle esiziali manifestazioni di violenza: esso informa addirittura i linguaggi e gli schemi concettuali con cui sanzioniamo, o non sanzioniamo, la violenza a cui essa stessa dà luogo. Non è qui in discussione se gli uomini che uccidono le donne siano penalmente responsabili di ciò che fanno. Ciò che intendo dire, però, è che dovremmo avere le stesse certezze di fronte alle responsabilità delle istituzioni della salute mentale, degli stati, della polizia, e di tutti coloro che si rifiutano di chiamare una donna trans* così come vuole essere chiamata, al di là della patologizzazione psichiatrica, della disforia, della criminalizzazione, della neutralizzazione. Sono questi elementi che concorrono nella riproduzione del privilegio eterosessuale in quanto tale.

Che i primi commettano azioni penalmente rilevanti, a differenza dei secondi, non dovrebbe pertanto costituire una ragione sufficiente a stabilire una distinzione fondata su chi sia più colpevole, o criminale: resto convinto del fatto che un pensiero ancillare al diritto penale non sia un pensiero critico. Questo, al contrario, deve radicalmente insistere sull’incoerenza del concetto di «responsabilità individuale», sulla messa in discussione del ricorso collettivamente deresponsabilizzante alla responsabilità individuale, in condizioni in cui la responsabilità individuale è strutturalmente compromessa. Il nostro linguaggio, il nostro inconscio culturale grondano di significanti che costantemente, e performativamente, riproducono l’eterosessualità, stabilendo chi può essere riconosciuto entro i suoi termini e per chi, invece, la morte sociale non è che il preludio di una morte effettiva.

Si tratta di morti che la lotta per la costruzione di un mondo in cui l’eterosessualità non costituisca più l’apice di nessuna gerarchia deve nominare e rendere politiche. Ma a partire da queste morti, la lotta deve poi consistere nel rendere possibile, simbolicamente e materialmente, la vita di chi si trova a disattendere tutte le aspettative eteronormative che pendono sulla sua testa. E rendere possibile la vita richiede soprattutto di comprendere che «sopravvivere» non significa «vivere davvero». Tale proposito coincide con ciò che questa società così ansiosa di tutelare la riconoscibilità eteronormativa dei generi e delle relazioni etichetta, stigmatizzandola, nei termini di «ideologia»: sovvertire l’eterosessualità e rendere possibile la vita di chi si sottrae a quelle condizioni di riconoscibilità che presiedono a una vita possibile è senz’altro un’utopia, che deve farsi prassi.

 

Questo articolo, con un titolo diverso, è uscito anche su il manifesto nello speciale «Il corpo del delitto» del 23 novembre 2016.

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