Proust a testa in giù

Aroma: la forma pubblica della sensibilità

Catalogo-MAAM-1-048
Andrea Martinucci, Ho bisogno (2014), MAAM - Museo dell'Altro e dell'Altrove.

«In alto i bicchieri, signori commensali, famo cin-cin per gli assalti frontali».
Dal Buiaccaro, Assalti frontali 

Proust è un reazionario. Per coltivare una «filosofia in vigna»1, vale a dire la costruzione di nuove forme del sentire, non si può esser timidi. Bisogna prepararsi a una resa dei conti, tornare sulla scena del delitto costituita dalle evocazioni sensoriali descritte da Proust in Alla ricerca del tempo perduto2:

«Il dramma di andare a letto aveva smesso di esistere per me quando, un giorno d’inverno, al mio ritorno a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di bere, contrariamente alla mia abitudine, una tazza di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, cambiai idea. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti che chiamano petites madeleines e che sembrano modellati dentro la valva scanalata di una “cappasanta”. E subito meccanicamente oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un domani malinconico, mi portai alle labbra un cucchiaino di tè nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di madeleine. Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove poteva esser giunta quella gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Cosa significava? Dove afferrarla? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo più nulla di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda. È tempo che mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è lì dentro, ma in me. La bevanda l’ha risvegliata, ma non la conosce». 

È proprio negli aromi, ricorda con durezza Walter Benjamin, che trova conforto l’idea che sia possibile rifugiarsi in una esperienza privata e bella, nido d’amore per chi fugge da una scena pubblica aggredita da un capitalismo sempre più lacerante 

Nella celebre scena della madeleine è scritto il destino di ogni ricerca (la si chiami solo «percettiva» o tutta «etico-politica», fa lo stesso) legata alla sfera aromatica. Di solito il commento dello studioso ammira un romanzo ineffabile proprio perché il più lungo della storia (almeno così recita il Guinness dei primati); lo scienziato cognitivo decanta le proprietà uniche di un mondo lontano dalle parole e da ogni orizzonte politico. Si tratta di venature teoriche effettivamente preponderanti perché Proust, inutile nasconderlo, è un reazionario. È proprio negli aromi, ricorda con durezza Walter Benjamin3, che trova conforto l’idea che sia possibile rifugiarsi in una esperienza privata e bella, nido d’amore per chi fugge da una scena pubblica aggredita da un capitalismo sempre più lacerante. Può essere utile, allora, annotare un primo laconico proclama che segni il punto di partenza. Quando diviene il luogo nel quale ritrovare l’Heimat individuale, la patria di esperienze che si presume siano solo mie perché indicibili, la percezione gustativo-olfattiva diventa campione esemplare di una filosofia reazionaria. Alla crisi del mondo contadino si risponde con il gesto chic e virile di chi rimanda indietro il vino al ristorante perché «ma che diavolo, sa di tappo!».

Chi compra una bottiglia di champagne paga caro qualcosa che è senza prezzo: una ritualizzazione sensibile della vita, un tentativo di soluzione alla crisi che oggi attanaglia la nostra capacità di fare esperienza 

Riscossa dell’aura. Qualunque testo leggiate sulla memoria olfattiva, esso non può che rifarsi a Proust. Ciò accade per una ragione. Non si tratta di dare sfogo a una preferenza letteraria o a un abbellimento ornamentale che renda meno sterile, ad esempio, un articolo scientifico circa le modalità di decadenza del ricordo legato all’odore. Il motivo è un altro. Proust afferma chiaramente un presupposto ancora oggi diffuso nella ricerca circa l’olfatto così come nel commercio di sostanze aromatiche: «una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa». Il potere d’acquisto di vini e profumi è legato a una specifica funzione storico-culturale. Chi compra una bottiglia di champagne, ma anche chi si fa incartare uno Chanel, paga caro qualcosa che è senza prezzo: una ritualizzazione sensibile della vita, un tentativo di soluzione alla crisi che oggi attanaglia la nostra capacità di fare esperienza. Chi compra la bottiglia (di vino o profumo è cosa identica, nella Grecia antica i due venivano usati insieme) si accaparra un riparo alle difficoltà di un mondo contemporaneo fatto di choc: stimolazioni intermittenti e ripetute, irrelate, ad alto potenziale energetico. Quali siano le figure prototipiche dello choc è sempre Benjamin a dircelo: il giocatore d’azzardo e il lavoratore alla catena di montaggio, le corse disorganiche della folla in un metro o il ritmo convulso di una pellicola cinematografica.

L’aura rimane forma antropologica metafisica e reazionaria, ma finalmente riproducibile in una ampia numerosità di esemplari 

Se stare fermi a fissare la Gioconda oggi pare più una follia feticista che la postura di chi osserva, sorseggiare un vino sputato con garbo è l’effige contenta di chi si gusta la vita. Il mondo aromatico è il sostituto prêt-à-porter della contemplazione visiva tradizionale; l’aura sgocciola dalla parete sulla quale è appeso il quadro per tuffarsi in milioni di bicchieri Ikea. Il vino rischia d’essere il mezzo di una riscossa nostalgica. L’aura rimane forma antropologica metafisica e reazionaria, ma finalmente riproducibile in una ampia numerosità di esemplari: sufficientemente vasta da farne ricco commercio; all’occorrenza ristretta abbastanza da rientrare nelle cantine del collezionista di pezzi più unici che rari.

Per questa ragione, Proust è da appendere a testa in giù: occorre rovesciargli le tasche e vedere ciò che ne cade. Da queste pagine circa la madeleine, un brano paradigmatico nel nostro rapporto con gli aromi, tintinna a terra una piccola moneta. Dimentichiamo la memoria, lasciamo stare il mito dell’indicibile souvenir olfattivo. Se si fa un passo indietro, il testo di Proust indica un collasso categoriale che è sotto i nostri occhi eppure invisibile. L’episodio della madeleine è impiegato di solito per ribadire il carattere unico della percezione olfattiva, la struttura indicibile di ricordi che solo un buon tè infantile potrebbe far riemergere. Chiave della scena è la celebrazione dell’isolamento: dalla parola, dagli umani, dagli altri sensi. Cosa fa, però, Proust quando mette in bocca il cucchiaio inzuppato di frammenti biscottati? Gusta? O annusa? Beve? O mangia? Il gesto dello scrittore è meno nitido di quel che potrebbe apparire a un primo sguardo. Se osservato in trasparenza, l’episodio cambia verso: non il richiamo a esperienze solo mie nelle quali naufragare in vista di un «domani malinconico», ma labile traccia in grado mettere in discussione categorie consolidate. Il testo, suo malgrado, mette il dito sulla piaga: gusto e olfatto non sono sensi nettamente distinti.

L’aroma è un sintomo, indice del fatto che per gli animali umani l’aisthesis (la sensazione), prima di poter costituire soluzione nella quale trovare conforto, è un problema che ha che fare con la sopravvivenza 

«Aroma» è la parola italiana che ne può indicare il collasso. Un termine che fin qui abbiamo usato in modo apparentemente generico è forse in grado di segnare uno scarto teorico. Alla lettera, «aroma» non è l’indice di una atmosfera ineffabile e isolata ma fusione umana tra gusto, tatto e olfatto. Attenzione, però: il tatto coinvolto nell’aroma non è solo quello della lingua contro cui si infrange la pasta molle del dolcetto. È anche della mano necessaria a preparare, cuocere e imbustare la madeleine. L’aroma è un sintomo, indice del fatto che per gli animali umani l’aisthesis (la sensazione), prima di poter costituire soluzione nella quale trovare conforto, è un problema che ha che fare con la sopravvivenza. Poiché nasciamo privi di mezzi di produzione preconfezionati (senza artigli o becco), siamo costretti a forgiare tutto, anche gli aromi.

L’aroma perturbante. Scegliere il mondo enologico come punto di partenza per una «filosofia in vigna» significa collocarsi su un campo di battaglia impervio. Il terreno aromatico è scivoloso perché pregiudicato, compromesso, da altri già asfaltato. Non considerare questa difficoltà significa consegnarsi ancora una volta al culto del mondo postmoderno ed esaltare, con la migliore delle intenzioni (di cui l’Inferno notoriamente fa buon uso), la prossima moda mercantile. Detto questo, non v’è dubbio: anche il più reazionario dei brani legati al mondo aromatico mostra un volto promettente. Di esso, inutile dirlo, quasi non si discute. A ben guardare, la scena della madeleine è in grado di mostrare il potenziale perturbante di ogni aroma. Proust vive una esperienza che non sa da dove provenga e che a ogni ripetizione mostra caratteri instabili. La madeleine, dice il testo, risveglia una verità che non si conosce. Ritroviamo in questo risveglio sconosciuto una delle cifre costitutive di quel che Sigmund Freud chiama «Unheimlich»4: l’oscillazione tra noto e ignoto, la reversibilità tra un familiare che diventa estraneo e un estraneo tutto a un tratto familiare. Il brano può aiutarci a intuire la portata teorica di quel che qui non può che figurare come un secondo proclama: solo se l’aroma si presenta perturbante è utile alla costituzione di sensibili comuni, vale a dire di una nuova forma pubblica della sensibilità.

Il sensibile comune è sintomo concreto di un ribaltamento di gerarchie: nella classifica tra le modalità sensoriali; nell’ordine politico che stabilisce sommersi e salvati 

La dicitura «sensibile comune» merita qualche parola di chiarimento. Il sensibile comune è l’intersezione di una intersezione. È luogo di sovrapposizione tra modalità sensoriali, è forma pubblica di convergenza della sensibilità propria della specie umana. È l’arrivo della mirabolante cioccolata americana in una Roma finalmente libera dal nazi-fascismo: aroma di un prodotto sconosciuto, segnaposto di un mondo nuovo. Il sensibile comune è sintomo concreto di un ribaltamento di gerarchie: nella classifica tra le modalità sensoriali; nell’ordine politico che stabilisce sommersi e salvati.

Due condizioni di possibilità. Un nuovo sensibile comune trae esempio dal vino, dunque, se e solo se incarna due sovrapposizioni antropologiche. La prima è tra percepire e fare: a differenza delle api in volo, io gli aromi non li trovo, li produco. Nuovo sensibile comune significa nuova produzione di ciò che si sente. Per questo motivo, la seconda sovrapposizione è apparentemente bizzarra poiché sovraincide percepire su percepire: i sensi non sono cinque canali a sé stanti, ma articolazioni fluide dei modi nei quali l’Homo sapiens prova a costruire le modalità per salvare la pelle5.

Il culto diffuso per l’eleganza di chi sputa per non ingerire non fa altro che proporre la fotocopia a rovescio della sguaiatezza con la quale l’alcoolista beve per dimenticare. Il primo non manda giù perché qualcuno lo ha già saziato; il secondo ingurgita al fine di dimenticare le corvées di chi è chiamato a produrre per sé e per altri. Il Proust che si colma «di una essenza preziosa» è il campione sia dell’uno che dell’altro.

Note   [ + ]

1.I. Bussoni, Per una critica della ragion enoica, in S. Lorigliola (a cura di), Pastiche. Culturale materiale alla Veronelli, Edizioni del Seminario Permanente Luigi Veronelli, Bergamo 2014, pp. 24-27.
2.M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Dalla parte di Swann, Mondadori, Milano 1995, pp. 55-56.
3.W. Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino 1995, p. 91 e sgg.
4.S. Freud, Il perturbante, in Opere, IX, L’Io e l’Es e altri scritti 1917-1923, Bollati Boringhieri, Torino 1977, pp. 77-118.
5.M. Mazzeo, Storia naturale della sinestesia, Quodlibet, Macerata 2005.

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