Perché abbiamo vinto

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Claudio Cintoli e Marcanciel Stuprò, Liberazione N.d.R. 21. 03. 1974.

Non è un caso che il ritorno di un po’ di politica in Italia, del senso di un campo di forze tra le quali scegliere, sia coinciso con il referendum di oggi, esercizio diretto di democrazia dove il cittadino interviene, senza mediazione partitica, sul contenuto di una riforma costituzionale.

Ci muoviamo, mentre scriviamo, nel campo delle supposizioni, a urne aperte, come a dire a operazione al cuore del paese non conclusa, ma il dato dell’astensionismo sembra essere particolarmente ribassato, segno che chi nel passato non ha trovato ragioni per rispolverare la propria scheda per votare non l’ha fatto né per pigrizia né per sfiducia, ma perché non leggeva nelle competizioni elettorali la proposizione di una vera alternativa: il voto non spostava di un centimetro il commissariamento ordoliberista cui siamo stati abituati dalla caduta di Berlusconi in poi.

Sia che a recitare sulla scena ci fosse Monti oppure Letta, fino alla sciagura rappresentata da Renzi, i governi hanno avuto una sola unica missione: smantellare il welfare state, eseguire alla lettera le indicazioni di una Bruxelles con molta austerità e pochissima solidarietà, fare del dissenso al pensiero unico una caricatura infantile, sganciare l’individuo dalla collettività di riferimento, inasprire i dispositivi di controllo e paura.

Ma a un rapido zoom la galassia di elettori che oggi si sono lasciati sfuggire l’occasione di stare a casa, incoraggiata, con forza, dagli ultimi vent’anni di governo, sembra consapevolmente lacerata. Parliamo chiaramente della nostra parte, vale a dire facciamo fuori le motivazioni becere dei leghisti, le motivazioni rancorose dei grillini, le motivazioni stanche del centro destra (si possono ancora chiamare forzisti?).

Concentriamoci sulla galassia della sinistra, quella ammazzata da Vendola e Fassina, prostrata dai non interventi della Cgil, quella che vive la stagione attuale dei comunicati stampa di Renzi e delle analisi della Boschi, come un teatro dove la tragedia determina risate isteriche, dove non cessa di tessersi l’incredulità. Quella galassia che ha respirato vedendo solo pochi giorni fa milioni di donne arrabbiate, e non indignate, sfilare in piazza contro una violenza politica, sociale, economica e domestica cui si sono stancate di sottostare.

Ecco è in questa nostra galassia familiare che qualcosa oggi è successo. Tessera elettorale nuovissima per ripetuti disusi, si è scelto di andare a votare. E di votare no. Perché non passi, con la stessa misera e arrendevole facilità con cui è passato lo sconvolgente jobs act, l’ennesimo tentativo di rendere le istituzioni, che mai ci sono piaciute, ancora più odiose nel loro dover incarnare la legge (unica) del più forte.

Per alcuni è stata sufficiente la motivazione in base alla quale se una riforma l’ha scritta Renzi è necessario opporsi. Analisi impeccabile. Altri sono andati più a fondo: hanno visto nel tentativo di avocare competenze trasferite agli enti locali, all’epoca che sembra preistorica della riforma del titolo V della Costituzione, il vorace desiderio di eliminare la possibilità che proprio dai territori vengano fuori anomalie ingestibili.

Basti pensare a Napoli, che ambisce a essere città-rifugio in aperto contrasto con la gestione dei migranti voluta da un’Europa che, ferocemente, ha firmato un accordo con la Turchia per far si che la disperazione di quei corpi uscisse dal nostro «occidentale» campo visivo, prima, e dalle nostre «occidentali» coscienze poi.

Ma se questa riforma, sulla quale siamo chiamati a esprimerci, ha tra le altre finalità anche questa, allora possiamo dirci che un po’, e a prescindere dal risultato che arriverà stanotte, abbiamo già vinto: le nostre coscienze fanno ancora paura. Esse possono ancora qualcosa.

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