Onesto a chi?

La guerra santa alla corruzione

Marko Pogacnik (OHO group), Pop object (telephone), 1965, mixed media, 150 x 285 x 550 mm, Marinko Sudac Collection (1000x531)
Marko Pogacnik (OHO group), Pop object (telephone), 1965.

Che l’onestà sia una virtù, chi mai lo negherebbe? E che la corruzione in politica sia un problemaccio serio, come se ne potrebbe dubitare? Ci vogliono tempo e costanza e cecità per rendere controproducenti campagne tanto ovvie, dannosa l’invocazione di obiettivi tanto indiscutibili. In Italia è capitato. Da noi la guerra santa contro la corruzione e il vessillo dell’onestà riescono a fare più danno dei ladri e dei corrotti, e sì che ce ne vuole.

Questione di misura, almeno in parte. Intascare mazzette è una cosa, parcheggiare in sosta vietata, dimenticarsi un saldo come capita a chiunque, pagare il pranzo con la carta di credito dell’Ente o dell’azienda, e alzi la mano chi non lo ha mai fatto, tutt’altra. La crociata in nome della legalità ha finito per infilare nello stesso mazzo un po’ di tutto, con risultati che non sfigurerebbero nella più surreale commedia dell’assurdo. Un ministro si dimette per aver accettato che il figlio si tenesse l’orologio di lusso che gli era stato incautamente regalato, un’altra ha fatto appena in tempo a vedere il dicastero prima di abbandonarlo per un pagamento irrisorio dimenticato dal marito. In compenso il sottosegretario Castiglione, coinvolto nel versante più lercio dell’affaire Mafia Capitale, robetta come migranti e C.A.R.A. di Mineo, resiste ottimamente al proprio posto.

Più che a una crociata la campagna per l’onesta somiglia a una roulette russa. Un gioco sinistro in cui chiunque può essere colpito, nel quale tra reati da far tremare le vene ai polsi e ordinarie scorrettezze non passa differenza, e l’accusa di non essere adamantini è solo un’arma da usarsi appena possibile nello scontro politico. Un calvinismo caricaturale, in cui nessuno s’illude e neppure davvero si propone di modificare niente: Fatto salvo, se appena ci riesce, l’abbattimento del nemico di turno, esercizio nel quale il solo potere che non debba rendere conto a nessuno del proprio operato, quello in toga, eccelle.

Una decina d’anni fa il profeta di questo posticcio integralismo legalitario, Marco Travaglio, pubblicò un libretto che nei discutibili sogni dell’autore avrebbe dovuto costituire una sorta di lista di proscrizione elettorale. Erano indicati, con l’acutezza e la capacità di distinguere propria degli elenchi telefonici, i candidati che il popolo ghigliottinante avrebbe dovuto non votare perché tarati da condanne e più spesso da mere imputazioni: dalla multa all’omicidio, che tanto sempre di legalità si tratta. La stessa demente furia, più religiosa che politica, rimbomba oggi del grido di battaglia dei pargoli di Beppe: «Onestà, onestà!».

Il problema non è naturalmente chiedere che chi fa politica sia onesto, ma confondere l’onestà con la politica. Il caso di Roma è esemplare, essendo la capitale per definizione il primo focolaio d’infezione nonché la casa madre dello scandalo più strombazzato del nuovo secolo, Mafia Capitale. I conti dicono però che il giro d’affari dei «mafiosi» era roba da ridere paragonato a quello vorticoso messo in moto dalla kafkiana vicenda della Metro C: un disastro che deriva da scelte amministrative poggiate su una legge dello Stato, quella che porta il nome del ministro Lunardi e che ha determinato quasi tutti gli scandali nelle opere pubbliche dal momento del suo sciagurato varo in poi. Paragonati ai danni provocati da quella scelta politica, le malversazioni di Massimo Carminati sono marachelle.

La vulgata produce confusione anche maggiore quando si tratta di definire le responsabilità per la situazione economica di un Paese che bordeggia sul confine del naufragio. Di chi la colpa, se non dei corrotti? Solo che «i corrotti» e la corruzione, che in una certa misura è inscindibile dalla gestione del potere e dunque dalla politica, non sono nati con Bettino Craxi. C’erano già, come tonnellate di carta stampata d’epoca attestano, ai tempi del «boom». Non risulta che il rimpianto miracolo economico sia stato frenato dalle scarpe spaiate di don Lauro e neppure dalla mitica clientela democristiana.

Andrebbe poi almeno dimostrato che alle commesse ottenute per vie traverse corrispondano lavori eseguiti peggio. Nessuno, ad esempio, ha mai mosso una simile accusa alla cooperativa 29 giugno, cuore di Roma Capitale. Del resto, se così fosse, non si capirebbe bene perché ai bei tempi di tangentopoli non siano state passate per le armi tutte le principali aziende italiane, che di esborsi in cambio di appalti ne sapevano parecchio. Non si tratta di assolvere i corrotti dalle loro colpe. Ma non c’è neppure bisogno di addossar loro quella di una crisi per la quale andrebbe presentato il conto a una legione di potenti, e agli onesti non meno che ai lestofanti.

Persino volendosi accodare alla rituale maledizione collettiva della Casta per eccellenza e antonomasia, quella dei politici, la corruzione non è probabilmente il limite più esiziale di un ceto politico effettivamente degno più della serie C1 che della B. I calcoli di bottega, di partito, di corrente, di singoli esponenti, rendono ragione del disastro più delle mazzette: la miopia di strategie poltiiche fatte sempre adoperando come bussola la convenienza a breve, l’abitudine perversa di misurare tempi e calibrare scelte in base ai rapporti di forza del momento, la guerricciola permanente che si combatte ovunque, dall’ultima amministrazione locale alle solenni aule del Parlamento, danneggiano il danneggiabile più delle tangenti.

L’ingenutà di alcuni, la superficialità di molti, il calcolo freddo di pochi ma potenti hanno fatto sì che, in 25 anni tutti da dimenticare, la lotta, in sé encomiabile, contro la corruzione sia diventata uno specchietto per le allodole, la via più facile per sviare l’attenzione, il più classico tra gli obiettivi di comodo. Un non-rimedio peggiore del male.

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