Morire di classe

Storia di Antonia Bernardini, subalterna e sconfitta

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Cesare Pietroiusti, Lasciatemi Perdere - «There is no place like home», Performance Roma, settembre 2014.

È dalle pagine del manifesto che, il 7 gennaio del 1975, Luigi Pintor scriveva parole definitive sulla morte di «un’innocente arsa viva» nel rogo del suo letto di contenzione. «Una donna povera di mezz’età» internata nella sezione agitate e coercite del manicomio giudiziario di Pozzuoli dove arriva nell’ottobre del 1973. «Una donna che aveva addosso lo Stato tutto intero» e che, in poco più di un anno, è stata perseguitata e uccisa dal dispositivo perverso delle sue istituzioni. La notizia della sua morte rimbalza sulle pagine dei quotidiani e crea scompiglio in un’opinione pubblica fino troppo abituata a rassicuranti resoconti giornalistici della vita manicomiale.

Antonia Bernardini è invece una subalterna, marginale e sconfitta. Sul suo corpo è stato posto lo stigma indelebile della follia e della pericolosità sociale. Ma la sua morte mette inaspettatamente l’intero sistema sotto processo. Agita istituzioni e partiti. Pone, con incredibile forza, interrogativi politici mai nominati prima. Mette a nudo un dispositivo repressivo che sequestra e silenzia, con metodica efferatezza, le vite degli ultimi. Nei manicomi, come in carcere, si muore in primo luogo di classe – scriveva Franco Basaglia in un fondo de Il Corriere della Sera. A distanza di quarant’anni Antonia Bernardini ci convoca ancora perché l’orrore che ha patito ci desti dal sogno di una giustizia uguale per tutti. Gli atti processuali, le cartelle cliniche, i fatti della sua vita, il panorama giornalistico e televisivo dell’epoca sono raccolti ora da Dario Stefano dell’Aquila e Antonio Esposito in Storia di Antonia. Viaggio al termine di un manicomio (Sensibili alle foglie, 2017): un’inchiesta condotta con passione e metodo, una botola che si apre e fa luce nei cunicoli della cura della malattia mentale in un paese democratico.

La biografia clinica di Antonia ha un lungo passato. Il primo ricovero in manicomio risale ai suoi sedici anni. Da lì, una interminabile sequenza di internamenti, alcuni dei quali volontari, ripetuti elettroshock, neurolettici, camice di forza e letti di contenimento. Nessun medico collega i sintomi che la paziente presenta con l’ambiente nel quale vive: l’infanzia con un padre violento, il degrado delle borgate romane, un marito assente, una malattia – la tubercolosi polmonare – curata nei sanatori. A questo inferno quotidiano, Antonia risponde con una ostinata incapacità a piegarsi all’ingiustizia e alla stigmatizzazione sociale. I suoi frequenti «stati di eccitamento» ascrivibili d’ufficio al «patologico» sconfinano, in una scontata sequenza, nel crimine.

Ad Antonia accade il 12 settembre del 1973, che un banale diverbio con un pubblico ufficiale in borghese, alla stazione Termini di Roma, la strappi via dal mondo, per consegnarla agli istituti di pena, dove non esiste riabilitazione e non esiste cura. «Un morso guaribile in quattro giorni» – questo il trauma che Antonia procura al militare: scatta immediato l’ordine di arresto. La donna è condotta a Rebibbia. Da qui è trasferita al manicomio romano di Santa Maria della Pietà perché dichiarata «particolarmente aggressiva». Antonia tenta di difendersi, assistita da un avvocato d’ufficio, raccontando la sua versione dei fatti, ma quale attendibilità possono avere le parole di una pazza? La sua verità è allucinata e compromessa. Si convalida l’arresto e si dispone la custodia cautelare presso il manicomio provinciale. L’assurdo congegno di colpa e malattia, pena e cura, reato e sintomo è ormai innescato. Lo stesso iter formale che segna i ripetuti trasferimenti di Antonia dal carcere al manicomio mostra inadempienze, lacune, ritardi. Tra la cancelleria del Tribunale e la direzione degli istituti carcerari e manicomiali le ordinanze si moltiplicano e si perdono.

Di urgenza in urgenza, la detenuta, l’internata, la malata, la criminale Antonia Bernardini arriva nell’ex-convento di Pozzuoli, a picco sul mare. Qui per cinque giorni è legata al letto di contenzione senza alcuna motivazione reperibile negli atti. I quattordici mesi che seguono sono il normale svolgimento della vita di un’internata in custodia cautelare all’interno di un lager. Un luogo che solo l’ipocrisia sociale definisce, ancora oggi, ospedale psichiatrico-giudiziario o anche casa di cura e custodia. Antonia subisce misure disciplinari disumane che hanno come unico scopo quello di rendere mansueti i corpi e rispettose le menti. Corpi considerati dalla medicina e dalla legge, ordigni esplosivi da immobilizzare con le fascette con i legacci della camisolle chimique, una somministrazione di farmaci invalidanti che, a partire dagli anni Cinquanta, la psichiatria sperimenta sulle cavie dimenticate dal mondo. A garantire la piena realizzazione di questo metodico piano di disumanizzazione, la vigilanza delle suore, ancelle spirituali della rieducazione delle prigioniere. Dalla sala di rianimazione del Cardarelli dove viene condotta d’urgenza il 28 dicembre del 1974 con gravissime ustioni su tutto il corpo, mentre lotta tra la vita e la morte, Antonia dichiarerà al pubblico ministero: «C’è una suora Anna Teresina che mi metteva ai lavori forzati. Ci legava come Cristo in Croce».

Si apre il processo. Un’inchiesta ministeriale. Si appura che la pratica della contenzione era disposta, su richiesta delle suore, dal medico di turno. Sul registro non sono riportate motivazioni e termine della misura prescritta. Le firme del responsabile erano apposte prima ancora che fosse applicata. Cominciano le ipotesi. Forse Antonia voleva fumare e accidentalmente ha lasciato cadere la sigaretta: la contenzione prevedeva, quindi, tempi tanto lunghi di solitudine da poter accendere una sigaretta, fumarla e poi spingere il mozzicone chissà dove? Ipotesi due: una compagna l’ha uccisa, anche se era sola in stanza. Ipotesi numero tre, la più feroce: si è suicidata perché malata mentale. In questa ipotesi abita un’altra perversione dei meccanismi di controllo. Se si uccide un figlio si sottopone l’assassino alle perizie per stabilire se l’assassino è capace di intendere e di volere, come si classifica la «normalità» per la legge. Ma se una donna si dà fuoco perché legata da 43 giorni per un reato minimo, si presuppone che la sua patologia mentale abiti ogni suo atto, anche quello, «normalissimo» di cercare di richiamare l’attenzione di qualcuno in un modo eclatante. Gridava da diverse ore chiedendo un bicchiere d’acqua.

Dopo il processo di primo grado, che commina qualche responsabilità, arriva la sentenza d’appello: nessun è imputato è colpevole. Che la Bernardini fosse legata rientrava nelle possibilità terapeutiche a disposizione dei medici. Quello in cui è arso un letto con dentro una donna, era dunque uno scenario lecito. Se fosse una storia passata, potremmo dire che l’umanità degli uomini è comunque un valore in divenire. Ma la storia di Antonia rivive, ancora e ancora, nei «centri» dove i migranti, sopravvissuti ai loro naufragi, colpevoli solo di voler vivere, sono accolti ogni giorno. In un dispositivo psichiatrico che continua a operare, con ottusa ferocia, dentro e fuori alle sue residenze.

 

Questo articolo è uscito anche su il manifesto il 25.11.2017 con il titolo L’infernale elletroshock del quotidiano.

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