Matinée Guermantes in Aula I

Una presentazione del '68 alla Sapienza

Claire Fontaine,  La société du spectacle brickbat, 2006.
Claire Fontaine, La société du spectacle brickbat, 2006.

A chiusura della sua grande saga, Marcel Proust ritrova e azzera il tempo attraverso una duplice esperienza di choc. Il selciato sconnesso del cortile, che suscita la memoria involontaria della pavimentazione della piazzetta S. Marco, e il rivedere in società i vecchi amici e nemici dopo un lasso di tempo imposto dalla guerra e dalla malattia. La scoperta della durata qualitativa e quasi di un nunc stans eterno si associa indistricabilmente alla consapevolezza dei mutamenti fisici e sentimentali operati dallo scorrere cronologico quantitativo.

Nella Roma di Virginia è difficile, con tante buche e sanpietrini scompaginati, ricevere certe sensazioni di temps retrouvé: sensi e psiche sono ormai atrofizzati per ripetizione ed è più facile slogarsi una caviglia che rammemorare la piazzetta veneziana. La porta della felicità, dei flussi sospesi per estasi, non si apre, non diventiamo creature affrancate dall’ordine temporale e perciò incuranti delle vicissitudini del futuro.

Resta l’altro aspetto, la rassegna delle maschere che il tempo ha sovrapposto o estratto da chi dopo lungo intervallo rivediamo, immagini proiettati su corpi noti da una malvagia lanterna magica: lo scorrere del tempo che si manifesta mediante la deformazione della materia fisica che gli è sottoposta e che rende consapevole il soggetto di quanto lui stesso si sia inavvertitamente trasformato – il segno più tragico è il rilievo compiacente «ma sei sempre eguale ad allora», già c’è uno scarto in cui hai trattenuto brandelli del tuo passato, siamo gentili. Questo, ahimé, è il senso di riconoscersi negli altri e attraverso gli altri. Diventare per un’altra generazione (dice Proust) l’orizzonte che un tempo noi contemplavamo con irridente baldanza e ansia di cancellazione. E invece annegare in una comunanza indistinta, in una luce onirica e obliosa chi un tempo ci era amico e chi avversario, quasi i contrasti di idee che ci avevano diviso (e dunque quelle stesse idee) avessero perso ogni importanza rispetto a una valanga che tutta sta travolgendo e coprendo di una coltre silenziosa. Ma allora, ne valeva la pena? Cosa è restato di una storia pacificata in una smemorata celebrazione? Cosa fu il ‘68? Perché rievocarlo a scadenza fissa?

Forse aveva ragione il vecchio gesuita curioso: c’erano tanti contenuti studenteschi, operai, civici, ma una cosa sovrastava le altre, secondo un incipit memorabile: «Lo scorso maggio la parola è stata presa come nel 1789 è stata presa la Bastiglia». Diritto di parlare a nome proprio, non di un corpo già costituito. Parola non preventivamente autorizzata e codificata da un padrone o da un algoritmo, parola di parte, dunque, non verità neutra. La solitudine veniva scongelata nella stessa misura in cui si praticava l’autonomia nel gesto di prendere la parola. Diritto che precedeva e fondava tutti gli altri, anticipazione che radeva al suolo ogni realismo della mediazione, atto poetico (poietico) di massa.

Nella performance parola e azione producono il nuovo e, propriamente, il politico, cioè la relazione fra differenze. Lo scacco è già tutto calato nel gesto, ma quel gesto, una volta compiuto, è irreversibile, infinitamente riproducibile e mai identico a se stesso, dunque mai ripetibile come è stato, una forza originaria mai «commemorabile». De Certeau lo mette in bocca ai suoi rivoltosi: «Il potere non può più entrarci dentro. Noi non portiamo più rispetto. Non lasciamo più alcuna presa all’autorità». Un altro prete l’aveva detto in Mugello: «L’obbedienza non è più una virtù».

Il Medesimo ha perso la sua aura, l’esteriormente ripetuto (la protesta, lo sciopero, la rivendicazione) è ogni volta un ché di diverso che riceve senso dall’incontro congiunturale fra tecnologia di dominio e invenzione ribelle. Il braccialetto elettronico di Amazon non è la catena di montaggio della Fiat, il rider è e non è il vecchio cottimista, il gioco delle analogie ipnotizza e ratifica soltanto la continuità psicologica del testimone – una cosa di cui ce ne frega quanto gli alberi genealogici nobiliari e le vetrate gotiche della Recherche. In realtà, commemorazione e continuum storico negano in anticipo la possibilità dell’oggetto che si pretende di conoscere, sostengono tacitamente che non possa succedere nulla se non quello che abbiano già pensato.

Prende allora senso la paradossale constatazione che fece Maurice Blanchot su quello stesso Maggio e che in parte possiamo applicare al nostro ’68: è come se il popolo di Israele si fosse riunito in vista dell’Esodo e poi avesse dimenticato di partire. Una fraternità esplosiva dell’essere-insieme, un indeterminato immediato-universale, da subito sull’orlo dello scioglimento. Gli obiettivi proclamati, quelli irraggiungibili, quelli parziali raggiunti e integrati nel sistema e nel costume (secondo il modello della rivoluzione passiva) – tutta questa sommatoria conta relativamente poco ed è del tutto indifferente alle generazioni successive, che non hanno più gli stessi nemici e hanno soddisfatto alcuni bisogni che allora li avevano mobilitati. La commemorazione dei contenuti, oltre a essere ontologicamente impossibile, fallisce pure sul piano mediatico: interessa solo i reduci, litigiosamente divisi fra nostalgici e rinnegati.

Solo una rinnovata presa di parola può riaprire l‘Esodo, produrre al limite nuovi futuri ricordi. L’Onda, senza troppo saperlo, festeggiò il ’68. Non una di meno lo sta festeggiando. Con ingiusta ma giustificabile indifferenza – chi vive non sta a badare alla riproduzione cellulare. Il saggio medita sulla vita e men che meno sulla morte.

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