L’opera viva nella metropoli

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Claire Fontaine, Situations, 2011. Photo by James Thornhill

Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati 

«Mamma Roma addio», così recita la memorabile canzone del nostro bardo dei bardi Remo Remotti, «E me andavo da quella Roma addormentata, da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, quella Roma del volemose bene, annamo avanti, quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei sali e tabacchi, degli erbaggi e frutta, quella Roma dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, dei maritozzi colla panna, senza panna, delle mosciarelle. Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ci voleva una raccomandazione…».

Eppure quella Roma provinciale dalla quale il giovane Remotti se ne andava all’inizio degli anni Cinquanta, quella Roma dove nel 1956 Franco Cagnetta, antropologo, organizzava insieme a Franco Pinna, fotografo, un’inchiesta sul Mandrione, la borgata dei baraccati, degli zingari e delle prostitute, non molto tempo dopo sarebbe diventata una Roma internazionale. La Roma «americana» di Piazza del Popolo e del Bar Rosati, la Roma dei «maestri del dolore», delle gallerie La Tartaruga di Plinio de Martiis e La Salita di Gian Tomaso Liverani, la Roma agostana e deserta di Bruno Cortona al volante di una Lancia Aurelia.

Un’altra Roma, quella della «comune» che si inaugura a Valle Giulia, quella dell’Autonomia e del ’77, del Beat 72 di Simone Carella, degli Incontri Internazionali d’Arte a Palazzo Taverna e de L’Attico di Fabio Sargentini 

Anni seducenti che si chiudono con la morte prematura di Pino Pascali nel 1968, ma sono subito seguiti da un’altra Roma, quella della «comune» che si inaugura a Valle Giulia, quella dell’Autonomia e del ’77, del Beat 72 di Simone Carella, degli Incontri Internazionali d’Arte a Palazzo Taverna e de L’Attico di Fabio Sargentini, il garage di via Beccaria che, insieme a Contemporanea, la mostra curata nel 1973 da Bonito Oliva nel parcheggio sotterraneo di villa Borghese, rivoluziona lo spazio dell’arte. L’Attico chiude nel 1976, allagato con 50.000 litri d’acqua diventa per tre giorni, dal 9 all’11 giugno, un lago incantato che si offre allo sguardo del pubblico, e la galleria con i suoi artisti si trasforma in una battello in viaggio sul Tevere, una performance immortalata da Claudio Abate.

Con L’Attico in viaggio si chiude un’epoca, gli anni Settanta finiscono lì, ma Roma è ancora viva e diventa di nuovo un’altra, quella dell’Estate romana di Renato Nicolini e dell’effimero, del Caffè della Pace, della Transavanguardia, della Nuova Scuola Romana e dell’Astrazione Povera, la Roma fondata dai Sumeri di Gino De Dominicis e di altri giovani leoni che il dolore della sconfitta lo affogano nella potenza dell’immagine e del colore. Poi, dopo anni di silenzio, ancora un sussulto, Roma conosce il ruggito della Pantera e dell’Onda Rossa Posse, diventa la Roma dell’Autori Messa di Matteo Boetti e del Mascherino di Stefano Dello Schiavo, la Roma delle Disordinazioni, delle piccole case editrici indipendenti e delle molte giovani e intraprendenti promesse.

Finché Roma si trasforma di nuovo e diventa «la comune dei beni comuni», quella dei molti laboratori culturali e politici, degli spazi occupati e recuperati, dell’Angelo Mai, di Esc e della sua Libera Università Metropolitana, del Teatro Valle e poi del primo museo abitato al mondo, il maam – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia 

Poi ancora l’apnea finché Roma si trasforma di nuovo e diventa «la comune dei beni comuni», quella dei molti laboratori culturali e politici, degli spazi occupati e recuperati, dell’Angelo Mai, di Esc e della sua Libera Università Metropolitana, del Teatro Valle e poi del primo museo abitato al mondo, il maam – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia che pone al centro la questione delle politiche abitative e di quelle culturali, del Museo d’arte contemporanea e delle sue trasformazioni. Una comune internazionale che però soffoca incredibilmente sotto i colpi di una politica che non ama il conflitto e brandendo l’arma retorica della legalità vuole fare il deserto, sgomberare la vita per fare spazio all’opera morta che avanza.

Nel giro di pochi mesi Roma sembra ancora una volta in apnea, condannata nuovamente a diventare un paesone alla periferia dell’Europa come ai tempi dell’ultimo papa Re. Eppure quello stesso papa se l’era data a gambe rincorso dai venti rivoluzionari del 1848, e questa città conobbe allora la straordinaria esperienza della Repubblica Romana in difesa della quale giunsero giovani da tutta Europa. E davvero allora per pochi mesi questa città divenne moderna, catapultata nel cuore dell’Europa e della sua storia democratica e repubblicana. Viene allora da pensare che Roma, questa Roma nemica del Quinto Stato, dei lavoratori della conoscenza che la abitano e la attraversano producendo ricchezza e innovazione, questa Roma che sembra ridiventare quella provinciale della rendita dalla quale se ne andava disgustato il giovane Remotti, non abbia bisogno di una nuova amministrazione, ma piuttosto di un nuovo moto di democrazia assoluta.

Un moto che dia vita a una Libera Repubblica del Quinto Stato, che issi lo stendardo della sua libertà con impresse le lettere lrqs 

Un moto che dia vita a una Libera Repubblica del Quinto Stato, che issi lo stendardo della sua libertà con impresse le lettere lrqs. Da Parigi ha iniziato a spirare un vento che fa ben sperare e riaccende le speranze sul Continente e su questa città, perché ricordiamocelo lo spazio e il destino di questa Libera Repubblica romana non potranno che essere quelli dell’Europa.

E se nel 1849 il moto rivoluzionario durò solo pochi mesi e poté essere soffocato da quella generale controrivoluzione che, non solo in Italia con il processo di unificazione nazionale, ma in tutto il Continente, arrestava la costituzione di assetti politici più avanzati e radicali, ora che il Quinto Stato è tutto è possibile pensare che la forma non possa che scaturire dalla materia e in questa resistere in quanto espressione del suo potere che coincide con la potenza di produrre e di innovare. Insomma, la materia che il Quinto Stato è non può che esprimersi attraverso la forma di una libera Repubblica della democrazia assoluta che sappia mantenerne viva nel tempo la potenza creativa e produttiva, evitando la corruzione con la sua continua innovazione istituzionale.

Questa città, che conta il più alto numero di occupazioni a scopo abitativo in Europa e possiede uno straordinario patrimonio immobiliare pubblico da sottrarre alla speculazione, dovrà essere la Repubblica dello sciame, delle innumerevoli singolarità differenti che la costituiscono, dovrà chiamarsi Rome al plurale e non al singolare, perché per essere una vera Repubblica bisogna che l’uno sia molti, proprio come il demone Legione del Vangelo. Allora davvero Rome, questo nome plurale di città, diventerà una città-mondo capace di rigenerarsi attraverso l’inclusione di molte diversità, una metropoli dove costruire le forme di vita che desideriamo, quelle forme di vita che ci faranno più liberi e felici. Diventerà un’opera d’arte collettiva, la metropoli di una comune opera viva.

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