L’impresa del comune

Sindacalismo e pratiche istituenti

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Libera Mazzolenti, Luca, II – 49, 1977, fotografia con intervento tipografico e grafico, cm 30x40,5

Con il titolo Sindacalismo sociale. Lotte e invenzioni istituzionali nella crisi europea, (DeriveApprodi, 2016 – collana Alfalibri) sono riuniti un gruppo tematico di testi elaborati nell’ambito di EuroNomade nel corso del 2014-2015, particolarmente in occasione della Scuola estiva svoltasi a Passignano nel settembre 2014.

Introducendo la raccolta dei testi, dopo la crisi greca dell’estate 2015, i curatori Alberto De Nicola e Biagio Quattrocchi non si limitano a constatare come le pratiche e le forme del sindacalismo sociale siano espressione di una nuova forma della povertà (aggiorniamo con i dati Istat a luglio 2016: 4,6 mln in povertà assoluta!) e come questa segni un avvitamento e cronicizzazione della crisi economica, ma sottolineano la circostanza che, in tal modo, entrano in crisi anche le forme di governo politico della crisi.

Alla proposta dell’uomo indebitato imprenditore di se stesso si contrappone la tendenza a un’imprenditorialità del comune e a un’invenzione continua di forme di cooperazione sociale che sfuggono al controllo amministrativo e alla messa in valore 

Le figure attuali della forza-lavoro recalcitrano, infatti, ad assumere le condotte prescritte dall’etica neoliberale per mantenere e intensificare la valorizzazione capitalistica. Di qui scaturisce una sotterranea destabilizzazione e resta così aperta una situazione in cui alla proposta dell’uomo indebitato imprenditore di se stesso si contrappone la tendenza a un’imprenditorialità del comune e a un’invenzione continua di forme di cooperazione sociale che sfuggono al controllo amministrativo e alla messa in valore.

Nel saggio dei due curatori specificamente dedicato alla Torsione neoliberale del sindacato tradizionale e immaginazione del sindacalismo sociale si evidenzia come il soggetto sindacale sia diventato un’istituzione pro-attiva nello schema della governance, al pari di altri soggetti in essa coinvolti, passando, cioè, da controparte del conflitto salariale a funzione di segmentazione della forza-lavoro e di cattura della cooperazione mediante un welfare degradato a workfare o a welfare residuale. Malgrado questa sussunzione, la ripresa della rendita non traina quella dell’economia reale e la sottomissione-indebitamento della forza-lavoro si presenta come puro comando sulla vita, senza produrre effetti additivi in termini di investimenti, occupazione e consumi.

Le recenti politiche equitative non intaccano il processo deflattivo, limitandosi a cambiare le retoriche dell’austerity, con qualche effetto (nel migliore dei casi, dove ancora la produzione tira) sulla protezione di una minoranza operaia a scapito di una lunga catena di addetti ad appalti e sub-appalti che coincide spesso con una diversa divisione intra-europea del lavoro. Il workfare (spesso coinvolgente il sindacato) si fa così tecnica endogena ai dispositivi salariali e di fabbricazione del soggetto neoliberale come capitale umano.

Le contraddizioni indotte dai magri risultati pratici di questo governo della crisi e dallo sfaldamento della rete di protezione fordista emergono negli spazi di nuova sindacalizzazione e mutualismo dal basso, evocati qui e nel saggio di Adalgiso Amendola (Sindacalismo sociale: la macchina della cooperazione che politicizza le vite), nonché in rinnovati scontri di natura sindacale tradizionale, assenti purtroppo in Italia ma che si sono vivacemente manifestati in Francia dalla primavera del 2016 (lotta contro la Loi Travail, versione peggiorata del nostro Jobs Act, in concomitanza con la Nuit Debout).

Intorno alle forme e alle pratiche di questo sindacalismo si sviluppano le considerazioni di Marco Assennato (Sciopero e composizione politica), Toni Negri (Ripensando l’arma dello sciopero, con acute considerazioni sull’appropriazione cognitaria della parte del capitale fisso consistente in linguaggi produttivi, e sulla congiunzione nel social strike di momento redistributivo e momento eversivo del modello di riproduzione), di Francesco Raparelli e Cristian Sica (Incrociamo le braccia, incrociamo le lotte. Lo sciopero sociale e la nuova grammatica dei movimenti, che ricostruisce le metamorfosi storiche dell’organizzazione sindacale in Italia e rilancia nella cornice postfordista l’esperienza orizzontale della Camere del lavoro e del non-lavoro).

Un colpo d’occhio internazionale su pratiche consimili è offerto da Michael Hardt (Il sindacalismo sociale nel confine tra lotta sociale e lotta politica, con riferimenti a esperienze del Sudafrica, Usa e Inghilterra), Verónica Gago e Sandro Mezzadra (Per una nuova politica dell’autonomia. I movimenti sociali nello specchio latino-americano, sulle ambivalenze di un’economia barocca suscettibile di vari esiti, come si è visto nel biennio seguente), Lotta Meri Pirita Tenhunen e Raúl Sánchez Cedillo (Il sindacalismo sociale della PAH e il problema della verticalizzazione delle lotte, che insiste sul nesso fra movimento per la casa, la più importante sedimentazione sociale del 15M, e il nuovo municipalismo, che avrebbe portato alle grandi vittorie di Madrid e Barcelona), infine Dario Azzellini e Alioscia Castronovo (Fabbriche recuperate e nuova istituzionalità mutualistica, che analizzano tanto le Empresas recuperadas argentine quanto analoghi casi europei, dalla Ri.Maflow di Milano, alle Officine Zero di Roma, alla Vio.Me di Salonicco e alla Kazova Tekstil di Istanbul).

Affermare un welfare del comune significa individuarne una dimensione che superi i limiti del sovranismo e trovi lo spazio adatto per la richiesta di un reddito di base individuale e incondizionato (in primo luogo non condizionato da una cittadinanza nazionale) 

Torniamo al saggio introduttivo De Nicola-Quattrocchi, laddove gli autori mettono in guardia dal rischio che le esperienza di nuovo sindacalismo e mutualismo sociale siano riassorbite dalla normalizzazione amministrativa perseguita da una governance tanto più verticale ed esclusiva quanto incapace di controllare la crisi. La normalizzazione consiste nel sussumere più che nel reprimere (tranne in casi di emergenza), al limite nell’estrarre valore anche dall’autorganizzazione sociale come da altre forme di vita.

Affermare, per esempio, un welfare del comune significa individuarne una dimensione che superi i limiti del sovranismo e trovi lo spazio adatto per la richiesta di un reddito di base individuale e incondizionato (in primo luogo non condizionato da una cittadinanza nazionale, che possa costituire anzi un fattore di integrazione dei migranti). Questo è l’opposto di un’illusoria autonomia del politico immaginata a complemento di un sindacalismo sociale subalterno e locale e può perfino entrare in contraddizione dialettica con esperienze positive di riorganizzazione da sinistra o dal basso.

Significativa è al proposito la conclusione dei compagni spagnoli, che pongono certamente sullo sfondo del municipalismo e della PAH anche la costituzione di una forza politica autonoma quale Podemos: «Abbiamo bisogno di una marea del sociale di fronte all’autonomia del politico e di garanzie materiali della continuità di un processo di trasformazione progressiva tanto a livello della soggettività quanto a livello dell’intelligenza collettiva che sappia rispondere alla mutevolezza della congiuntura».

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