L’Europa dei crocevia

Sulle anime in movimento

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Giuseppe Chiari, Senza titolo N.d.R., 29. 03. 1976.

Una collettività si è ritrovata dentro un’enorme e infinita diaspora, fatta di tanti sogni, di grandi ambizioni, di nuovi incontri e nuovi amori, di vite diverse e di scoperte irrinunciabili, ma anche di precarietà 

Per varie vicissitudini della vita, dopo qualche anno da studentessa fuori sede a Pisa, mi sono spostata prima in Francia e poi in Portogallo, e nel giro di poco tempo mi sono ritrovata catapultata in una vita molto più mobile di quanto pensassi. Alcuni dei miei amici più stretti, con i quali avevo condiviso gli anni dell’Università e tante altre cose che, come al solito, circondano l’Università, erano partiti prima di me. Via via col passare del tempo siamo stati sempre di più ad essere sparsi per l’Europa e non solo. Così un gruppo coeso e affettivamente molto legato di amici e di compagni, una collettività, si è ritrovata dentro un’enorme e infinita diaspora, fatta di tanti sogni, di grandi ambizioni, di nuovi incontri e nuovi amori, di vite diverse e di scoperte irrinunciabili, ma anche di precarietà, di solitudine, di mancanza, di distanze. Mano a mano che ognuno di noi si spostava, incontrava e incrociava altri pezzi di altre diaspore che si connettevano; così sono nate reti mobili sempre più estese.

Venivamo da un’esperienza di vita comune, di attivismo politico, e d’intensità condivise quotidianamente. Eppure nessuno di noi avrebbe mai rinunciato alla partenza. Volevamo andare, non volevamo restare, volevamo vedere il mondo e provarle tutte, senza paura. Ora che un po’ di tempo è passato, non abbiamo smesso di voler vedere mille posti e vivere mille vite, ma ci è mancato e ci manca un modo per muoverci collettivamente pur nella distanza. Abbiamo vissuto con difficoltà l’impossibilità di mettere in comune la nostra condizione attuale, mobile, sfuggevole, in perenne cambiamento. D’altra parte, la condizione di chi si sposta continuamente è qualcosa che ci ha accomunato a moltissime delle persone che ognuno di noi ha incontrato lungo la sua nuova strada. Così abbiamo cominciato a riflettere e a pensare a come creare uno spazio in cui raccontare queste vite e fare rete attraverso queste esperienze comuni.

CrossRoads è un progetto nato dall’esigenza di provare a dare voce a tutti coloro che migrano in Europa per studio o per lavoro, e che si spostano con le temporalità tipiche della vita mobile. La nostra esperienza, che ho raccontato poco sopra, è molto parziale, è «una storia» delle tante che vogliamo si incrocino dentro CrossRoads. Ci sembra, infatti, che sulla condizione di quelli che vengono tristemente definiti «expat» si condensino una serie di narrazioni stereotipate che difficilmente lasciano spazio alla complessità.

Da un lato la grande retorica della fuga dei cervelli schiaccia il ruolo di chi resta nel proprio paese sulla figura di chi evidentemente non è un gran cervello, dall’altro fa risultare la vita di chi è migrato come sempre migliore a quella di chi resta 

Da un lato la grande retorica della fuga dei cervelli schiaccia il ruolo di chi resta nel proprio paese sulla figura di chi evidentemente non è un gran cervello, dall’altro fa risultare la vita di chi è migrato come sempre migliore a quella di chi resta, dipingendo questo grande e bellissimo mondo «altro» che sarebbe «l’estero». CrossRoads vuole trovare un modo di raccontare l’esperienza e la condizione di chi migra senza contrapporla a quella di chi resta, dare spazio a una generazione di raccontarsi, attraverso forme di auto-narrazione che siano per noi anche terreno d’inchiesta. Quali sono le passioni di chi migra? Dall’ebrezza e l’euforia della nuova vita, dall’ambizione di una vita migliore, fino alla frenesia dell’ipermobilità, alle ansie da prestazione, alla nostalgia dei luoghi e delle persone.

CrossRoads vuole essere uno spazio in cui si possano ricomporre e ritessere i fili di questa grande diaspora generazionale senza vittimismi né eroismi. Un crocevia, l’abbiamo chiamato così perchè volevamo sottolineare il ruolo che molti luoghi hanno per noi, luoghi di incontro, di ritorno, di ritrovo e di ripartenze, luoghi da cui partono molte strade che si diramano e poi si riannodano. Un crocevia per andare in giro per il mondo.

La rete ha un ruolo fondamentale in quest’esperienza. Lo ha, in generale, per la nostra generazione, per chi si sposta e per chi resta. Crediamo che la rete possa essere il luogo in cui ritessere i fili dei nostri spostamenti sia possibile senza prospettive di riterritorializzazione geografica. La rete come luogo per rincontrarsi ma anche per costruire forme di mutualismo, di organizzazione comune. Da tempo i social network sono strumenti fondamentali per chi migra, non soltanto per mantenere i legami con chi è distante ma anche per riconoscersi in un’esperienza comune con chi è migrato. In questo senso la circolazione di informazioni fondamentali per chi arriva, le forme di mutuo aiuto e solidarietà che si sviluppano attraverso la rete costituiscono delle pratiche di vita comune già esistente nel mondo della mobilità.

Dall’altra parte ci sembra che manchi, invece, uno spazio in cui provare a raccontare e analizzare la vita mobile attraverso le sue contraddizioni. Se da un lato è chiaro che per tutti noi la mobilità è ed è stata una via di fuga dalla precarietà, dall’altro ci sembra sempre più evidente che la mobilità non è che un altro aspetto della precarietà stessa, sempre sul confine labile tra libertà e necessità. Ed è proprio sull’insufficienza di questa dicotomia che vorremmo provare a concentrarci.

Le statistiche provano a descriverci in tanti modi ma nessuno dei dati che emergono sembra cogliere fino in fondo la vita di questa generazione mobile. Definirla «mobile» sembra essere sufficiente. Ma quali siano le aspettative, le reali condizioni di vita, le speranze, i desideri ma anche le frustrazioni, la nostalgia, la sofferenza dello sradicamento, la solitudine. Quanti alti e bassi ci siano nell’ebrezza della mobilità. Quanto sia difficile una volta partiti ammettere di voler tornare indietro, quando tutti a casa ti dicono «ma cosa ci torni a fare in Italia, resta lì che è meglio per il tuo futuro».

Ci muoviamo tra biografie e geografie e per questo ci interessano le passioni, tutte, di chi migra così come di chi vive in un mondo mobile pur non spostandosi 

Non ci interessa dividerci fra chi vuole restare, chi vuole tornare, chi se ne vuole andare. Ci muoviamo tra biografie e geografie e per questo ci interessano le passioni, tutte, di chi migra così come di chi vive in un mondo mobile pur non spostandosi. Vogliamo indagarle andando fino in fondo, vogliamo capire e dare una voce all’esigenza di vedere il mondo intero, vogliamo rivendicare il diritto di farlo per noi e per tutti, ma vogliamo provare a dare un punto di vista interno alla narrazione di queste vite. Se ci chiamano la generazione erasmus, la generazione Schengen, la generazione mobile, vogliamo avere uno spazio per scoprire ciò che ognuna di queste cose rappresenta per noi.

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