L’etica della sfiga

Claire Fontaine Arbeit Macht Kapital 2012
Claire Fontaine. Arbeit Macht Kapital, 2012.

Essere lavoratori produttivi non è una fortuna, ma una sfiga 

Partiamo da un assunto generale. Essere lavoratori produttivi non è una fortuna, ma una sfiga (kein Gluck, sondern ein Pech) ­ affermava Marx ­ e questo vale sia nel lavoro fordista che in quello postfordista, sia per l’operaio di fabbrica tradizionale che della sharing economy, sia per partite Iva che per altre figure. Si tratta infatti di produttività non in senso materiale, di oggetti fisici, ma di plusvalore comunque estratto.

Quindi, come ieri eravamo contro l’ideologia e l’etica del lavorismo fordista, oggi dobbiamo stare in guardia contro l’etica dei nuovi lavori postfordisti. Se ieri (ma in certi ambienti ancora oggi) si cercava di nobilitare lo sfruttamento industriale socialista o capitalista con la partecipazione morale degli sfruttati, oggi è in corso un tentativo insidioso di sua legittimazione ideologica in forma di auto-inganno, quel lavoro precario e intermittente che sta diventando la regola in tutti i campi. Ciò avviene proprio in quei settori che funzionano da battistrada e parametri della precarietà generalizzata: in primo luogo l’industria culturale e l’Università, modelli di autoimprenditorialità e autosfruttamento in nome dell’eccellenza, del merito e del riconoscimento. Gli altri settori seguiranno, quale che sia il loro grado di durezza materiale.

Parlare di salario è volgare, dicono i padroni, dicono i padroncini, dicono le coop, dicono gli stessi sfruttati che rivendicano di essere imprenditori di se stessi e non dipendenti – quasi uno scongiuro in attesa di futuri straordinari guadagni. 

Il caso-limite è quello del lavoro gratuito, in cui l’autosfruttamento in nome delle aspettative future sopprime lo stesso rapporto salariato, nel senso di abolire (o differire sine die) ogni forma di reintegro dei mezzi di sussistenza della forza-lavoro e di rendere a scadenza indeterminata l’anticipo del lavoro. Un tempo assistenti volontari, aspiranti attori, grafici, giornalisti erano il soggetto sperimentale, oggi lo sono i blogger ma anche gli addetti ai servizi e alle pubbliche relazioni di una manifestazione, ciò che implica la sotto-retribuzione degli addetti fissi indispensabili o forme di cottimo ben poco al di sopra della gratuità.

In tutti questi casi, il corollario del super-sfruttamento è la beffa motivazionale. Lavorare gratis è bello, è libera attività e non lavoro esecutivo, è auto-realizzazione. Parlare di salario è volgare, dicono i padroni, dicono i padroncini, dicono le coop, dicono gli stessi sfruttati che rivendicano di essere imprenditori di se stessi e non dipendenti – quasi uno scongiuro in attesa di futuri straordinari guadagni. Per ogni effimero successo (in tal caso prontamente cooptato in più robuste strutture imprenditoriali) ci sono migliaia di start-up immaginarie.

Tutti artisti, inventori, astuti speculatori – figure ben antiche, ma riciclate in un sistema che sarebbe dominato dalla flessibilità e dalla pura immateriale conoscenza. Cosa di più immateriale della mancanza di retribuzione? Cosa di più disinteressato del tradurre gratis per figurare nel frontespizio di un libro e magari essere magnanimamente autorizzati a firmare (sempre gratis) una postfazione al medesimo? Il traduttore mastica amaro, l’editore gongola, il principio del volontariato creativo trionfa.

Nella buona scuola l’alternanza scuola-lavoro creerà l’abitudine alla servitù volontaria – quanto, del resto, alla moltiplicazione di lavori inutili, complementari alla gratuità e alla retorica attivistica. Per anni, nell’istruzione superiore, il dottorando, il post-doc, l’assegnista, il consulente ecc., in cambio dei pochi soldi che dovrebbero servirgli a studiare e a fare ricerca, si forma facendo fotocopie, scannerizzando, curando siti on line, schedando per i docenti, sostituendoli nell’assistenza agli studenti, nei seminari e negli esami, cioè mescolando compiti di spettanza delle segreterie e dei tecnici con momenti di effettiva formazione protratti però oltre ogni ragionevole limite e utili solo a colmare le carenze di organico e i buchi del turnover.

I ricercatori a vario titolo di questo tipo, secondo i dato Miur, sono in Italia 66.097, invisibili ma preponderanti rispetto a tutti gli altri dipendenti contrattualizzati in ruolo (51.839). In casi non marginali (Statale di Milano) è stato constatato che gli assegnisti hanno fatto lezione per 10,6 volte l’intera offerta formativa ufficiale, per non parlare delle varie mansioni tecniche, peritali e amministrative. Si ipotizza che il loro orario medio effettivo di lavoro, secondo sondaggi nazionali, sia di 55 ore a settimana, aggiuntivo all’attività di ricerca per cui sono retribuiti. In Italia, a differenza del resto d’Europa e della Carta Europea dei Ricercatori, gli assegnisti non sono inquadrati come lavoratori e non hanno diritto all’indennità di disoccupazione (come ribadito dalla bocciatura degli emendamenti presentati in tal senso alla legge di Stabilità 2016) – salvo a essere tassati in patria quando percepiscano borse di studio in paesi che le considerano attività lavorativa! Secondo G. Parisi, promotore della campagna internazionale Salviamo la Ricerca Italiana, lo stesso dottorato andrebbe considerato lavoro. Al contrario, per il ministro Poletti la ricerca non è lavoro e (diciamolo pure) è mera perdita di tempo.

In conclusione, l’Università italiana, in mancanza di finanziamenti, sopravvive per il non-lavoro. Al posto della retribuzione, pertanto, si incoraggia la gratuità come autostima, prestazioni super-erogatorie, cioè (nella definizione Treccani): opere buone che, pur non essendo obbligatorie né espressamente consigliate, sono compiute dai fedeli solo in quanto buone. Cosa non secondaria, fanno curriculum, e qui scatta l’estensione dall’area immateriale-culturale a ogni altra forma di attività, essendo connotata la precarietà sans phrase anche come formazione permanente, nell’ambigua identificazione fra aggiornamento e sbattersi, dove la ricerca del lavoro equivale alle peripezie ansiogene del drogato. Il processo di volontariato sperimentato nell’industria culturale e nell’Università si estende all’apprendistato gratuito per ogni tipo di lavoro in cambio di speranze di futura assunzione, come nel caso dell’’Expo e di moltissimi tirocini a salario zero.

Nel free job non è il lavoratore che vende una prestazione a qualcun altro in cambio di una contropartita monetaria, ma è il lavoro stesso a presentarsi come l’oggetto di un desiderio 

William Burroughs, molti anni fa, ebbe a dire che la Droga è il sogno di ogni merce. Quale merce, infatti, non vorrebbe stabilire un rapporto di dipendenza e desiderio così assoluto con il suo consumatore? Nel caso dei drogati, non è la merce-droga a essere venduta a un consumatore, ma il consumatore stesso a essere venduto a quella merce. Allo stesso modo, se anche il lavoro è, in fin dei conti, una merce, allora il free job può presentarsi come il sogno di tutti coloro che fanno guadagni con quella merce. Nel free job non è il lavoratore che vende una prestazione a qualcun altro in cambio di una contropartita monetaria, ma è il lavoro stesso a presentarsi come l’oggetto di un desiderio, così intenso da essere indifferente a qualsiasi contropartita. Quale capitalista non desidererebbe vivere in un mondo fatto di lavoro gratis, fatto salvo quel fastidioso inconveniente per cui in un mondo così, nessuna economia è in grado di funzionare.

E infatti, nello stesso frangente in cui il lavoro gratuito sembra assurgere a tendenza del lavoro tutto, fa la sua comparsa il suo alter ego, solo apparentemente a questo contrapposto: il lavoro inutile. Chiunque abbia avuto esperienza dei programmi di attivazione sa bene quanto l’erogazione di denaro ai disgraziati passi sempre più per questo genere di lavoro che non serve a nulla e a nessuno, ma che sta lì a garantire che l’esborso monetario sia in qualche modo legittimo. La maggioranza dei lavori che vengono offerti dai programmi per contrastare la disoccupazione e in particolare il fenomeno dei Neet, sono infatti lavori senza alcun senso, inutili produttivamente: tutto un sistema che ha come unica finalità quella di «tenere occupati i disoccupati» pur di non far passare il principio moralmente deprecabile di un’erogazione di denaro senza sforzo.

Tra lavori gratis e inutili, si conferma che il lavoro perde ogni misura oggettiva, per presentarsi come mera misura politica e una misura assistenziale per le imprese: è un modo assai efficace di controllare l’attività mentre si fanno intascare i soldi alle aziende. Paolo Virno, molti anni fa, parlava di «parassitismo del lavoro salariato» per denunciare il gravoso costo sociale ed economico implicato nella permanenza fuori tempo massimo del tempo di lavoro come misura della ricchezza sociale. Bene, oggi questa forma di «assistenzialismo» si estende oltre il lavoro salariato, comprendendo tutte le forme di lavoro e attività, subordinate o meno.

Nel Regno Unito, patria del Workfare e primo paese europeo per volume di economia «condivisa», la modificazione dei sistemi di protezione contro la povertà e la disoccupazione va nella direzione di una sempre più spinta capacità dello Stato e delle imprese di mobilitare i disoccupati, tanto in attività retribuite (al ribasso) tanto in attività autonome (senza minimi salariali legali) quanto in attività volontarie gratuite, liberate da fastidiosi contributi assicurativi e sanitari. Il disoccupato somma redditi di tutti i tipi e di tutti i lavori. È infatti un sistema propriamente post-salariale quello che smette di avere per obiettivo principale l’inserimento lavorativo (intendendo con lavorativo il lavoro dipendente, con tutte le caratteristiche che gli sono proprie) per diventare una «matrice» a partire dalla quale ognuno si dà da fare sotto l’occhio vigile dello Stato, che finanzia significativamente le imprese per accompagnare lo sventurato cercatore di lavoro.

È, per usare un’espressione di Maurizio Lazzarato, il passaggio dal «pieno impiego» alla «piena attività», quel continuum di posizioni sociali che sovrappone forme eterogenee di redditi e la dimensione del lavoro con quella dell’attività. I circuiti economici informali e la riconversione societaria sono sussunti nel dispositivo finanziario a maggior trionfo della sfiga di cui sopra.

Qui la pluriattività si presenta sotto il segno crudo della povertà, del ricatto e della solitudine. È il neoliberalismo dal basso, ragazzi. La sharing sfiga, appunto 

Tra la fine degli anni Novanta e il primo decennio dei Duemila, un insieme assai qualificato di sociologi e giuristi radicali e progressisti, aveva auspicato la nascita di una società pluriattiva nella quale il lavoro salariato classico non avrebbe occupato tutto il campo (come nella precedente fase industriale e fordista) e dove gli individui potevano combinare liberamente il loro insieme di attività, dipendenti e autonome, per il mercato e per la società, salariate o meno.

Possiamo dire senza alcun sarcasmo, che la società pluriattiva si è alfine realizzata di fronte a noi: ma, a differenza dagli auspici emancipativi degli studiosi progressisti di inizio secolo, questa pluriattività ce la ritroviamo in una versione che certo non ha molto a che vedere con l’aumento del grado della nostra libertà e autonomia. Qui la pluriattività si presenta sotto il segno crudo della povertà, del ricatto e della solitudine. È il neoliberalismo dal basso, ragazzi. La sharing sfiga, appunto.

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