Le parole per dirla

Nominare la violenza come processo politico

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Tomaso Binga, Il linguaggio dei piedi, 1979.

Pubblichiamo un estratto dal volume Per uno stato che non tortura (Mimesis, 2016) a cura di Caterina Peroni e Simone Santorso.

«Quel che le strappa alla notte in cui avrebbero potuto, e forse avrebbero dovuto rimanere, è l’incontro con il potere: senza questo urto, non ci sarebbero qui parole per ricordarci il loro fugace percorso»1. Foucault introduce così le Vite degli uomini infami, un’«antologia di esistenze» raccolta dagli archivi degli internamenti, della polizia, delle suppliche al re e delle lettres de cachet tra il 1660 e il 1760.

Sono parole, denunce, delazioni provenienti dal popolo e rivolte al potere politico del Re per internare soggetti di cui nulla avremmo saputo se non fossero così incappate nelle grinfie del potere 

Sono parole, denunce, delazioni provenienti dal popolo e rivolte al potere politico del Re per internare soggetti di cui nulla avremmo saputo se non fossero così incappate nelle grinfie del potere. Un potere che, per quanto assoluto, attraverso il sistema lettre de cachet si distribuisce per un secolo nella quotidianità di ognuno, ai livelli più elementari, in circuiti complessi di potere che ascoltano, indagano, spiano attraverso la polizia le condotte irregolari e disordinate denunciate, e rinchiudono arbitrariamente e al di fuori della giustizia ordinaria i soggetti più umili e le vite più miserabili: disertori, ambulanti, vagabondi, atei, sodomiti, pazzi, sediziosi.

Infame, ciò che etimologicamente non si può dire, ciò che dev’essere tenuto nell’oscurità da cui proviene, è la vita di quegli individui che «non esistono che per le poche parole terribili che erano destinate a renderli indegni, per sempre, alla memoria degli uomini»: duplice potere della parola: condannare alla sparizione dalla vita e dalla storia, in una sorta di damnatio memoriae, e, allo stesso tempo, di far esistere per sempre nominando.

Vi è più di una analogia con quello che accade oggi, per mano di un governo che non è più assoluto ma che mantiene, attraverso le proprie forze dell’ordine, il proprio arbitrio giuridico: l’incitamento all’adesione e alla diffusione del controllo sociale – ciò che oggi, nella semantica securitaria, chiameremmo neighbourhood watch nella sua accezione delatoria2 -; l’inizio di una produzione di sapere del quotidiano con cui leggere e interpretare le condotte sociali; e, soprattutto, il potere delle parole di nominare, e, facendolo, di determinare il destino altrui.

Tossico, albanese, spacciatore, invasato violento. Vite di scarto, sacrificabili sull’altare dell’ordine sicuritario fondato su paura e controllo 

Lo stesso duplice potere, almeno, hanno le parole che sono state usate per definire chi si è trovato ad urtare il potere in questi ultimi anni, e di cui parliamo in questo libro: l’infame di Foucault si ritrova nei verbali di fermo e di arresto, nelle dichiarazioni rilasciate in tribunale, nelle testimonianze degli agenti che tengono in custodia Stefano, Federico, Giuseppe e gli altri, ricorrono definizioni che sembrano estrapolate dagli archivi di internamento dell’Hôpital Général e della Bastiglia. Tossico, albanese, spacciatore, invasato violento. Vite di scarto, come direbbe Bauman3, sacrificabili sull’altare dell’ordine sicuritario fondato su paura e controllo.

Il 21 luglio 2001, dopo la morte di Carlo, i giornali scrissero di lui che era
«appartenente ai gruppi dei punkabbestia… figlio di un sindacalista aveva lasciato la famiglia… viveva di elemosina nel centro storico con i suoi amici e i loro cani… aveva piccoli precedenti penali… forse era tossicodipendente4. Come se questo in qualche modo giustificasse il fatto che un carabiniere gli avesse sparato in faccia. Repubblica scrisse: «Adesso Giuliano Giuliani e sua moglie sono distrutti due volte: per quel figlio ucciso all’obitorio (solo questa mattina hanno potuto vederlo) e per le cose cattive che qualcuno ha messo in giro sul suo conto».

Ancora, duplice potere delle parole sulla vita degli infami contemporanei: giustificare la loro morte, e infangarne la memoria, quasi un monito per tutti: ancora oggi c’è chi se lo merita, chi se la va cercare, chi, tutto sommato, espone la sua vita a rischi di questo tipo a causa delle proprie condotte. C’è qualcosa che richiama, da più parti, la violenza di genere e l’apparato giustificatorio che ancora la mistifica nel contesto sicuritario: una sorta di doppia vittimizzazione che colpisce chi urta il potere in divisa nelle strade delle nostre città: la colpevolizzazione della vittima che provoca, che se la cerca, che in qualche modo meritava di essere punita, ricacciata al suo posto, disciplinata5; una vittima che deve dimostrare, anche a processo, di aver tenuto una condotta ineccepibile, di essere perbene. I familiari delle vittime, per rispondere alla stigmatizzazione mediatica e giudiziaria dei loro cari, sono costretti a ricostruire le loro vite, cercando di dimostrare che non fossero davvero tossici, spacciatori, accattoni ecc., ben consapevoli che anche ciò in alcun modo avrebbe giustificato la loro morte.

Parole che hanno il potere di dire e qualificare il potere dalla parte delle vittime, di inserirlo in un contesto politico e sociale, e di descriverne le asimmetrie intrinseche 

Inoltre, la tortura, come la violenza di genere, continua ad essere un tabu nella nostra società. Processi di negazione, minimizzazione, rimozione dell’evento6si trovano in formule come eccesso di strumenti di contenzione, eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi: la tortura è qualcosa che non si può dire, se le parole, ancora, hanno un significato. Tortura, come violenza di genere, non sono infatti termini neutri, ma si situano in genealogie di lotte e movimenti che hanno avuto la forza e il coraggio per primi di nominare e quindi denunciare questi fenomeni per quello che sono. Parole, ancora, che hanno il potere di dire e qualificare il potere dalla parte delle vittime, di inserirlo in un contesto politico e sociale, e di descriverne le asimmetrie intrinseche, le forme di dominio, i meccanismi giustificatori.

Ciò che dicono dunque questi termini è che tortura e abusi sono strumenti di un potere che in entrambi i casi è violento e machista7, che umilia, ferisce, degrada e sottomette le vittime per riaffermare la propria superiorità, il proprio ordine, la propria legge. Non è un caso che anche nel diritto e soprattutto nella giurisprudenza penale internazionale tortura e stupro siano spesso associati come crimini di guerra8, atti a inferiorizzare il nemico e a marchiarne definitivamente il corpo e l’identità.

Rivoluzionario dunque è nominare il ruolo del diritto, o meglio il ruolo del diritto che viene reclamato da movimenti e associazioni, di rendere visibile qualcosa che non è, di darle un nome. Allo stesso tempo una mossa simbolica e pragmatica, perché riconoscere il reato di tortura disvelerebbe un tabu del nostro sistema giuridico e politico, ossia il fatto che in Italia la tortura è praticata nella normalizzazione degli abusi di polizia, dell’omertà, della paura, delle ritorsioni. Della debolezza di corpi e soggettività che di fronte all’autorità e al suo sistema di difesa non possono nulla.

La tortura è il reato specifico delle forze dell’ordine e di chi detiene il potere di privare legittimamente altri della propria libertà 

Oggi possiamo dire tortura sapendo che ci riferiamo a questo universo semantico, che la tortura è il reato specifico delle forze dell’ordine e di chi detiene il potere di privare legittimamente altri della propria libertà, mettendoli in una posizione di subordinazione strutturale. Possiamo dirla grazie al coraggio e alla determinazione di persone come Ilaria Cucchi, Patrizia Moretti e le famiglie delle altre vittime degli abusi in divisa. Possiamo dirla grazie alle associazioni e ai movimenti che hanno continuato a sostenerle e a produrre un sapere altro, critico, capace di guardare alla realtà leggendone le contraddizioni e le rappresentazioni mistificanti. Come è avvenuto per Genova, la memoria è un ingranaggio collettivo, e noi ne facciamo parte.

La tortura nella società: la necessità di una coscienza collettiva

In questo progetto vogliamo parlare della violenza istituzionale, e in particolare degli abusi che con una metonimia chiamiamo in divisa. Questa, se da un lato rappresenta il potere delle forze dell’ordine, dall’altro contraddistingue anche tutta una serie di figure professionali che gravitano attorno a loro e alle istituzioni totali. Divise, camici, uniformi diventano simbolo di un potere smisurato sulle vite di chi è consegnato alla loro custodia, incapacitato, contenuto, in ogni caso privato della propria libertà. Attori presenti negli stessi luoghi in cui viene agita la violenza di polizia, come strade, celle, ospedali, caserme, tribunali, e che sono portatori di saperi e di pratiche specifiche.

Divise e mura creano inevitabilmente linee di separazione e demarcazione ribadendo posizioni di potere e subalternità, legittimando pratiche attraverso un sapere generalmente riconosciuto come esperto e delineando dimensioni corporativistiche di gestione del potere. Ambiti culturali in cui l’uso della forza viene considerato strumento riconosciuto e legittimo per l’adempimento dei propri compiti istituzionali, generando pieghe all’interno delle quali si nascondono abusi e violenze.

Eliminare queste pieghe, porre dei limiti precisi e invalicabili all’uso della violenza, porre dei freni a chi abusa della propria autorità è un passo fondamentale per l’affermazione di una realtà democratica. Sebbene la definizione della tortura come reato sia di fondamentale importanza, proprio perché agisce su chi opera tale violenza, è altrettanto importante riconoscere una responsabilità diffusa di tali abusi. In particolare quando le violenze avvengono all’interno di istituzioni totali, come nei casi di Bolzaneto e di Cucchi, dove come appena detto oltre agli agenti vi sono una serie di soggetti che gravitano attorno agli episodi di tortura, ne sono testimoni, ma che frequentemente non denunciano, per paura o complicità.

La tortura rappresenta un fatto culturale: l’assuefazione alla violenza istituzionale, la demonizzazione dei soggetti abusati, oltre a paura e forme di subordinazione psicologica nei confronti di chi detiene il potere, definiscono un delicato processo di accettazione passiva di questi episodi come ontologicamente intrinsechi rispetto alle dinamiche di potere poliziali
 

La tortura rappresenta un fatto culturale: l’assuefazione alla violenza istituzionale, la demonizzazione dei soggetti abusati, oltre a paura e forme di subordinazione psicologica nei confronti di chi detiene il potere, definiscono un delicato processo di accettazione passiva di questi episodi come ontologicamente intrinsechi rispetto alle dinamiche di potere poliziali. Impedire episodi di abuso e tortura è in primo luogo un compito dello stato, che attraverso la definizione di una fattispecie di reato deve porre dei limiti ai propri operatori, ma riuscire a superarla come fenomeno sociale è un processo che riguarda tutti noi. Il processo di definizione dei poteri e dell’uso della forza da parte degli attori del controllo sociale deve passare attraverso una presa di coscienza collettiva, condivisa e partecipata del ruolo delle forze dell’ordine.

Questo è tanto più urgente in un momento storico, come quello in cui stiamo vivendo, in cui la crisi economica e i mutamenti geopolitici modificano la mappa sociale della marginalità e accendono diffusi conflitti sociali in tutto il paese. Le difficoltà della politica nel gestire una società con un sempre maggiore potenziale conflittuale corrono il rischio di lasciare spazio ad una azione di polizia sempre più esasperatamente spinta ad agire seguendo logiche repressive. Conseguentemente, senza l’avvio di processi strutturali di democratizzazione interni delle forze dell’ordine che possano eleminare le pieghe che nascondono e proteggono la cultura dell’abuso, l’uso della violenza oltre i limiti da parte delle forze dell’ordine resterà un’opzione praticabile. La necessaria trasparenza nell’operato degli agenti passa soprattutto attraverso la possibilità di farsi identificare e quindi anche attraverso il numero identificativo sulle divise e l’operare a volto scoperto.

La tortura, dall’introduzione del reato fino alla denuncia degli abusi, è dunque una responsabilità sociale che ci appartiene e che ci ha spinti alla creazione di questo “non-libro”. Riuscire a nominare un evento rappresenta il primo passo per la creazione di una coscienza socialmente diffusa, per un processo di responsabilizzazione sociale che permetta di eliminare le pieghe che celano e mistificano il reale.

Ed è questa la direzione che vuole prende questo progetto. Se da un lato si assiste all’impegno di associazioni, movimenti e alcuni parlamentari in azioni di sensibilizzazione e mobilitazione su questo tema, che indubbiamente lo hanno reso tema centrale nel dibattito pubblico, è stato, come purtroppo spesso accade in questo paese, un potere giudiziario internazionale a imporlo come tema all’agenda politica, costringendo l’Italia a far ripartire l’iter legislativo per l’approvazione di una legge ad hoc9. Tale imposizione dall’alto, a nostro avviso, non permette l’affermarsi di una coscienza collettiva e diffusa che permetta al corpo sociale di nominare e controllare l’operato delle forze dell’ordine.

In tal senso riteniamo che le esperienze scaturite da avvenimenti nefasti come quelli di Genova e di Stefano Cucchi (uno tra i molti) abbiano contribuito in maniera consistente a tale processo. Da un lato la forza e la ostinazione dei partenti delle vittime nel rivendicare verità e giustizia, e, di conseguenza, la loro presa di parola pubblica nella denuncia della tortura come questione politica, sono state fondamentali. Dall’altro, se ciò che è avvenuto a Genova nel 2001 rappresenta un irrisolto vulnus nello stato di diritto e nella coscienza civile di questo paese – un vero e proprio buco nero nella democrazia, che ha segnato un’intera generazione – è da qui che sono scaturite una serie iniziative che hanno fatto della memoria un ingranaggio collettivo capace di mobilitare e puntare i riflettori della società sugli abusi di polizia attraverso un lavoro di controinchiesta e denuncia, come ad esempio ha fatto il Comitato Verità e Giustizia per Genova.

Il testo è strutturato in tre macro aree tematiche. Nella prima si analizza il rapporto tra diritto, tortura e forze di polizia attraverso quattro saggi. Giuseppe Mosconi analizza come si articola il rapporto tra diritto e violenza istituzionale; Michele Passione illustra la necessità dell’introduzione di un reato di tortura come reato specifico delle forze dell’ordine; mentre Antonio Marchesi riflette sull’importanza dell’introduzione del reato, anche se non pienamente all’altezza delle aspettative. In fine Salvatore Palidda prende in considerazione e analizza il rapporto tra società, controllo sociale e tortura.

La seconda parte raccoglie esperienze di ricerca empirica che coinvolgono differenti ambiti sociali e istituzionali. Nel campo della violenza in sistemi democratici, Marialuisa Menegatto e Adriano Zamperini presentano parte dei risultati del loro studio longitudinale sul G8 di Genova 2001 con focus sulla tortura bianca praticata nella prigione di Bolzaneto, elaborando il concetto di trauma psicopolitico. Nel capitolo di Simone Santorso si racconta come in carcere la violenza istituzionale non trovi quasi mai limiti, rendendo l’abuso di fatto una prassi istituzionalmente legittimata; nel saggio di Giovanna Del Giudice si descrive come le pratiche di contenimento in ambito di salute mentale possano declinarsi come veri e propri abusi e forme di tortura; infine si racconta il rapporto tra violenza e detenzione amministrativa dei migranti nella parte curata da Luce Bonzano.

La parte finale, introdotta da una genealogia della violenza poliziesca in ambito politico ricostruita da Checchino Antonini, raccoglie le esperienze politiche, individuali e collettive, che hanno permesso o stanno permettendo la creazione di una coscienza collettiva, attraverso le esperienze di resistenza di Rossana Noris, fondatrice di Acad – Associazione Contro gli Abusi in Divisa, e nel capitolo finale che raccoglie le testimonianze di Ilaria Cucchi, l’avvocato Fabio Anselmo e Lorenzo Guadagnucci, giornalista vittima delle violenze delle forze dell’ordine durante le giornate di Genova nel 2001.

Come abbiamo scritto all’inizio, questo dunque non vuole essere solamente un libro, ma soprattutto un tentativo di connettere esperienze, saperi e pratiche contro ogni forma di abuso e violenza istituzionale in questo paese. In questo progetto sono stati coinvolti accademici/e, attivisti/e, giuristi/e, giornalisti/e e familiari delle vittime per rilanciare la battaglia politica per l’introduzione di una legge contro la tortura, ma anche e soprattutto per diffondere la consapevolezza della sua gravità e dei processi di normalizzazione istituzionale che la riguardano. Questo è il punto di partenza necessario perché abusi di polizia e tortura non costituiscano più una minaccia tanto attuale quanto pervasiva per l’agibilità democratica e la libertà di ognuno di noi.

Note   [ + ]

1.M. Foucault, La vita degli uomini infami, in A. Dal Lago (a cura di), Archivio Foucault. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977, Feltrinelli, 1997
2.M. Davis, Città di quarzo. Indagando sul futuro a Los Angeles, Manifestolibri, 1999
3. Z. Bauman, Vite di scarto, Laterza, 2007
4.http://www.repubblica.it/online/politica/gottonove/gottonove/gottonove/scheda/scheda.html?ref=search, consultato il 19/07/2015
5.Sulla doppia vittimizzazione delle vittime di violenza di genere, si veda A. Simone, I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nelle società del rischio, Mimesis, 2010
6. P. Gonnella. La tortura in Italia, DeriveApprodi, 2013
7.S. Palidda, Polizia postmoderna. Etnografia del nuovo controllo sociale, Feltrinelli, 2000
8.S. Pinton, L. Zagato (a c. di), La tortura nel nuovo millennio, CEDAM, 2010.
9.Come è noto, si tratta della sentenza della Corte di Strasburgo che, adita da un manifestante violentemente picchiato all’interno della scuola Diaz nel luglio del 2001 a Genova, ha condannato l’Italia per non avere mai inserito il reato di tortura nel codice penale.

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