L’avvenire del passato

Arte e archivio in un libro a cura di Giovanna Zapperi

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Libera Mazzoleni, Ulrike Meinhof, 1976, fotografie (12 elementi), cm 20,5x14,5 e cm 20x30

L’avenir du passé. Art contemporain et politiques de l’archive (PUF, 2016) uscito qualche mese fa in Francia e curato da Giovanna Zapperi, ha il grande merito di concentrarsi sui diversi usi dell’archivio nell’arte contemporanea nelle sue molteplici significazioni politiche. I contributi presenti nel volume sono il risultato di un ciclo di conferenze che l’autrice ha organizzato con Alejandra Riera nel 2011-2012 all’Ecole Nationale Supérieure d’Art di Bourges e si focalizzano su quelle pratiche artistiche che hanno fatto ricorso a materiali d’archivio, che si tratti di documenti autentici o completamente fittizi. Tali pratiche si collocano all’incrocio tra un approccio concettuale e una critica della cultura, nella misura in cui quest’ultima mette in discussione le nozioni di identità, memoria, storia e temporalità.

L’utilizzo dell’archivio nell’arte contemporanea si situa in uno spazio di frontiera, sostiene Zapperi nell’introduzione, tra la rappresentazione e la produzione del passato, tra il reale e la finzione, il pubblico e il privato 

L’utilizzo dell’archivio nell’arte contemporanea si situa in uno spazio di frontiera, sostiene Zapperi nell’introduzione, tra la rappresentazione e la produzione del passato, tra il reale e la finzione, il pubblico e il privato. Si tratta di immaginare differenti maniere di pensare l’archivio nelle sue dimensioni culturali, sociali, estetiche e, al tempo stesso, si tratta anche di creare degli archivi (reali o immaginari) che consentono di far emergere delle storie marginali o rimosse. La questione del sapere allora è al centro di tale problematica ogni volta che gli artisti interrogano l’autorità del documento – il suo carattere di testimonianza e la sua oggettività – proponendo al tempo stesso di pensare l’arte come una pratica del sapere. L’archivio si è imposto dunque come un materiale artistico capace di aprire delle possibilità inedite di sperimentazione rispetto al sapere storico. La sperimentazione artistica, in effetti, consente di esplorare delle forme alternative di scrittura della storia che hanno come punto di partenza le omissioni, le assenze e ciò che volontariamente è stato occultato o distrutto.

I contributi presenti nel libro sono suddivisi in tre sezioni tematiche: Faire histoire, Epistémologies de l’archive e Actualisations de l’archive. Questi tre assi rinviano ai metodi e ai processi dell’inchiesta documentaria, alla critica del sapere attraverso processi artistici e alla possibilità di pensare la relazione tra il passato e il presente come una relazione trasformativa. Tutti i contributi hanno il grande merito di esaminare l’articolazione tra l’informazione e la critica da una molteplicità di punti di vista capaci di immaginare delle nuove configurazioni del rapporto tra estetica e politica che si aprono a un dialogo assai fecondo con le tante correnti della teoria critica, come le teorie femministe e postcoloniali che, negli ultimi decenni, hanno interrogato la pretesa oggettività della storia come effetto e come prodotto di uno sguardo eurocentrico e patriarcale.

La prima parte Faire historie analizza le pratiche e i metodi utilizzati nello studio dei documenti seguendo un parallelismo tra ricerca storica e ricerca artistica. L’articolo di Sophie Wahnich mostra come lo storico che lavora sugli archivi si confronta con un materiale la cui evidenza documentaria riposa su un insieme di processi storici nei quali il vero e il falso sono costantemente mescolati. Come interpretare allora l’interesse verso l’archivio che condividono molti artisti contemporanei? Tale questione, che Wahnich pone nel suo testo, è anche al centro dell’intervento di Natasa Petresin-Bachelez che si occupa delle forme di archiviazione messe a punto dagli artisti della Germania dell’Est in risposta a una narrazione ortodossa della storia dell’arte modernista troppo concentrata sull’Europa occidentale. Tale prospettiva minoritaria permette, attraverso l’analisi di diverse contro-narrazioni, di distaccarsi dalla costruzione di una storia dell’arte intesa come racconto lineare e omogeneo, i cui limiti geografici coincidono con quelli dell’Occidente.

Nella stessa prospettiva di critica storica, il contributo di Teresa Castro studia la riscoperta del passato coloniale portoghese nei lavori recenti di alcuni artisti (Filipa César, Andreia Sobreira, Mathieu Klebeye Abonnec) che nei loro lavori si appropriano di un insieme di documenti a metà strada tra il film documentario e l’installazione artistica. Analizzando le loro opere Teresa Castro delinea delle ipotesi teoriche sui metodi e le pratiche utilizzati da questi artisti-storici per fare storia a partire da testimonianze e archivi riscoperti. La serie di fotografie di Florence Lazar – accompagnata da un testo di Dean Inkster – inquadra invece un periodo preciso della storia politica francese della fine del XX secolo, legato in particolare alla rivista Socialisme ou Barbarie.

La seconda parte del libro, Epistémologies de l’archive si sofferma sullo stretto legame tra l’archivio e la costituzione di un sapere-potere che distribuisce ed organizza gli sguardi e la presa di parola esplorando, al tempo stesso, i procedimenti stessi di costruzione dell’archivio, soprattutto quelli inseriti all’interno di una ricerca artistica. Il contributo di Vincent Meessen sull’opera Folkore di Patricia Esquivias sottolinea le risonanze del lavoro dell’artista con quello dello storico. Questo testo è in stretta relazione con lo stesso lavoro artistico di Vincent Meessen – oggetto di una conversazione con Olivier Marboeuf alla fine della terza parte del libro –, ed entrambi rivolgono una certa attenzione al grado di incertezza connesso a ogni approccio documentario. Il contributo di Giovanna Zapperi prende in esame un insieme di lavori di Fiona Tan che trattano l’etnografia come un archivio, interrogandosi sia sulla rappresentazione del tempo che scaturisce dall’uso di questi documenti di archivio sia su come la riattivazione dei frammenti di film etnografici permetta, nei lavori di Tan, di problematizzare le nozioni di autorità e di oggettività dello sguardo.

Pauline Broudy e Renate Lorenz propongono invece un lavoro archeologico nel quale una ricostruzione basata sulla ricerca di documenti d’archivio si accompagna a un forte tentativo di attualizzazione. Il testo Salomania si riferisce al film e all’omonima installazione (2009) e interroga le appropriazioni successive della figura di Salomé nella modernità attraverso una vera e propria archeologia queer volta a mettere in luce i processi di soggettivazione che la figura di Salomé veicola.

La terza parte, Actualisations critiques, propone invece di problematizzare lo sguardo che si posa sul passato pensando il rapporto passato-presente all’interno di una pratica trasformativa. La preoccupazione di tradurre il documento di archivio attraverso dei gesti che hanno una potenzialità di trasformazione è fondamentale nell’articolo di Alejandra Riera e di Virginia Villaplana, due artiste che si sono interessate alla storia coloniale e alle sue rappresentazioni. Il contributo di Virginia Villaplana ricostruisce la storia di una spedizione etnografica del secolo scorso che è servita da cornice per la realizzazione della sua installazione filmica Monde Paradis Perdu. Quest’opera, combinando il potenziale critico del cinema documentario e la materialità dell’archivio, propone un’originale messa in discussione dello sguardo che l’etnologo dell’inizio del secolo aveva sulle popolazioni indigene. Il testo di Alejandra Riera parte dalla nostra relazione con il presente, soffermandosi sui modi in cui il nostro sguardo si confronta con documenti relativi alla violenza inflitta a intere popolazione in una situazione di dominio coloniale. La stessa attenzione per il presente è al centro della lettura che Judith Revel fa dello scritto di Michel Foucault su La vita degli uomini infami. Revel pensa l’archivio come uno strumento critico per aprire il presente nella prospettiva di un’ontologia critica dell’attualità in grado di far emergere le tracce più infime e quotidiane lasciate da quelle vite che il potere ha segnato, condannato e ridotto all’anonimato.

Attraverso questa molteplicità di esperienze e punti di vista questo volume ha il merito di mostrare come artisti, critici o teorici dell’arte esaminino la materialità dell’archivio sia dal punto di vista di quegli oggetti che sono le opere d’arte sia da quello delle performances e delle pratiche artistiche messe in atto, appropriandosi sperimentalmente di strumenti teorici e metodologici transdisciplinari: storici, filosofici, etnografici, ecc… Inoltre da questa raccolta emerge con forza (costituendo uno dei maggiori punti di forza di questo volume), il tentativo di considerare l’arte come un’attività capace di interrogare criticamente e politicamente la complessità della nostra attualità, conducendo un’inchiesta storica attraverso l’immagine.

In questo senso, non possiamo in conclusione fare a meno di notare come questo volume sia capace di restituire in modo pregnante i tratti salienti di una scena artistica e politica che in realtà è ancora più ampia e transnazionale di quello che appare dalle singole esperienze artistiche menzionate o esaminate nei contributi di questo libro. Una scena in cui potrebbero agevolmente situarsi altri importanti ricerche e realizzazioni che condividono le stesse preoccupazioni estetiche e insieme politiche. Basti pensare, solo a titolo di esempio, all’esposizione parigina ancora in corso al Jeu de Paume di Joana Hadjithomas et Khalil Joreige, due artiste libanesi che costruiscono la loro opera sulla produzione di saperi, sulla riscrittura della storia, sulla costruzione di immaginari, ma anche sulle modalità della narrazione contemporanea, appoggiandosi sulla drammatica esperienza del loro paese ma allo stesso tempo superando, mediante la loro rielaborazione artistica, le sue frontiere.

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