La rivolta della danza classica

Raffiche di resistenza contro l'ossessione identitaria

uber raffiche 3

È lo stesso teatro pensato da Jean Genet, cui va la dedica d’ispirazione dell’ultimo spettacolo in circolazione, Über Raffiche (nude expanded version), quello dei Motus (visto allo Short Theatre a Testaccio)): un’irriverente lotta, «volta a infrangere la barriera che ci separa dai morti». «Festa unica e atto poetico» per queste visioni che generano luccicanza tutto intorno (cosa accade fuori dai posti in cui si è a guardare gli spettacoli? Le strade che portano lì brillano con maggiore intensità in proporzione alla prossimità? Bisognerebbe indagare…).

La disobbedienza asserragliata in un albergo di lusso si tesse e si ritesse in una pièce unica che è un continuo rewind, finisce e ricomincia, come ogni disobbedienza non muore mai. Ed ogni fine è l’inizio di una nuova ribellione costituente: un gruppo di attiviste, Raffiche il nome del gruppo, dedica il proprio tempo allo smascheramento dell’ordigno disciplinare, evidenziandone il potenziale di violenza e coercizione con maggior precisione riguardo alla costruzione della «barriera armata e superprotetta del genere» nel tentativo di mantenere e radicalizzare il controllo sui corpi, sul loro uso, e «sullo stesso concetto di normalità».

Ci sono millepiani, per citare il nostro, più che mai nostro, Deleuze: il problema della violenza, il problema dell’organizzazione, la questione di cosa può un desiderio e di cosa gli è impedito. Dice una bravissima Sylvia De Fanti, «prima ero una puttana, ora sono una lavoratrice biopolitica. Beh il mio corpo si fa leggere meglio dei tuoi libri…». Ecco, negli interstizi di queste battute, la potenza: la morale che sovverte la morale è pericolosa quanto la morale sovvertita. Se il linguaggio non è costituente non è niente. E sembra di sentire l’avvertimento dell’ultimo film di Godard: «le parole, non voglio più sentirne parlarne». O quando si taglia netto col senso di colpa: «La violenza?», chiedono al capo, Jeanne, e rispondono: «hanno cominciato loro».

Problema posto numero 10089, ma per la storia tra i più interessanti: il problema dell’organizzazione. Le Raffiche, che non danno proprio niente per scontato, men che mai quando ballano l’Amanda Palmer di I Want You, But I Don’t Need You, si chiedono perché hanno avuto bisogno di un capo. Più o meno la domanda che ci ossessiona da quando il Pci invece di conquistarci ci insospettiva. Ebbene magistralmente ci dicono che si sceglie di avere un capo per avere qualcuno da tradire. Un modo astuto per non tradire noi stessi.

E sono costumi e modi di fare che intanto ti incatenano all’estetica, che bisogna non confondere con la cosmetica (!). Ci si chiede sempre dove trovino quel modo di muoversi Silvia Calderoni ed Ilenia Caleo, dove trovino quella grazia visto che abitano questo mondo deplorevole. Da dove vengono questi Motus? Risponde qualche serioso: «Dall’Emilia-Romagna». E si è talmente felici che si pensa a una battuta. Perché alla fine esci un po’ con la convinzione che come le Raffiche, veniamo tutti dalla danza classica ed è per questo che non possiamo abituarci allo squallore. Meglio piuttosto «la nobiltà della sconfitta, il fiore perduto della rivoluzione».

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