La militanza concettuale

Intervista a Mike Watson su arte e politica

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Lucia Marcucci, Conservo il mio posto, 1972, tela emulsionata, cm 118x72

Lo scorso maggio, durante una conferenza organizzata da Frieze New York, lo storico dell’arte Hal Foster in conversazione con il poeta e scrittore Ben Lerner si chiedeva: «so many museums depend on individuals who represent massive inequality… It gets to a point of: What the Fuck?».

Il tema dell’intreccio tra mondo dell’arte e grande capitale è sempre più diffuso nella pubblicistica di settore sotto forma di riferimenti, sottotesti, metafore e appellativi. Un esempio su tutti sono le blue chips, definizione assegnata agli artisti oggetto di strategie di investimento con un accostamento degno del miglior Gordon Gekko. A fronte di questa galassia di meta-testi non sono molte le riflessioni articolate che affrontano il tema in maniera diretta in seno al mondo dell’arte contemporanea.

Towards a Conceptual Militancy non è soltanto un invito a restituire l’arte alla sua sfera sociale dopo decenni di subalternità culturale al pensiero neoliberale. È anche una riflessione su come arte e pratica politica possono sostenersi a vicenda 

Rientra in questa categoria il pamphlet pubblicato da Mike Watson: Towards a Conceptual Militancy (Zero Books, 2016), un libro a tesi che offre più di un motivo per essere letto. È innanzi tutto un resoconto di conoscenza dell’arte politica e sociale, di cui vengono illustrati numerosi esempi. Mike Watson, critico d’arte con un PhD in filosofia al Goldsmiths College, è un curatore interessato soprattutto ai rapporti tra arte e politica. La sua disamina offre la prospettiva particolare di un inglese che vive a Roma da diversi anni. Towards a Conceptual Militancy non è soltanto un invito a restituire l’arte alla sua sfera sociale dopo decenni di subalternità culturale al pensiero neoliberale. È anche una riflessione su come arte e pratica politica possono sostenersi a vicenda. Quella che segue è la sintesi di una conversazione con Mike Watson su questo suo libro che si è svolta nel quartiere Pigneto di Roma ai tavolini di un bar.

Come definiresti la militanza concettuale che proponi nel tuo libro?

La mia idea di militanza concettuale mette insieme il concettualismo di Duchamp e Beuys con la militanza politica (e in special modo la militanza della sinistra). Di base, penso che l’arte possa dare un po’ dell’elemento del sogno alla militanza politica. Al tempo stesso la militanza può dare maggiore efficacia alla dimensione artistica. Per quanto riguarda la militanza politica il mio argomento riguarda il tempo e la temporalità. Sia il pensiero cristiano che il marxismo sono basati sull’idea di un ritardo temporale, e il messaggio di fondo è che l’utopia o il paradiso sono destinazioni che non sappiamo precisamente quando potranno essere raggiunte. Nei Vangeli c’è scritto che non bisogna chiedere né il giorno né l’ora del ritorno di Cristo. È un ragionamento molto simile a quello del marxismo. Nel Capitale si dice che l’utopia arriverà, ma non dobbiamo chiedere quando. La conseguenza di questa impostazione è che ci troviamo a essere come degli schiavi che lottano per raggiungere un certo obbiettivo.

Nel tuo libro si parla anche della lotta, che tu definisci come un feticcio.

Sì, la lotta è un elemento importante. Il retaggio ideologico dice che per essere buoni marxisti dobbiamo lottare. Ma se ci pensi, in uno stato di lotta siamo bloccati, è come essere in prigione. Il meccanismo ideologico alla base della lotta ci tiene legati al concetto di ritardo e di attesa. Sembrerebbe quasi una forma di controllo che rinforza il potere delle élite.

Come si introduce il piano dell’arte in questo ragionamento e come, viceversa, il piano dell’arte può portare beneficio a quello della militanza?

Beuys ha detto che il silenzio di Marcel Duchamp era sopravvalutato e ha aggiunto: «tutti possono essere artisti» 

La politica deve risolvere i problemi, l’arte invece è più immediata. La politica non riesce d essere così immediata come un readymade di Duchamp. Per Duchamp qualsiasi cosa poteva essere arte se l’artista diceva «questo è arte», ma in un senso totalmente a-politico. Beuys ha detto invece che il silenzio di Marcel Duchamp era sopravvalutato e ha aggiunto che «tutti possono essere artisti»: un’affermazione problematica perché nonsense, nella misura in cui Beuys ha ripetuto continuamente questa frase fino a farle perdere significato.

L’arte non è come la politica o la scienza o la religione perché con l’arte tu puoi dire qualcosa, puoi anche sostenere apertamente una bugia, puoi creare un’illusione, qualcosa che non è vera, ma in ogni modo conservi la tua dignità. Questo è l’aspetto interessante dell’arte sotto il profilo politico. L’artista può criticare il mondo da una distanza e questa distanza, oltre a essergli funzionale, rappresenta il problema stesso dell’arte. Rimanendo l’artista a una certa distanza, difficilmente riesce a ottenere un effetto concreto. Al contrario, la militanza riesce ad avere un effetto concreto, ma non riesce mai a stare anche a una certa distanza. È così che intendo la militanza concettuale: un connubio tra due pratiche che possono rinforzarsi l’una con l’altra.

Puoi specificare meglio cosa intendi quando sostieni che va recuperata la dimensione dell’individuo?

Il recupero della dimensione individuale è fondamentale per realizzare la militanza concettuale di cui parlo. Il mio è un libro molto di sinistra, ma molto critico con la sinistra proprio per la questione dell’individualismo. Ancora oggi l’individualismo è ritenuto un baluardo del neoliberismo e del pensiero della destra in generale. Però il neoliberismo, che è la forma di dominanza più forte del pianeta, non vuole creare individui. Thatcher e dopo di lei Blair non hanno lavorato per un individualismo sano; il loro obbiettivo è sempre stato creare individui deboli e controllabili. Anche la sinistra ha storicamente rifiutato il piano dell’individuo a favore di quello della comunità, secondo la contrapposizione ottocentesca tra i due piani.

Ma l’individuale è il soggetto, e in quanto tale dev’essere organico al pensiero della sinistra. La vita è cambiata negli ultimi due secoli, ma nella società di oggi continuano a esserci poche individualità autentiche. Quello che sostengo è che prima di poter fare un cambiamento, più o meno radicale che sia, è necessario che all’interno delle comunità ci siano personalità indipendenti in grado di esistere a fronte della comunità stessa. Per vivere in una comunità libera e prospera è necessario che essa nasca dall’aggregazione di individui con senso critico in grado di mettere in discussione gerarchie e strutture. Nel modello di comunità che proviene da un certo pensiero di sinistra si è sempre prodotta quella gerarchia delle società tradizionali che proprio quella comunità aveva messo in discussione. In una comunità sana, gli individui sono persone libere di fare quello che vogliono con il loro corpo e di esercitare le loro libertà senza paura.

Il tuo ragionamento si svolge facendo riferimento a diversi interventi artistici ascrivibili alla categoria dell’arte politica (o arte sociale). Tra questi, diversi sono riconducibili all’ambito mediatico ovvero a quello della comunicazione di massa, sia essa quella broadcast vecchia maniera o quella digitale che le si è affiancata negli ultimi anni. Nel caso di Tania Bruguera, ad esempio, fai riferimento a una raccolta-firme lanciata dal’artista per chiedere a Papa Francesco di estendere a immigrati e rifugiati la cittadinanza dello stato del Vaticano. L’operazione di Mark McGowan con il suo taxi londinese ha degli elementi di somiglianza con quella di Bruguera.

È vero che c’è un aspetto mediatico nel modo in cui operano questi artisti, ma soprattutto c’è un’operazione di appropriazione della legge. Tania Bruguera utilizza la legge in quello che chiede, perché la sua richiesta di estensione della cittadinanza al Papa è un’azione sul piano giuridico, usa l’arte per chiedere un cambiamento politico. La cittadinanza in sé è come l’arte. La proclamazione della cittadinanza è molto simile alla proclamazione delle arti. Mark McGowan usa i media, e soprattutto youtube, facendo un fac-simile dei media. In verità molti tra quelli che portano avanti questo tipo di iniziative (sopratutto gli spazi occupati) stanno usando i media a supporto di azioni che hanno una ricaduta sul piano della legge.

Altri artisti di cui descrivi le opere nel corso del tuo ragionamento realizzano le loro azioni in maniera slegata dall’ambito mediatico. Mi riferisco in particolare a Fiamma Montezemolo, Christina Fernandez, Silvia Gruner e Chto Delat.

Il telescopio del marinaio di Christina Fernandez è un pezzo del 1997 e The middle of the road di Silvia Gruner è del 1994, studiato nel film Echo (2014), girato da Fiamma Montezemolo. Entrambi i lavori sono stati vandalizzati poco tempo dopo la loro installazione e hanno smesso di essere opere d’arte pur rimanendo nello spazio pubblico in cui erano stati inseriti. Con questo passaggio sono entrati nel regno della politica e hanno attraversato la linea sottile tra arte sociale e pratica politica.

Quello su cui mi focalizzo di più nel libro è un’arte politica di tipo coesivo rispetto all’attivismo vero e proprio. M’interessa quando gli artisti esprimono la libertà di appropriarsi del linguaggio politico o del linguaggio dello stato. Ad esempio, quando si rivolgono in maniera diretta alla Costituzione. Nel caso del Teatro Valle a Roma il riferimento è a una legge precisa come l’art. 43 della Costituzione. Appellandosi all’art. 43 gli artisti del Teatro Valle hanno usato la Costituzione dei beni comuni [il «preminente interesse generale» N.d.R.] come motivo per gestire uno spazio creativo inteso come un bene per tutti. L’aspetto interessante di quando ci si relaziona con le leggi in questo modo è che il meccanismo è lo stesso del mondo dell’arte. Con l’arte è possibile proporre nuovi sistemi. Ovviamente questo è possibile nei paesi dove c’è lo stato di diritto, soprattutto nei paesi occidentali. Ma in tutti i paesi o dovunque ci siano delle leggi bisogna ricordare che le leggi non esistono solo per garantirci dei diritti, ma anche per controllare comportamenti sociali e individuali. Questo paradossalmente vale anche per l’art. 43, che stabilisce la libertà in certi rispetti e non in altri, ovvero con restrizioni precise. Il punto è che le leggi non possono trasformarsi in concessioni o in atti di generosità. Attraverso le arti è possibile svelare l’ambiguità insita nelle leggi.

Dal punto di vista dell’artista, l’esercizio di un’arte politica e sociale ha una ricaduta ulteriore, che nel libro non viene affrontata forse per il suo aspetto pratico. L’artista che esercita un tipo di arte politica come quella che tu incoraggi, proprio perchè opera anche sul piano della legge, è più vulnerabile sul piano del suo ruolo nella società in generale e rispetto al sistema dell’arte. Negli anni ’30 lo storico dell’arte marxista Clement Greenberg aveva formulato la metafora del cosidetto umbilical cord of gold, ovvero il legame indissolubile tra l’artista e il potere, una specie di status ontologico dell’artista, al di là della qualità e della direzione della sua ricerca. Più recentemente a Hong Kong si è registrato un fiorire delle arti durante la Rivoluzione degli Ombrelli. Oggi molti di quegli attivisti e artisti sono sotto processo e qualche giorno fa ci sono state le prime condanne. Cosa pensi di questo aspetto poco confortevole dell’arte politica e sociale?

L’artista è l’unico soggetto sociale che può mentire e mantenere la sua dignità 

Nel mio libro ci sono vari livelli di lettura e diversi argomenti. Quello di cui tu parli è il livello individuale dell’artista. Quello che penso della condizione dell’artista individuale è la possibilità di realizzare un’idea di vita diversa, in grado di stabilire con le strutture del potere una relazione di tipo diverso, non necessariamente ombelicale. C’è anche poi il discorso della dignità dell’artista: come ti dicevo l’artista è l’unico soggetto sociale che può mentire e mantenere la sua dignità. Come individui possiamo costantemente proclamare la nostra libertà e il nostro potenziale espressivo anche in società controllate. Il mio libro è pessimista, e non nasconde che gli spazi di agibilità sono sempre più ristretti. Ma come individui capaci di immaginare un altro presente e un altro futuro possiamo esprimere la nostra libertà anche se questa è tecnicamente impossibile. Se ci pensi le occupazioni di oggi non sono come quelle degli anni ’70 e ’80 che avevano una componente sovversiva. Oggi le occupazioni sono concepite per il pensiero, per sognare.

Puoi segnalare quali sono secondo te gli artisti più interessanti nel campo dell’arte politica e sociale?

In questo momento sto lavorando con Oliver Ressler a una mostra sul capitalismo transnazionale che si terrà a Roma a settembre in due sedi (Fondazione Cerere e Galleria Apart). Sto anche lavorando con Shiraz Bayjoo, che si occupa di land rights e di sistemi di compensazione per la schiavitù subita. Andrew Cooper è un artista londinese con cui collaboro da molto tempo e che è concentrato sul tema del diritto alla casa. Lavoro spesso con il curatore e scrittore Dorian Batycka che in questo momento è in Polonia per un progetto di artisti e attivisti sulle implicazioni della presenza della Nato nel territorio.

Nel 2013 ho avuto il piacere di lavorare con Valerio Rocco Orlando a un progetto educativo al museo MACRO di Roma per conto di Fondazione Nomas. È una persona con uno spirito generoso e un sacco di energia che si sta occupando di dialogo inter-religioso. Includerei nella lista anche Natio Mosquito, che ho incontrato recentemente alla Fondazione Prada di Milano; non si definisce un artista politico, ma in una intervista molto significativa ha detto: «ti devi chiedere a chi sto concedendo di avere potere su me stesso?». Sto lavorando anche con Simone Bertugno su una serie di VJ set su classe, arte e guerra. Aggiungerei che qualche giorno fa sono tornato dalla residenza BOCS a Cosenza dove ho scoperto il lavoro di Mariagrazia Pontorno e Giacomo Zaganelli, due artisti che lavorano nel campo dell’arte politica e che non avevo mai conosciuto prima.

In generale continuo a seguire le vicende degli spazi occupati, che ultimamente, in molti casi, sono minacciati di chiusura. Perfino la Fondazione Bevilacqua La Masa, un luogo relativamente privilegiato che ha fornito un servizio utile alla vita culturale di Venezia, ora si trova a dover limitare il suo raggio d’azione. Il comune ha deciso di aumentare il suo controllo anche e soprattutto nella direzione artistica.

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