La lotta comune di Macao

Produzione, sovversione, proprietà

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Negli ultimi dieci anni la città di Milano ha subìto trasformazioni importanti, soprattutto in ambito immobiliare in vista dell’Expo del 2015, evento internazionale per il quale sono stati realizzati più di 130 padiglioni nazionali, tutti dedicati al tema del cibo. Ancora prima della sua apertura, l’Expo è stato aspramente criticato per diversi motivi, non ultimo perché il suo curatore, Germano Celant – pilastro della scena artistica italiana e promotore del movimento dell’Arte Povera negli anni Settanta – ha percepito un compenso di 750,000 euro da molti considerato eccessivo. Questo episodio è stato ritenuto esemplare di una più ampia serie di contraddizioni interne ad un evento che, con il titolo Nutrire il pianeta, era stato presentato come un’opportunità concreta di affrontare temi quali l’accesso al cibo e la discrepanza tra la sua abbondanza e la sua carenza nelle diverse zone del mondo ma, lungi dal sostenere il pianeta, o almeno la città che lo ha ospitato, l’Expo è sembrato essere niente più che un’opportunità per fare grandi profitti. Il biglietto d’ingresso costava 40 euro e il cibo offerto all’interno dai paesi partecipanti era generalmente molto costoso. Oltre ai costi proibitivi, gli attivisti di Milano hanno protestato contro l’uso strumentale che il governo ha fatto del progetto, utilizzandolo come scusa per riqualificare e gentrificare vaste aree della città. Gli appalti per questi interventi sono andati soprattutto a grandi aziende multinazionali tra cui la Hines che ha come motto «Sviluppo immobiliare intelligente» e la cui sede centrale si trova a Huston in Texas.

La contestazione contro la riqualificazione di Milano è partita dal quartiere Isola ed è stata promossa dagli attivisti di Isola Art Center che, fra il 2003 e il 2007, hanno occupato un ex deposito chiamato Stecca trasformandolo in un museo di arte contemporanea gestito da persone sempre diverse tra cui Bert Theis, Mariette Schiltz, Stefano Boccalini e Marco Scotini. La riqualificazione, progettata dall’architetto Stefano Boeri, a quel tempo assessore comunale, era parte di un più ampio progetto cittadino voluto dal consiglio comunale in collaborazione con investitori immobiliari come Hines. Questo progetto minacciava l’esistenza di aree ricreative e di svago, elemento al centro della contestazione da parte degli occupanti della Stecca che dal 2005 non vedeva più soltanto la presenza di artisti ma anche di un cospicuo numero di artigiani locali. La risposta di Boeri a queste obiezioni fu l’ideazione del Bosco Verticale, torri residenziali di lusso che ospitano alberi piantati sui grandi balconi presenti su ogni piano. Questa nuova soluzione presenta sicuramente spazi verdi ma i residenti non possono usufruirne a meno che non abitino in uno di quei lussuosi appartamenti. La realizzazione di questo progetto fu resa possibile dallo sgombero della Stecca e dalla sua demolizione avvenuta nel 2007. Nel suo breve storia la Stecca ha ospitato 27 mostre con più di 200 artisti locali e internazionali fra cui Ian Tweedy e Tania Bruguera.

Quattro anni dopo lo smantellamento della Stecca, si è formato, sulla scia della tradizione culturale e politica dell’operaismo italiano, un gruppo chiamato Lavoratori dell’arte. Il gruppo, che includeva attivisti e artisti, ha occupato la Torre Galfa, un grattacielo abbandonato degli anni Cinquanta, chiamandolo Macao, ma dieci giorni dopo sono stati sgombrati dalla polizia. Il gesto di occupare un grattacielo vuoto, benché per un breve periodo, metteva in evidenza le criticità dell’investimento immobiliare dal momento che un centro culturale come l’Isola Art Center era stato distrutto per costruire altri grattacieli. Inoltre l’occupazione di Macao si inseriva all’interno di un ampio movimento nazionale di occupazioni che si diffuse in Italia da agosto 2011 quando i lavoratori del Teatro Valle di Roma – il più antico della città all’epoca in attività – lo occuparono dichiarando lo spazio bene comune in linea con l’articolo 43 della Costituzione Italiana e in continuità con l’esito del referendum che pochi mesi prima aveva dichiarato anche l’acqua e il sistema idrico italiano bene comune. Nell’estate del 2012, il movimento dei beni comuni si estese anche a Venezia (Teatro Marinoni e Magazzini del Sale), Napoli (La Balena), Catania (Teatro Coppola) e Palermo (Cantieri Culturali della Zisa e Teatro Garibaldi). Ognuno di questi spazi lavorava per realizzare un programma culturale finalizzato a dimostrare che i servizi pubblici potevano essere pensati e forniti secondo un modello diverso dai precedenti e che non fosse quindi statale, comunale o privato ma, appunto, comune. Al momento il Teatro Valle e il Teatro Garibaldi non sono più in attività, il primo in seguito a uno sgombero eseguito malgrado il grande supporto del pubblico e nonostante offrisse un programma di livello internazionale completamente gratuito.

Lo sgombero di Macao dalla Torre Galfa non ha fatto però desistere il movimento. Il gruppo si è spostato a Palazzo Citterio a Brera e da lì in un ex macello del XX secolo nella zona di Calvairate. Ora Macao sta combattendo contro un nuovo sfratto ordinato in seguito alla decisione del comune di mettere in vendita l’immobile. Dalla sua istituzione nel giugno 2012 Macao ha ospitato più di 2000 artisti provenienti da tutto il mondo che hanno partecipato a mostre, conferenze, workshop ed eventi musicali, ma anche assemblee che hanno messo al centro del dibattito la dignità dell’arte e dei lavoratori del campo artistico. La situazione era stata quasi formalizzata nel 2014 quando il consiglio comunale milanese tenne una tavola rotonda sull’uso e l’abuso dello spazio pubblico e alla fine della quale conferì «la gestione degli spazi abbandonati a comunità che si organizzano dal basso». Nell’agosto del 2016, Beppe Sala, nuovo sindaco di Milano ed ex amministratore delegato di Expo, ha nominato Cesare Ferrero, ex amministratore delegato di Bnp Paribas Real Estate Italia, presidente di Sogemi SpA, società parapubblica proprietaria dell’edificio di cui il Macao occupa una parte. Apparentemente motivata dalla necessità di sopperire a una mancanza di budget, Sogemi e Ferrero sostengono che l’immobile vada venduto al prezzo di mercato.

Macao ha risposto con una petizione con la quale ha chiesto che gli venisse consentito di acquistare la proprietà a un prezzo inferiore attraverso la formazione di un’associazione culturale di cui fanno parte artisti, cittadini e attivisti. Al momento sono state raccolte più di 1700 firme. Maddalena Fragnito, una delle attiviste coinvolte, ha dichiarato: «Cinque anni fa abbiamo lanciato una sfida che era quella di innovare la governance di un centro culturale: costruire e, soprattutto, gestire uno spazio di produzione e di sperimentazione artistica accessibile a tutte e tutti. Questa sfida ha incontrato desideri e attivazione di centinaia di persone, ma anche molte istituzioni che – incapaci di relazionarsi con forme e linguaggi nuovi – hanno ignorato o screditato Macao, come da copione paternalista. Oggi lanciamo ancora più in là la proposta suggerendo che questo spazio può essere comprato da chi lo vive e lo anima, cosa che rompe con gioia il triste binomio proprietà privata».

Gli occupanti sono tanto interessati ad acquistare l’immobile quanto a chiarire le motivazioni politiche presenti dietro il piano di vendita dello spazio in cui vivono. In un articolo pubblicato su Effimera, Emanuele Braga ha sostenuto che il motivo reale che spinge il governo cittadino a operare in tal senso è la volontà di porre fine alla cultura dell’occupazione che mette in crisi la dottrina della proprietà privata e rende manifesti i benefici degli spazi comunitari. Questo processo è stato sfidato con eventi come The Wandering School, un progetto realizzato in collaborazione con una trentina di studenti del Dirty Art Department of the Sandberg Institute of Amsterdam che, per tre settimane, hanno vissuto e lavorato all’interno di Macao alla creazione di un laboratorio che intendeva sovvertire creativamente le tipiche gerarchie presenti in uno spazio espositivo. La prima fase ha visto il concepimento del progetto e nella seconda, tenutasi dall’1 al 17 aprile 2016, è stato coinvolto anche il pubblico con eventi come cene nell’atmosfera di un rave a cura dei cuochi di Le 3 gros; una mostra personale giornaliera che prevedeva una serie di esposizioni della durata di 24 ore organizzate dagli artisti Kitty Maria e Alben Karsten in una galleria in miniatura realizzata con materiali improvvisati al centro del piano terra; un simposio sull’istruzione alternativa tenuto il 9 aprile dall’educatore radicale Cyril de Menouillard.

Il programma eclettico di Macao funziona come un antidoto alla logica del mercato. È un erede del concetto condiviso da intellettuali come Adorno e Debord secondo cui l’irrazionalità del fare arte può in qualche modo ostacolare il percorso verso la realizzazione di una mentalità di mercato privata di qualsiasi umanità. Alla luce di questo, vale la pena ricordare che le zone di Milano recentemente riqualificate, negli ultimi anni sono state sostanzialmente svendute a imprenditori stranieri come Hines e gli Emirati del Quatar: questi ultimi possiedono il 100% di Porta Nuova, un’area immobiliare che comprende la zona di Isola, vale più di due miliardi ed è stata progettata e completata in coincidenza con Expo. Per Macao un evento simile è indicativo della motivazione ideologica sottostante la riqualificazione del territorio milanese secondo criteri in linea con un modello di proprietà favorevole alle esigenze di una visione neoliberale degli investimenti immobiliari. Secondo questa visione, i bisogni della comunità valgono ovviamente meno del profitto. Il movimento per i beni comuni, di cui Macao è parte attiva, cerca di indirizzare le critiche di queste storture sociali a un livello sia macro sia micro. Per i lavoratori dell’arte che lo costituiscono, gli oggetti della contestazione sono tanto il modo in cui la cultura viene prodotta quanto l’influenza che società immobiliari e gli interessi economici esercitano sui processi di quella creazione culturale in cui gli artisti politicamente impegnati si trovano adoperare. Eva Neklyaeva, direttrice del Festival Santarcangelo, in una lettera aperta a sostegno di Macao ha scritto: «Qual è l’istituzione artistica italiana più interessante in questo momento? Per me è sicuramente Macao di Milano. E ora è sotto sfratto. Dopo aver trascorso alcuni giorni a Documenta ad Atene, la cosa più importante che ho imparato è che non importa solo il cosa ma anche il come. Non importa che tipo di contenuti straordinari possiamo creare. Se non troviamo il modo di strutturare i processi produttivi in modo che riflettano gli stessi valori che vogliamo difendere (femminismo, anticapitalismo, ecologia, prospettive postcoloniali) siamo condannati a fallire.

L’Expo è stato, nella sua essenza, l’opposto di Macao: uno spettacolare esempio di come l’arte e il cibo possano essere cooptati negli interessi del capitale. Le società hanno sfacciatamente ridefinito le caratteristiche del mercato in Italia. Il viale su cui erano allineati i padiglioni nazionali sembrava una parodia dello shopping tratta da I Simpson: una città costruita con il solo intento di promuovere il consumismo. È stata importata una modalità neoliberista di consumare cibo in grado di soppiantare le abitudine della popolazione italiana che ha sempre vissuto questi momenti come comunitari. Mentre Macao attende una risposta dal comune di Milano, è ormai chiaro che in città si sta affermando un nuovo modello di sviluppo cittadino che deve essere combattuto su più fronti e gli spazi comuni saranno essenziali in questa lotta. Come ha detto Camilla Pin, curatrice e attivista dell’Isola Art Center e di Macao, «c’è una volontà innata nel processo che ha portato alla creazione di Macao ed è quella di distruggere la segregazione dopo aver passato una vita immersi in una cultura basata sull’individualismo».

Quando ho chiesto al Comune di Milano se ci fosse una possibilità effettiva per Macao di acquistare lo spazio che occupa a un prezzo ridotto, un addetto stampa mi ha risposto che «l’amministrazione deve considerare il valore dell’immobile secondo i criteri del mercato per evitare possibili danni a livello economico». La questione diventa dunque la seguente: il consiglio comunale di Milano, con i suoi rapporti con le società immobiliari, può garantire la sopravvivenza e lo sviluppo della vitalità culturale e il fermento artistico milanese, o la logica dell’Expo indica che le corrosive politiche neoliberiste si sono già affermate in città e che gli abitanti farebbero dunque bene a mobilitarsi?

Traduzione dall’inglese di Emanuele Riccomi

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