La ex Dogana di San Lorenzo

Un nuovo modello di rendita

Claire Fontaine Closed for Prayers 2006
Claire Fontaine, Closed for Prayers, 2006.

Questa è l’ex-Dogana di San Lorenzo. Un luogo della città, da sempre, off limits per tutti e anche un luogo della memoria. Prima di essere deportati, attraverso la Stazione Tiburtina, verso i campi di concentramento, qui hanno sostato le vittime del rastrellamento nazista del sabato nero dell’ottobre 1943 

1. Chi volesse cercare di comprendere che cosa s’intende con il termine di «rigenerazione urbana» ha oggi un modo molto semplice per capirlo. Può accadere in più modi. Gettando uno sguardo dall’alto della tangenziale che, come una lama di una scimitarra sguainata, attraversa tagliandole le case di San Lorenzo. Guardando fuori da uno dei tanti treni che entrano/escono dalla stazione Termini. O, ancora, provenendo da Porta Maggiore, quando si esce dal sottopasso della ferrovia e si è afferrati dalle lunghissime ombre che proiettano sul nostro corpo gli sciagurati esiti di ferro e cemento di quella strada volante che ci ritroviamo sulla testa. Sono i confini di un’area a forma trapezoidale di oltre due ettari. Questa è l’ex-Dogana di San Lorenzo. Un luogo della città, da sempre, off limits per tutti e anche un luogo della memoria. Prima di essere deportati, attraverso la Stazione Tiburtina, verso i campi di concentramento, qui hanno sostato le vittime del rastrellamento nazista del sabato nero dell’ottobre 1943.

2. L’area, privata di ogni funzione, dal 2007 fa parte del patrimonio immobiliare pubblico da «valorizzare». Uno dei tantissimi immobili da mettere sul mercato attraverso un programma affidato a Fintecna Immobiliare, società interamente partecipata dalla Cassa Depositi e Prestiti S.p.A, che compie un capolavoro di ingegneria finanziaria. Prima costituisce una Nuova Azienda partecipata al 50% dalla stessa Fintecna. Poi ricerca nuovi soci ai quali attribuire il restante 50%. Poi, ancora, rivende gli immobili ricevuti a società cui lei stessa partecipa con una quota di maggioranza. Una passeggiata esente da rischi economici per i privati che avrebbero acquistato le quote da Fintecna chiedendo finanziamenti alle banche dando come ipoteche quegli stessi immobili. Risultato: debiti spalmati anche sul socio pubblico. Per l’affaire Dogana il 50% delle quote messe in vendita da Finctecna Immobiliare sono andate a: Fingen spa (35%) PirelliRE (35%) e il Gruppo Maire (30%). Gli immobili conferiti con la Dogana sono stati l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato situato a Piazza Verdi, l’ex Istituto Geologico Nazionale in via di S. Susanna, e l’area di Valcannuta, lungo la via Aurelia. La maxi operazione di acquisto per tutto questo «pacchetto» è stata chiusa a 368 milioni di euro. Una cifra del tutto incongrua rispetto il reale valore degli immobili. Basti pensare al palazzo di piazza Verdi. Una superficie totale di 54.000 metri quadri che tra poco sarà trasformata in un albergo di extra-lusso, con annessi appartamenti privati, da un importante catena cinese.

Tutto deve diventare merce. Anche l’arte di strada, nata per far diventare «occhi aperti sull’abitare» facciate e mura in cui sono racchiuse le nostre esistenze. 

3. Nel 2014 CDP decide che è arrivato il momento di dare il via, al programma di «rigenerazione architettonica» proprio dell’ex-Dogana. Ennesimo centro commerciale ed ennesime palazzine. Il progetto, consultabile sul sito di CDP, prevedeva «un elemento lineare a ridosso del fascio dei binari in parte destinato a parcheggi con una copertura a verde, un nucleo con una piastra commerciale e un edificio per uffici su via dello Scalo San Lorenzo e due edifici residenziali». In poche parole, demolire l’ex-Dogana (buon esempio di archeologia industriale) per farne parcheggi, appartamenti e un centro commerciale. Per presentare l’operazione, affidando la commercializzazione a compiacenti comprimari tra i gestori dell’intrattenimento cittadino, vengono chiamati alcuni esponenti mondiali della Street Art. Un cambio di passo della strategia del mattone finanziario. Una finestra sulla nuova urbanistica. Quella che, per produrre rendita, ha deciso che non basta tirar su muri.

Tutto deve diventare merce. Anche l’arte di strada, nata per far diventare «occhi aperti sull’abitare» facciate e mura in cui sono racchiuse le nostre esistenze. Con il ricorso, all’Outdoor Urban Festival, la sigla con cui è stata coperto questo primo tentativo dell’operazione immobiliare, si puntava a estendere il consumo urbano oltre le mura delle case che si intendeva costruire. Da qui il ricorso a «giovani imprenditori» cui affidare il compito di riportare al chiuso quello che vive nella strada. La strada fa paura. CDP sa bene che la città, per sopravvivere, ha bisogno di ridisegnare se stessa. Opera per continue demolizioni e sostituzioni. Un tentativo abortito. La Libera Repubblica di San Lorenzo e il protagonismo sociale dei cittadini ha risposto no grazie, animando una forte lotta al grido «il nostro centro commerciale è il quartiere». Chi era interessato a costruire il supermercato alla Dogana si è alla fine ritirato, anche se aveva ricevuto benevole assicurazioni dal governo della città.

4. A San Lorenzo le cose sembravano andar male per CDP. In attesa di trovare un compratore, CDP che fa? Capisce che bisogna costruire la domanda. Non di nuovo, ma una domanda nuova. A partire dal definire quell’area non come uno spazio dismesso da riutilizzare, ma come uno spazio nuovo, da inventare e portare fuori nel territorio metropolitano. Bisogna innanzitutto sottrarlo al quartiere. Investendo, prima ancora che in un progetto, in un programma che fa delle dismissioni un’operazione non architettonica ma urbana. Non per prendere tempo, ma per definire il nuovo tempo della rendita. CDP trova chi può iniziare ad aprire la strada, ed affitta lo spazio a un gruppo di promoter (la Dead Poets Society, sic!) che con un’operazione di rigenerazione temporanea trasforma l’ex-Dogana in un locale. Sono i «ragazzi dell’ex-Dogana» di fatto ad assecondare la logica di mercato di CDP, che opera interrompendo relazioni geografiche, temporali, sociali. A loro il lavoro di far vivere l’ex-Dogana come spazio staccato da San Lorenzo e dalla città e, in attesa della trasformazione, farlo diventare un contenitore di eventi «culturali» di ogni tipo, a loro volta staccati dalle strade dove sono nati. Non c’è alcuna idea di cultura dietro la programmazione di eventi che si susseguono con la logica della merce su uno scaffale di un supermercato. La Dogana è un grande contenitore che accoglie oggetti allineati secondo un alfabeto scompigliato piegato ad assecondare un’idea di mercato, che detta la geografia del divertimento e la schizofrenia crescente della città. Da una parte, determina la desertificazione, l’assenza di spazi culturali fondati esclusivamente sul valore sociale e fenomeni devastanti per i quartieri come la cosiddetta movida, dall’altra usa la stessa movida per tentare di valorizzare gli spazi che non riesce a vendere, affidandoli a organizzatori di feste.

Il modello ex-Dogana non produce cultura, ma cattura e ripropone, svuotate e inoffensive, le forme culturali nate altrove, nei laboratori che sono gli spazi sociali, nella strada, nel mondo della controcultura 

5. Il modello ex-Dogana non produce cultura, ma cattura e ripropone, svuotate e inoffensive, le forme culturali nate altrove, nei laboratori che sono gli spazi sociali, nella strada, nel mondo della controcultura. Prima la Street Art, poi le feste techno, prese dalla periferia e infilate negli appartamenti del centro e, da ultimo, negli immobili da «rigenerare». A Roma alcuni spazi destinati a futura «rigenerazione urbana», o comunque in disuso (la dogana, la zecca, la rampa prenestina, la caserma Guido Reni) vengono affidati allo stesso gruppo di società, a «ragazzi», che li trasformano in location temporanee per eventi, feste, iniziative. Il modello di questi eventi a volte è identico nello stile e nella comunicazione alle feste «K Party», feste «segrete» a numero chiuso, organizzate sempre in un posto diverso, che sarebbero nate affittando appartamenti di lusso in centro il cui indirizzo veniva comunicato per email.

6. Ogni sera, all’ex-Dogana è messa in scena la creazione, e quindi l’offerta, di un asettico luogo dorato. Una città nella città che superi il modello della città moderna, del luogo dove ci sono i servizi e puoi trovare di tutto, per far vivere nel simulacro di uno spazio metropolitano la miseria di un abitare in un’altra città che ci sottrae, per ora in maniera un po’ cialtrona ma certo poi più raffinata, quello che abbiamo costruito, quello che abbiamo amato. Dove non hanno trovato mai spazio contratti di subaffitto, stazioni per sedi elettorali, e accolto artisti che sui palchi degli spazi sociali si sono esibiti con orgoglio e non per arraffare cachet. A Roma ci sono stati momenti autentici di rigenerazione temporanea di spazi abbandonati, chissà quanto intenzionalmente – comunque non perfettamente pianificati.

I rave illegali degli anni Novanta trasformavano gli spazi abbandonati della periferia estrema della città, ex-fabbriche, luoghi di lavoro dismessi, scheletri urbani, pezzi di città dimenticata, in luoghi di reale aggregazione, fuori dalla logica di mercato. Per trovare lo spazio giusto, si andava in esplorazione della città, partiva il tam-tam con cui ci si passava di persona in persona l’informazione sul luogo, dove con un rito collettivo di condivisione senza regole (senza buttafuori, senza bevande a 10 €) avveniva la riappropriazione temporanea, la festa, un’esperienza di relazione empatica con gli altri.

Il valore dello spazio «rigenerato» era la sua capacità di creare aggregazione. Il «modello ex-dogana», con i suoi mille eventi diversi, le feste finto-alternative accostate a eventi commerciali, le iniziative sulla «cultura indipendente» e al tempo stesso l’assicurazione di operare nei limiti della legalità, la rivendicazione di un vuoto identitario, ignora lo spazio che pretende di rigenerare, lo nega, lo consegna alla speculazione.

È un modello che racconta un altro vuoto: quello delle politiche culturali, inesistenti, affidate all’iniziativa privata e a criteri esclusivamente economici che finiscono con il far somigliare i luoghi della cultura a caotici supermercati dove il prezzo di ingresso determina il tipo di esperienza che si avrà.

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