La differenza del colore

Una mostra a cura di Giorgio de Finis

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Mary Zygouri, Venus of the Rags (2014), performance - Foto di Giovanni De Angelis.

La mostra curata da Giorgio de Finis, inauguratasi il 22 luglio a Magione (Pg), che vede in mostra 13 artiste di tutto il mondo e di diverse generazioni, reca un titolo volutamente provocatorio, Donne di Colore. Il riferimento è polisemantico: si parla del rapporto diretto che ha l’arte femminile con il colore, ma anche della voluta eterogeneità antropologica che l’alterità femminile gioca nei confronti del logocentrismo formalistico maschile. La lunga discussione sui rapporti fra colore e disegno, risalente a Platone, è giustamente richiamata nell’impostazione generale della mostra.

Fin dall’ingresso nella spettacolare Torre dei Lambardi, un manufatto del XIII Secolo eretto e ottimamente ristrutturato in tempi recenti, veniamo immersi in quello che è il filo conduttore di Donne di colore tramite un lavoro che è però opera di un uomo. La celebre Venere degli Stracci di Michelangelo Pistoletto, installata all’entrata, ha infatti una funzione centrica nei confronti delle altre opere che nel dialogo rivendicano orgogliosamente la propria eterogeneità e lateralità. Allo stesso tempo, il capolavoro dell’arte povera rappresenta anche l’antinomia di concezione di un’opera d’arte al femminile. Da un lato un femminile inteso come forma perfetta, Venere Anadiomene generata dalle acque, dall’altro, in contrapposto alla forma della perfezione classica, l’informe degli stracci e del colore che sovrastano tutto. Riferimento ancora più radicale al ready made duchampiano, lo straccio rappresenta dunque lo scarto, ma in questo senso lo scarto non è più solo una critica alla società dei consumi, quanto una vera e propria forma simbolica di un’epoca e soprattutto di una sensibilità.

Veronica Montanino, Grande Rigoroso (2017) – Foto di Giovanni De Angelis.

Nell’allestimento di Donne di colore, tutte le opere possono dialogare con la Venere proprio perché questa, con i suoi stracci, ci introduce all’emotività dell’informe. D’altronde l’informe è fortemente legato a un’espressione dell’inconscio, una sorta di tabula rasa che precede qualunque gestalt. Il tema portante della mostra è chiaro: fin dai primordi della tradizione pittorica occidentale, se è stata espressa in senso dottrinale una forma simbolica della prospettiva, come affermava Panofksy, è stata sempre lasciata sottintesa una pur esistente forma simbolica del colore. Lo scontro fra scuola fiorentina del disegno e scuola veneta del colore riassume bene, dal punto di vista critico, questa dialettica che innerva lungamente l’arte occidentale.

Il colore, al contrario del disegno, ha una reputazione controversa, è necessario ma non razionale e dunque potenzialmente pericoloso. Nel XX Secolo il tema del colore si ibrida con quello della differenza femminile. Proprio in quanto differente, lo sguardo femminile mette in discussione il primato del logos e dunque anche il primato di una forma conchiusa, trovando nell’esplosione del colore un mezzo di espressione se non naturale quantomeno fortemente adattabile a una sensibilità antropologica che rivendica il proprio decentramento e la propria continua opera di deterritorializzazione.

In questo senso, per esempio, il lavoro di Mary Zigouri sulla stessa Venere degli stracci può essere visto come paradigmatico. Portare in giro la Venere e gli stracci di Pistoletto come veri e propri oggetti d’uso, significa infatti abbassare l’arte a una sorta di grado zero della sua funzione sociale, ma nello stesso tempo separarla da ogni intento vanamente musealizzante. Se l’arte povera nasce dalla volontà di eliminare il confine tra il materiale nobile e materiale povero nella valutazione dell’oggetto artistico, riportare le opere in giro significa rivitalizzare l’arte nel contatto con la cultura popolare. Ancora una volta verso il luogo dello scambio, ma anche dell’eccesso pulsionale, del dono, dell’incontro.

Florencia Martinez, Carritos: la leggerezza (2015) – Foto di Giovanni De Angelis.

Che il groviglio delle pulsioni diventi il centro tematico di questa mostra lo conferma per esempio l’opera di Florencia Martinez, La leggerezza, dove il tessuto non ha una forma definita, ma simula l’interno di un corpo. Un groviglio allo stesso tempo drammatico e giocoso, ma che esprime continuamente la piegatura dell’emotivo nel fisico. Martinez come molte altre artiste rivendica al colore l’aspetto del corporeo rispetto al cerebrale.

Ovviamente c’è un differenza fra le artiste che hanno scelto un medium più squisitamente pittorico e quelle che utilizzano l’installazione o la performance. Micaela Lattanzio, Veronica Montanino o Maya Hayuk, con una sensibilità tanto drammatica quanto giocosa e pop, lavorano sullo spazio, sull’inserimento di note ironiche, mnestiche ed esistenziali in una fitta trama di verticali, orizzontali e diagonali, rese traslucide dall’uso del colore. All’astrattismo, anzi al concretismo delle linee e dei punti si sovrappone il colore come disseminazione del senso. Come se uno spazio fortemente radicato nella sua geometricità esplodesse poi nella pura matericità di oggetto che sta per farsi, ma non è ancora confinato dalla forza del segno grafico.

In Virginia Ryan o in Kaarina Kaikkonen che operano attraverso i tessuti, il colore è parte di una continua tramatura che si evolve in apice scritturale, il colore qui serve alle artiste come continua variazione tonale e timbrica. Il tessuto povero viene esaltato nell’esperienza di un cromatismo estremo ed acceso che rovescia il rapporto forma-materia. Su un versante simile si possono porre le Spiderballs di Francesca Pasquali che invece dialogano con l’architettura e gli spazi della Torre dei Lambardi, mettendo in discussione il rapporto fra forma statica e esplosione dell’evento cromatico. Soprattutto nel caso di Virginia Ryan, poi, questa sensibilità è convogliata nell’esperienza del viaggio, la fitta trama cromatica diventa allusiva dell’intrecciarsi delle esperienze in una dialettica tra dentro e fuori, tra l’appartenenza e l’estraneità, in un netto superamento della dicotomia coloniale-postcoloniale.

Francesca Pasquali, Spiderballs (2017) – Foto di Giovanni De Angelis.

L’ensemble femminile in esposizione non è infatti disimpegnato né dal lato della ricerca riguardante la specificità dell’arte femminile, né sul piano politico riguardante le questioni della differenza. Nel video della performance Blind di Francesca Fini, l’artista, per costruire una temporalità di abbandono completo, abbina suoni e colori nella sua esperienza mirando a fondere il corpo nel corporeo. Alla differenza emotiva dettata dal primato del corpo femminile si somma la differenza geografica dei corpi migranti, per esempio nell’opera di Lenia Georgiou, dove al colore si aggiunge l’apporto creativo dei migranti stessi in un’opera che tende a superare la firma dell’autorialità per tendere verso il collettivo, esplorando pittura, scrittura e installazione. Gloria Petyarre che dell’eterogeneità geografica è anche testimone diretta, costruisce percorsi simbolici di grande complessità attraverso virgole di colore. Il suo astrattismo rimanda al non figurativo delle culture non occidentali che costruiscono degli spazi di alterità. Anche gli oggetti di Joana Vasconcelos polemizzano con la modernità ed alludono all’alterità, mettendo però in discussione queste nozioni tramite richiami espliciti al pop e grazie all’uso di materiali contemporanei.

Si può dire dunque che Donne di Colore sia una mostra sul passaggio dalla forma all’attitudine informale tipica dell’arte contemporanea, nel prisma dell’interpretazione femminile e femminista dell’evento. Nell’essere riuscito a cogliere le implicazioni e le possibilità aperte da questo passaggio risiede la forza evocativa di questo ottimo allestimento.

 

Donne di Colore a cura di Giorgio de Finis
Fino al 24 settembre 2017, Torre dei Lambardi, Magione (Pg)
Opere di: Francesca Fini, Lenia Georgiou, Maya Hayuk, Kaarina Kaikkonen, Micaela Lattanzio, Florencia Martinez, Veronica Montanino, Francesca Pasquali, Gloria Petyarre, Michelangelo Pistoletto, Virginia Ryan, Joana Vasconcelos, Mary Zygoury.

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci (1967-2013) – Foto di Giovanni De Angelis.

 

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