La curatela come antipsichiatria

Dalla critica istituzionale all'istituzionalità del comune

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Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito, 2017 - veduta dell'installazione, Museo Madre (Napoli) - Courtesy l'artista e Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee. Foto: Amedeo Benestante.

Con il verbo curare si può intendere avere cura, prendersi cura di qualcuno o di qualcosa, ma il termine può anche indicare la cura di una malattia, di un infortunio oppure di un disturbo mentale. Esso implica dunque azioni quali catalogare, medicalizzare, escludere, rinchiudere, seguire.

Il nostro orizzonte non può limitarsi alla critica istituzionale, questa diventa piuttosto un passaggio verso qualcos’altro, verso l’affermazione di modelli di nuova istituzionalità 

Oggi non intendo concentrarmi sul rapporto di cura che intercorre all’interno del campo definito dalle funzioni curatore-artista-opera-pubblico, dove il termine curatore può alludere sia all’ausstellungsmacher (colui che fa le mostre), sia al curatore museale con i suoi compiti collegati di conservazione delle opere. Oggi il nostro orizzonte non può limitarsi alla critica istituzionale, questa diventa piuttosto un passaggio verso qualcos’altro, verso l’affermazione di modelli di nuova istituzionalità. Ci tornerò più tardi. Certo, il museo o l’istituzione artistica mantengono relazioni equivoche con la dimensione della rappresentanza politica e con le oligarchie della finanza globale; i musei sono certamente gerarchizzati (è un’ovvietà), sono luoghi di deposito, di accumulo, di produzione, di organizzazione di saperi che come tutti i saperi si iscrivono a loro volta all’interno di relazioni di potere. Ma non è la cura, di qualunque natura essa sia (monodirezionale o reciproca, violenta o amorevole, permanente o biennale, autoritaria o democratica, materiale o immateriale), che avviene all’interno dei limiti istituzionali riconosciuti tra curatore, artista e opera che mi interessa mettere in luce, poiché essa avviene in ogni caso all’interno del medesimo sistema che, per le caratteristiche storiche che è andato assumendo, non può produrre alcuna radicale trasformazione sociale. Perché?

Proverò ad argomentare definendo innanzitutto l’oggetto del mio intervento. Esso si limita ad un aspetto della cura: quello della curatela il cui tratto saliente è stato, a partire dalla metà degli anni Novanta e in sintonia con l’affermarsi globale della supremazia delle tecniche di governo sulla sovranità, quello della governamentalità. Certo se oggi guardiamo alla situazione geopolitica, questa supremazia sembra vacillare, ma se restringiamo il campo a questa specifica attività detta curatela, essa sembra, per ora, largamente intatta. Ho provato ad affrontare questo tema recentemente in un lungo articolo pubblicato su questo stesso magazine. Senza nostalgia verso modelli del passato ho tentato di guardare ad alcune espressioni (dominanti) della curatela non come cura della relazione con l’opera (o della relazione con insiemi di opere), ma come cura della relazione tout court. Ho provato a descrive come la curatela (assieme alle mutazioni del lavoro in generale), possa manifestarsi oggi come attività senz’opera. Utilizzando i casi di Nicolas Bourriaud e Hans Ulrich Obrist, rispettivamente assunti come paradigma teorico e pratico della svolta governamentale della curatela, ho sostenuto la seguente tesi. Il curatore costruisce la propria posizione di potere all’interno del mercato neoliberale dell’istituzione arte soprattutto attraverso l’attivazione della dimensione relazionale che diventa anche il principale contenuto del suo operato. Egli, inoltre, rafforza tale mercato con un lavoro continuo di connessione tra insider e outsider art, tra ciò che è arte e ciò che arte non è, tra arte umana e arte non umana (quest’ultimo è il caso, ad esempio, di Carolyn Christov Bakargiev e della linea di lavoro che si è trovata a sviluppare con Documenta 13 e non solo).

Da un punto di vista strutturale questi tentativi (che possono dare vita a progetti espositivi convincenti o meno) assumono i tratti di un ampio lavoro di cattura, di riconduzione continua della molteplicità a quelli che Lazzarato ha definito i neoarcaismi dell’opera, dell’artista, del pubblico e ai dispositivi classici della mostra, del festival, della Biennale, ecc. La curatela mainstream ha decretato, in sintonia con il neoliberismo globale, che potenzialmente non vi è più un fuori dell’arte, non perché tutto possa diventare arte, ma perché l’edificio dell’istituzione artistica può oggi innalzarsi fino ai proverbiali mille piani… Ma attenti, si tratta solo dei mille étages, non certo dei mille plateaux. Vorrei chiarire inequivocabilmente un aspetto, il punto non è lamentarsi del fatto che non si capisca più cosa sia arte rispetto a cosa non lo sia, questione che trovo di nessun interesse. Né sono un nostalgico dei paletti disciplinari. Voglio piuttosto sottolineare che oggi il legame più sottile tra arte e capitalismo sta nel fatto che questo abbia arruolato un’istituzione basagliana. Si è infatti affermato un modello curatoriale che potremmo definire di anti-curatore (per richiamare appunto l’antipsichiatria).

Eppure l’anticuratela non avrà mai effetti dirompenti paragonabili a quelli dell’antipsichiatria, poiché la seconda agiva come propaggine dell’Antifascismo contro un’istituzione disciplinare totale, mentre la prima (pur promuovendo tratti culturali antifascisti) non è anticapitalista, agisce anzi quale dispositivo di governamentalità. Certo, essa modera in parte la speculazione più volgare (o le fornisce la facciata presentabile) che ha interessato l’arte contemporanea a partire dagli anni Ottanta; in qualche modo funziona da katechon, da forza che trattiene l’arte da un destino di completa finanziarizzazione, di puro ornamento dell’autorità del denaro. L’anticuratela tenta (Okwui Enwezor e Nicolas Bourriaud sono su questo piuttosto espliciti) di interpretare il campo dell’arte contemporanea quale zona franca, quale spazio di una possibile interruzione temporanea del processo di valorizzazione capitalistica. Questo tentativo è, a mio avviso, velleitario.

Cosa insegnano davvero le scuole d’arte più all’avanguardia e i prestigiosi corsi internazionali di curatorial studies? Il rischio è che formino giovani antipsichiatri dell’estetica, pronti a sedare i matti a colpi di Deleuze e Foucault, di Agamben e Butler 

La riflessione che segue può risultare scomoda in tempi in cui fascismi e forze reazionarie guadagnano terreno, ma dobbiamo nondimeno affrontarla. Cosa insegnano davvero le scuole d’arte più all’avanguardia e i prestigiosi corsi internazionali di curatorial studies? Il rischio è che formino giovani antipsichiatri dell’estetica, pronti a sedare i matti a colpi di Deleuze e Foucault, di Agamben e Butler. I più fortunati, poi (al di là della buona o cattiva fede), si dedicano alla messa in scena del pensiero critico di cui si offre una rappresentazione a cui mancano drammaticamente volontà e possibilità di azionare socialmente quello stesso pensiero. E nessuno sembra particolarmente preoccupato di questo teatro della democrazia, come lo fu, ad esempio, Platone nell’antichità.

Si dirà, non senza ragioni, che questo non è il peggiore dei mali: meglio che l’istituzione arte funzioni come dispositivo governamentale piuttosto che come spazio di propaganda autoritaria. E vedremo se l’ondata globale di populismi reazionari cambierà le carte in tavola nei prossimi anni. Ma torniamo al problema del presente. Chi sono dunque i matti da normalizzare? Di certo non gli artisti. Sono piuttosto coloro che scelgono di sviluppare la propria pratica su di un terreno che non è riconducibile esclusivamente al circuito dell’arte contemporanea e che non sono riducibili ad un ruolo definibile all’interno dello stesso. Sono coloro che si calano all’interno di dimensioni collettive di intervento che esistono a prescindere dalle opportunità offerte da grant, application, mostre, biennali e progetti di rigenerazione urbana in cui la priorità sia quella di produrre la propria opera. La costruzione del comune, in arte, è un’urgenza che deve essere assunta direttamente dai questi pazzi, poiché gli anticuratori illuminati contribuiscono all’evoluzione di un’istituzione che gli calza a pennello.

Per carità, un po’ di cura può andarci pure bene, soprattutto quando la nostra follia rischia di manifestarsi come vera e propria patologia, come depressione generata magari dalla povertà, dal lavoro gratuito, dal mancato riconoscimento sociale, dalla schizofrenia professionale, da mansioni dequalificanti. Del resto, va detto, saremo sempre meno depressi di quegli operatori di successo che prendono coscienza dell’assenza di senso nella riduzione del loro operato a innocua questione di mercato. La cura ci è utile se ci viene somministrata come reddito, ma non dobbiamo smettere di pensare all’istituzione come ad un campo di battaglia, come luogo di una tensione da praticare con l’intento di evitare il suo apparentemente inevitabile recupero. Questo è, ad esempio, uno dei pensieri radicali che deve trovare spazio nelle istituzioni, qui dobbiamo reperire risorse da investire nei tentativi di nuova istituzionalità artistica, evitando però di creare sudditanza.

In un libro di qualche anno fa, Gregory Sholette utilizza una metafora astrofisica per descrivere la composizione del mondo dell’arte. Esso, afferma, è formato in gran parte da dark matter, da un’oscura materia sociale che sorregge, in parte economicamente e in parte come intelletto generale creativo, la minoranza visibile ed emersa dei professionisti dell’arte. È una metafora quantitativa, certo, ma anche qualitativa. E se questa materia oscura non è a priori orientata verso il comune, vi è una parte che ha scelto consapevolmente l’invisibilità. Sholette si riferisce a quelle esperienze a cavallo tra arte e attivismo (spesso collettive) che hanno deciso di coltivare la dimensione comune dell’arte. Oggi, continua l’autore, questa parte di dark matter può ambire ad una visibilità carica di autonomia, oltre il limite della cattura e della normalizzazione. Certo, si tratta di costruire reti durature sostenute da dispositivi di supporto economico, un’infrastruttura che funzioni da cantiere per immaginare l’architettura dell’istituzionalità del comune, nuovi strumenti oltre quelli esistenti. Ad onor del vero, mi pare, ma forse si tratta di un eccesso di pessimismo, che questi compiti non siano nemmeno abbozzati. Oggi siamo per lo più in presenza di una geografia di arcipelaghi con isole debolmente connesse e sempre a rischio sommersione. Di questo è dunque urgente discutere, avendo cura di rimanere incurabili.

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