Intellettuali di sé

Ambivalenza della start-up esistenziale

Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito - 4_Ritorn3
Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito (2013-2016) 4_Ritorno a casa, 2015 - Courtesy Fondazione Morra, Napoli e Galleria Lia Rumma, Milano-Napoli.

Nel 2015, Dario Gentili e io abbiamo curato un fascicolo della rivista «aut aut» dedicato alla condizione del lavoro intellettuale in epoca neoliberale. Abbiamo scelto per quel fascicolo il titolo Intellettuali di se stessi, prelevando una formula utilizzata qualche tempo prima da Pier Aldo Rovatti nel suo libro Noi, i barbari. La formula contiene un’ambiguità, e proprio per questo ci era sembrata – e ci sembra tuttora – icastica ed efficace. Qual è questa ambiguità?

È l’etica del lavoro intellettuale che funziona come forma ideale del governo del lavoro in generale 

Da un lato, l’espressione «intellettuali di se stessi» rimanda al ritornello neoliberale che da anni sollecita ciascun individuo a trasformarsi in un imprenditore. In questo senso, l’espressione segnala la penetrazione della competizione, della concorrenza e dei principi del libero mercato nella cosiddetta società della conoscenza, e l’affermazione della forma-impresa come forma di vita dei lavoratori intellettuali: l’intellettuale di se stesso come campione di quell’ethos autoimprenditoriale, di quella disponibilità al lavoro gratuito e all’autosfruttamento, di quella coazione all’autovalorizzazione verso cui tende il lavoro in generale in epoca neoliberale. Di più: l’intellettuale di se stesso non sarebbe solo l’imitazione o la caricatura intellettuale dell’imprenditore di se stesso, ma ne sarebbe una specie di modello e di esempio in termini di motivazione, di identificazione con il proprio lavoro, di confusione fra lavoro e opera, di volontarismo individualista. Il lavoro si fa sempre più intellettuale, sì, ma nel senso che è l’etica del lavoro intellettuale che funziona come forma ideale del governo del lavoro in generale.

Dall’altro lato, però, l’intellettuale di se stesso marca uno scarto netto rispetto alla figura che il Novecento ci ha lasciato in eredità: quella dell’intellettuale a cui è demandato il compito di pensare e farsi espressione di un collettivo, di una classe, di un partito o di un’istituzione. Intellettuale di se stesso è anche il nome di una potenza politica che inerisce a ciascuno quando lo sviluppo del general intellect fa decadere la figura novecentesca dell’intellettuale universale come guida veritativa a cui è demandato il compito di pensare per tutti. A ognuno la possibilità e il compito di partecipare al sapere sociale generale e di utilizzarlo per criticare i poteri che ci fanno essere ciò che siamo e per inventare nuovi modi di organizzazione comune del lavoro intellettuale e della trasmissione dei saperi. Del resto, le ricerche sociali che indagano i diversi comparti del lavoro intellettuale da un punto di vista etnografico e antropologico ci segnalano, insieme al divenire impresa della soggettività del lavoratore, e al cuore stesso di questa postura, delle pratiche più o meno visibili di cooperazione sociale, di mutuo soccorso, di auto-organizzazione del lavoro che eccedono l’individualizzazione neoliberale e fanno intravedere possibili traiettorie di superamento del lavoro salariato e delle sue forme di schiavitù – Peppe Allegri e Roberto Ciccarelli docent.

Tutto sommato, però, questa ambivalenza dell’intellettuale di se stesso si presenta tuttora come un’impasse da cui non si riesce a uscire, come il rovescio neoliberale di quell’intellettualità di massa che i movimenti degli anni Settanta avevano delineato in quanto esito dell’affermarsi del general intellect nell’ultima fase del modo di produzione fordista. Qualcosa inceppa la trasformazione possibile delle forme di esercizio del lavoro intellettuale, e l’habitus dominante, in questo campo, resta la cattura privatistica di pezzi del sapere sociale prodotto in comune per alimentare la costruzione della propria impresa personale o della propria «start up esistenziale».

In quel fascicolo di «aut aut», quindi, ci siamo chiesti che cosa sia questo «qualcosa», o quali siano, per così dire, le forze reattive che separano il lavoro intellettuale da ciò che pure è in suo potere. Le abbiamo cercate su diversi terreni, e abbiamo tentato delle genealogie, situando per esempio l’ethos del lavoro intellettuale all’interno della lunga storia delle pratiche di moralizzazione del lavoro o del rapporto dell’intellettuale con il mercato a partire dalla figura emblematica di Baudelaire. Non avendo il tempo di soffermarmi su questi tentativi genealogici, mi limito a parlare molto brevemente di un elemento che è dell’ordine del sensibile ma, malauguratamente, e a quanto sembra, non dell’ordine del comunismo, e cioè l’elemento della visibilità.

I casi di bancarotta delle imprese personali per eccesso di lavoro gratuito e i relativi crack esistenziali e psicologici non sembrano disincentivare più di tanto l’investimento in visibilità e lavoro non retribuito 

Sappiamo bene che la visibilità – intesa innanzitutto come visibilità del proprio «profilo» sul mercato del lavoro e delle professioni intellettuali – costituisce la vera retribuzione di quel lavoro gratuito che tiene in piedi interi settori come quelli dell’università, del giornalismo, dell’editoria. Non solo: il reputation management e l’accumulo di «capitale relazionale», utili a guadagnare un posizionamento di alta visibilità personale, soprattutto nei social network, sono considerati, più in generale, come leve strategiche nell’ambito delle pratiche di organizzazione e gestione di impresa. La possibilità di trovare altre occasioni di lavoro è direttamente proporzionale alla visibilità del proprio profilo, pertanto l’intensificazione della sua luminosità costituisce un capitolo decisivo nell’ambito della gestione imprenditoriale della vita da parte dell’intellettuale di se stesso, e giustifica il suo pesante investimento in lavoro non retribuito. Ma forse non si tratta solo di questo: i casi di bancarotta delle imprese personali per eccesso di lavoro gratuito e i relativi crack esistenziali e psicologici non sembrano disincentivare più di tanto l’investimento in visibilità e lavoro non retribuito. Probabilmente non è solo in termini di razionalità economica e di calcolo degli interessi che si può rendere conto del rapporto fra operosità del lavoro intellettuale e visibilità.

Sembra piuttosto che ciò che è in gioco sia una specifica modalità di costruzione ascetica e autodisciplinata di sé. La continua esteriorizzazione di sé attraverso un’opera oggettivata in un profilo-curriculum ad alta visibilità fornisce un’immagine speculare che permette l’identificazione e alimenta l’illusione di unità, compattezza e centralità dell’Io, la sua ansia di controllo e sorveglianza – ciò che con Jacques Lacan potremmo chiamare l’«Io-crazia» dell’intellettuale di se stesso o che con Christopher Lasch potremmo considerare un capitolo della cultura del narcisismo che monta da almeno quarant’anni.

Se osserviamo l’intellettuale di se stesso attraverso una lente weberiana e una lente foucaultiana – Weber che installa al cuore della macchina capitalista una pratica ascetica intramondana; Foucault che ricostruisce la storia minore della pratiche di sé che hanno istituito la nozione di soggettività in occidente –, ci appare un personaggio che procede senza sosta alla fabbricazione della propria «anima» individuale attraverso specifici dispositivi di visibilità (e di valutazione, che è il correlato della visibilità, ma qui non è possibile parlarne): la pagina di un social network, un dossier da consegnare al valutatore di turno, le pratiche di promozione della propria opera, quasi ovunque l’intellettuale di se stesso trova occasione di raddoppiare se stesso su uno schermo, su una vetrina, su una superficie visibile che gli restituisca un immagine autentica di sé. Fantasmatica ma autentica, o meglio, fantasmatica in quanto autentica. Quasi come un’aura. E una volta che la vita dell’intellettuale di se stesso si è fatta immagine, egli la può comparare alle altre, può praticare il marketing e il benchmarking di sé, essendo la visibilità il principio di omogeneizzazione del valore di ogni vita.

Insomma, il patto che unisce intellettuale di se stesso e imprenditore di sé è siglato da una modalità di conduzione della propria vita che sotto le insegne della visibilità non ammette dissipazione né tempi improduttivi e che risponde all’ingiunzione neoliberale a prendersi ossessivamente cura di sé e della propria «soggettivazione», di assumerne la responsabilità, di esserne attore protagonista come soggetto di performance. Il problema che abbiamo di fronte – e al quale l’intellettuale di se stesso risponde per lo più a livello di annunci o buoni propositi, fedele all’illusione per cui una rivoluzione nell’ordine delle parole comporti magicamente una rivoluzione nell’ordine delle cose, come direbbe Bourdieu – è ancora una volta quello di scollegare la funzione intellettuale dalla funzione individuale e di abolire l’idea che l’intelletto – come i diritti, del resto – sia prerogativa esclusiva di un individuo che si autentica nella competizione per la valorizzazione e la realizzazione di sé.

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