Immersi nel vortice blu

Le moltitudini deleuziane di Sergio Scognamiglio

Sergo Scognamiglio
Sergio Scognamiglio, Senza titolo, via Costiera amalfitana 50.

È una specie di curva di una dimensione meridiana l’opera di Sergio Scognamiglio, come quel momento in cui il sole acceca e non esiste niente se non l’altrove. È assente il tempo in questo punto prima di Cetara, un punto che si chiama via Costiera amalfitana 50, dove una parete di calce ospita un branco di pesci di ceramica blu, moltitudine-simbolo dell’intera produzione dell’artista.

Icone antiche
In quella curva abita un dialogo muto: i pesci-moltitudo sorridono ai vasi ufologici mediterranei di Ugo Marano, il tutto sovrastato dalle stradine che portano su, fino ai terrazzamenti di limoni, dove vive e guarda e commenta sottovoce la memoria: le prime piastrelle di Giovannino Carrano, con i segni elementari, quelli di sempre, quelli dell’infanzia di chiunque sia vissuto qui. Una piastrella ogni dieci è un racconto, una storia, l’immagine di un gesto comune e caro.

«Se le vedi – ci dice mentre saliamo nella sua casa che è una astronave tra i tralicci – capisci che con la ceramica basta seguire il pennello per creare un movimento, per imitare la vita. C’è questo asinello, questo simbolo icona di Vietri e della sua storia, ecco è esistente, continua a esistere, continua a respirare grazie a quel soffio vitale inventato negli anni Quaranta, per questo non muore, per questo non passa di moda».

La vita comune, di cui il filosofo Paolo Godani ci ha offerto la biografia con il suo omonimo volume edito per i tipi di DeriveApprodi un anno fa, qui non è una tesi, ma un agire. Ed è per questo che nascono questi branchi dalla creta per dire che l’individuo entità è una menzogna, non si esiste se non nelle relazioni, e quelle relazioni non esistono se non in quel desiderio macchina nominato, per spiegare il miracolo del 68, dal nostro Deleuze.

«Chi abita in costiera non può non essere deleuziano», diceva così una battuta che girava nelle aule di filosofia dell’università Orientale di Napoli. Ecco, è come se di questo assioma qui se ne trovasse la forma: vasi vagina, sculture che nascono dal terreno e raccontano di mondi da inventare, forme sinuose, maternità extrauterine di creta smaltata, labirinti chiocciola, uomini che si arrampicano per finire nel cratere scultoreo, colonne multicolore chiuse da un punto interrogativo rosso: tutto è domanda, tutto è cercare.

Sottofondi marini
C’è una specie di mare che cammina nel laboratorio bottega, dal quale però non escono pesci. Dalla superficie increspata, ceramica e creta, creta e ceramica, lucente solo in alcuni punti, piatta in altri, esce la punta di una barca. Qualcosa è affondato in quel punto: solo allora si capisce che le ombre nere di quel mare sono quel che è andato perso nelle migrazioni di Lampedusa, i corpi di chi ha provato ad arrivare sull’altra sponda del mondo, quella ricca, quella senza guerra. Con loro, nei sottofondi marini, anche le macerie dell’umanità, i resti di una collettiva dignità. Ad abitare sui porti, persino in uno piccolo come Cetara, si imparano geometrie diverse da quelle solite, l’Europa è quella di Ventotene, non quella di Bruxelles. L’altro è l’ospite di Edmond Jabes, le sue sono storie regalo, la sua presenza è dono da ricambiare.

Scognamiglio in paese non paga quasi niente, baratta pesci per cene. Lavora con disciplina, nascondendosi nel suo laboratorio, lasciando a questa galleria anarchica il compito di gestirsi da sola. A vendere dei pezzi ci pensa Michele, il parcheggiatore di fronte, quando qualcuno gli chiede qualcosa chiama Sergio a telefono, lui da qualche indicazione su come è nato il pezzo, su quanto costa, prende accordi, pare che a un certo punto appaia, come la madonna a Carmelo Bene. «Tu sei un uomo libero», gli gridava Marano passandogli davanti con la vespa, in quel vortice di ricordi che raccogliamo dagli abitanti.

Anche Scognamiglio fa parte di quel gruppo che vede in Napoli, in quello che si muove attorno al Madre, nuove occasioni di dialogo, a settembre una sua opera abiterà l’ingresso di un teatro a Scampia, bucando col bello una delle periferie crude della città, dalle quali viene: «A casa di mia madre, nel suo tenere insieme cinque fratelli e un marito operaio ho sempre trovato l’avanguardia», ride dicendo.

Per l’intervista lo troviamo con Davide D’Elia, suo il cancello del Maam e l’opera sul tempo, il grandissimo quadro frammentato Louise, apparso al Maxxi due anni fa. Sono al bar, parlano dei loro progetti futuri e degli orari dei traghetti. D’Elia in partenza per la Sicilia, chiamato per un’opera su un lago alle spalle di Catania. E sembrano, a guardarli da lontano, la coda di uno di questi pesci blu, un unico corpo in due diverse destinazioni.

Molitudini
È forse ancora vivo il «Museo Vivo», partorito da Ugo Marano tra il 1972 e il 1976? Un laboratorio che abitava gli spazi, ora sbiaditi della Ceramica Rifa di Matteo Rispoli, dove passavano per settimane e, in alcuni casi per mesi, artisti e critici come Renato Guttuso, Filiberto Menna, Amerigo Tot, Antonio Franchini, Antonio Petti con le sue caffettiere stilizzate, passava Edoardo Sanguineti, che immaginava, forse, i suoi acrobati inciampare sui fili che uniscono questi terrazzamenti lussuriosi, queste calate a mare delle montagne. E c’era anche la musica di Stockhausen, che partiva con il pullman al mattino diretto al Teatro San Carlo di Napoli.

Sono loro la moltitudine che ossessiona Scognamiglio? È ancora viva l’esigenza di quel progetto plurale? Di una forza collettiva per scardinare il reale? Sembra di sì. Perché qui è messo in discussione tutto, tutto il modo in cui si intende il sapere e l’arte e il ruolo del sapere connesso con quello dell’arte stessa. Restano ancora appesi i piatti come monumento alla necessità dell’esitenza, ma sono decorati perché anche la lotta contro le passioni tristi rimane presente qui, come qualcosa di più urgente di un respiro.

«La ceramica è un mezzo che continuerà ad avere il diritto di esistere», diceva Dorfles parlando di queste dimensioni esperimento, che nascono spontaneamente. Come spontaneamente cominciò a fare ceramiche semplici Enzo Mari, nel momento di massima rivolta contro l’etica del design, subito dopo che, con Bruno Munari, scoprì la dolce semplicità delle forme: sedici animali più sedici pesci, quell’opera meravigliosa e infantile la crearono assieme. Ce ne ricordiamo subito perché qui, a guidare l’uomo, è spesso quello che troviamo nella sfrontatezza dei bambini: una inelaborata voglia di felicità.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul alias/il manifesto del 19/08/2017

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