Il pugno e la parola

La retorica di Muhammad Alì

claire_fontaine_please_come_back
Claire Fontaine, Please come back, 2011

Saliamo sul ring e rappresentiamo l’odio degli altri
Floyd Patterson

Propongo di inserire nel novero delle forme della vita pratica contemporanea un candidato meno nobile: il mondo atletico con i suoi gesti innovativi e la sua capacità di produrre storie 

Secondo Hannah Arendt, al giorno d’oggi la praxis troverebbe espressione parziale quasi esclusivamente nella sfera della ricerca scientifica1. È proprio alla scienza che sembrano oggi consegnate le caratteristiche definitorie del concetto aristotelico di praxis, in primo luogo la capacità di innovazione dell’agire pubblico. Per cominciare a discutere questa idea, propongo di fare una aggiunta e inserire nel novero delle forme della vita pratica contemporanea un candidato meno nobile: il mondo atletico con i suoi gesti innovativi e la sua capacità di produrre storie. L’idea è forse meno bislacca di quanto si potrebbe sospettare. Occorre ricordare, ad esempio, che quando Stephen J. Gould (forse il più grande evoluzionista del Novecento) è chiamato a fornire un esempio delle modalità di trasformazione dei comportamenti culturali umani si impegna in una analisi straordinariamente efficace dell’andamento statistico dei record di battuta nel baseball professionistico americano2.

In tal senso Muhammad Alì costituisce una figura preziosa: pugile e oratore, è protagonista di performances tanto atletiche quanto verbali. Le invettive, le poesie d’occasione e le predizioni autoconfermative di Alì offrono la possibilità di riscoprire una modalità retorica che potremmo etichettare in modo provvisorio con l’espressione «mettere l’altro alla prova». Si tratta di una forma agonistica contemporaneamente post-moderna (vale a dire legata alla società dello spettacolo), antica (inconsapevolmente Alì attinge a piene mani dalla tradizione sofista) e arcaica (la boxe è erede diretto del pankration, la lotta totale che nel VI secolo a.c. diventa specialità olimpica).

I testi retorici di Muhammad Alì aprono la porta a una dimensione argomentativa oggi nascosta, importante per comprendere le radici più profonde dell’intreccio tra corpo e parola. È la dimensione che il greco antico esprime per mezzo del campo semantico legato al verbo peirao («tentare, provare»): una dimensione a metà strada tra prassi e linguaggio, tra l’atto di argomentare e l’atto di mettere alla prova, tra il duello verbale e la performance atletico-agonistica. Ciò non vuol dire, naturalmente, che quella di Muhammad Alì sia una figura semplice. I suoi denigratori parlano di businessman più che di un boxer, di qualcuno che avrebbe speso l’intera esistenza a recitare un ruolo dissacrante al fine di guadagnare pubblicità e denaro. Nel contempo non mancano ritratti apologetici della sua figura, prima fra tutti, la sua prima autobiografia3. La mia ipotesi è che questa ambivalenza non sia dovuta all’opacità della ricostruzione storica, ma costituisca la cifra di un personaggio che da un punto di vista retorico ed etico-politico rappresenta un caso unico nel mondo contemporaneo. Non c’è dubbio che Cassius Clay rappresenti una delle prime figure eminenti di quel che Guy Debord chiama «società dello spettacolo»4, l’esito del capitalismo più avanzato.

La cifra più interessante della performance retorica di Ali consiste in un doppio movimento, veloce e potente come il suo gioco di gambe 

Per limitarsi a qualche esempio di superficie: secondo alcuni, la produzione filmica più importante della storia del cinema circa la boxe avrebbe avuto luogo negli anni Settanta a causa di due fenomeni di fondo, il nuovo assetto produttivo della «New Hollywood» e l’emergenza di un fenomeno chiamato Muhammad Alì5; il pugile non esita a registrare album con poesie e monologhi (I’m the Greatest!, 1963), a recitare in documentari (Black Rodeo, 1972) o in film di vario genere (Requiem for a Heavyweight, 1962; The Greatest, 1972; Freedom Road, 1978); negli anni nei quali non gli è consentito fare boxe partecipa a un musical (Big Time Buck White, 1969)6, per trenta anni Alì figura nel Guinness dei primati come personaggio oggetto del maggior numero di biografie7. Per un altro verso, ai suoi contemporanei il pugile appare una figura difficilmente leggibile perché innovativa e, insieme, anacronistica. È proprio questa compresenza paradossale che dà vita a ciò che potremmo chiamare «anacronismo innovativo». La cifra più interessante della performance retorica di Alì consiste in un doppio movimento, veloce e potente come il suo gioco di gambe. Da un lato il pugile anticipa i tempi della società dello spettacolo; da un altro costringe il mondo in cui vive a confrontarsi con tracce residuali di tempi lontani, dimenticate oppure già da sempre edulcorate.

Se nella Grecia antica, afferma Barbara Cassin, la performance retorica fa del sofista un «one man show»8, Clay/Alì è un one man show che assomiglia, a volte suo malgrado, al sofista. Se il cinema di Hollywood farà del duello western l’apogeo della retorica nazionalista della frontiera, il boxeur metterà sotto i riflettori della scena gli aspetti violenti e spietati di una forma di combattimento che l’occidente conosce sin dai tempi di Omero. Per una coincidenza lessicale non del tutto fortuita, le invettive oltraggiose di Alì sono spesso definite nella letteratura di lingua inglese «antics»9: termine che significa «pagliacciata, burla» ma che trae origine dall’italiano «antico» e dal latino «antiquum»10. L’ambiguità del termine ben rende l’ambivalenza di un Clay/Alì dal volto doppio, grottesco imbonitore della società dello spettacolo e traccia archeologica di un mondo scomparso.

Profezia autoavverante, performativo pagano, azione innovativa

Ho ricevuto più pubblicità di qualsiasi altro pugile della storia
Cassius Clay 1962 

Ali è oggetto di un altro tipo di denigrazione che colpisce il nero segregato, al limite del consorzio umano: è un disonesto mascalzone dagli atteggiamenti incomprensibili, un ex-schiavo che si è montato la testa e tradisce il proprio Paese 

Per evitare di limitarsi a un ammiccamento evanescente, è opportuno impegnarsi in un esempio. A causa del suo rapporto ambivalente con la società dello spettacolo, Alì finisce ben presto per esser dipinto come il più stereotipato dei sofisti: amante del denaro, disposto a tutto per lo spettacolo, figura tanto ironica da apparire inconsistente. Contemporaneamente Alì è oggetto di un altro tipo di denigrazione che colpisce il nero segregato, al limite del consorzio umano: è un disonesto mascalzone dagli atteggiamenti incomprensibili, un ex-schiavo che si è montato la testa e tradisce il proprio Paese. Cassius/Muhammad è «il pugile più chiacchierone mai visto, è un compositore verbale compulsive affascinato dalle sue stesse parole»11.

Chi oggi è celebrato come il «campione» e lo sportivo più grande di sempre, negli anni Sessanta-Settanta è percepito come un sofista nero. Peggio: un sofista nero che, a differenza dei famigerati filosofi del V secolo, mena pure le mani. Quintilliano, del resto, finisce col dirlo esplicitamente: le capacità retoriche del sofista Isocrate costituiscono l’analogo verbale di quelle atletiche del pancriasta12. Sia l’uno che l’altro sono figure del disaccordo, turbano l’ordine costituito, provocano lo scompiglio di chi infrange norme consolidate.

Come lo schiavo nel mondo classico può testimoniare in pubblico solo sotto tortura, così il nero di metà Novecento può dire la sua solo sotto una pioggia di cazzotti

La diffidenza dei numerosi denigratori verso il pugile che parla non è, dunque, immotivata. Un boxeur afro-americano dalla lingua sciolta infrange, in un sol colpo (è il caso di dirlo), due tabù. Il primo riguarda il ring: come lo schiavo nel mondo classico può testimoniare in pubblico solo sotto tortura, così il nero di metà Novecento può dire la sua solo sotto una pioggia di cazzotti. Il secondo riguarda le scienze dell’argomentazione: l’abilità persuasiva di un pugile nero che sconfigge gli avversari con le parole tanto quanto con i pugni confuta la presunta dicotomia tra irrazionalità del corpo e logica cristallina del discorso. “Il più grande Ego d’America” è «anche l’incarnazione più fulminea dell’intelligenza umana»13 poiché svela che linguaggio e boxe sono entrambe forme di combattimento. A tal proposito la retorica di Alì interviene in una complessa stratificazione etico-politica per mezzo di due strumenti innovativi: previsioni autoconfermative e un’opera di biasimo straordinariamente aggressiva.

Per limitarsi a un accenno circa il primo strumento, occorre ricordare che, tra i diversi motivi per i quali il pugile diventa noto, figura la lunga sfilza di predizioni accurate circa l’esito dei suoi match (da qui hanno avuto origine, almeno in parte, i sospetti circa incontri truccati e risultati stabiliti a tavolino). Il primo pronostico circa il round nel quale sconfiggerà l’avversario avviene contro Lamar Clark (19 aprile 1961). Negli undici pronostici successivi, Alì coglierà nel segno nove volte14. Un altro conteggio parla di 10 pronostici centrati su sedici15. Una volta, contro Don Warner, sbaglia per difetto (vittoria alla quarta invece che alla quinta ripresa). Interrogato dai giornalisti egli afferma di aver concesso all’avversario una ripresa in meno perché Warner si era rifiutato di stringergli la mano prima dell’incontro16.

Muhammad afferma che nel combattimento vincerà, anzi afferma di aver già vinto. Il pugile non scommette, né promette ma fa riemerge una struttura profonda nella quale si esibisce in modo diverso l’intreccio tra parola e prassi

Il pugile si impegna in un’azione verbale difficile da classificare perché a metà strada tra la scommessa e la promessa. Si tratta di qualcosa di simile agli atti performativi che il linguista americano John Austin definiva in quegli stessi anni «commissivi», atti cioè che «impegnano chi parla ad una certa condotta»17. Alì, però, non si impegna semplicemente a combattere (promessa), né fa previsioni circa la vittoria in un combattimento tenuto da altri (ad esempio una corsa di cavalli), poiché produce predizioni che riguardano l’esito conflittuale di prove alle quali egli prende parte. Muhammad afferma che nel combattimento vincerà, anzi afferma di aver già vinto. Il pugile non scommette, né promette ma fa riemerge una struttura profonda nella quale si esibisce in modo diverso l’intreccio tra parola e prassi. Egli esercita quel che, a proposito del mondo antico, Cassin chiama «un performativo pagano». Riferendosi agli atti linguistici di Ulisse e dei personaggi omerici, la studiosa descrive il comportamento di chi esercitando l’atto performativo «si autorizza da solo, è lui stesso la propria autorità»18. In questo caso, però, l’auto-autorizzazione funziona non perché Alì abbia qualche legame speciale con la divinità (non mancherà di dire pure questo), ma perché il performativo linguistico riguarda l’esito di una performance corporea di tipo conflittuale di cui è proprio lui il protagonista.

«Sorprendere se stessi» è il marchio di fabbrica d’ogni azione innovativa: neanche il Parkinson ha impedito alle parole e alle mani del sofista nero di ricordacelo.

È il corpo agonistico della parola e non il dio nei cieli a far da garante di quel che dice. L’atto performativo del pugile di Louisville lavora con un’arma retorica famigerata nel mondo postmoderno, la «profezia autoavverante (self-fullfilling prophecy19: dire di vincere diventa fattore decisivo per la vittoria. La nozione nasce con una accezione chiaramente negativa. Per il sociologo R. Merton, «la validità speciosa della profezia autoavverante perpetua il regno dell’errore»20; per lo psicologo P. Watzlawick costituisce un caso di «una involuzione progressiva»21; ancora oggi in ambito retorico la nozione non gode di buona reputazione22. Alì mostra un volto diverso della profezia autoavverante, poiché essa contribuisce alla creazione di una realtà nuova e non per questo automaticamente fallace. Il pugile intuisce il volto linguistico-retorico della profezia autoavverante sfruttandone il potere performativo.

La profezia si configura come una performance verbale che aiuta a svolgere la prova atletica che a lei cronologicamente segue, il match di boxe. Il «performativo pagano» agisce non solo su chi ne è il destinatario (l’avversario di turno) ma anche su chi lo formula. L’atleta sbruffone e impavido dichiara esplicitamente di essere terrorizzato dalle proprie profezie circa il round nel quale il suo avversario finirà al tappeto. E sono proprio queste profezie a spingerlo a realizzarle per non perdere la faccia. La profezia autoavverante non è un mezzo semplicemente manipolativo, poiché produce una situazione nella quale il boxeur sorprende se stesso. La predizione consente performance sorprendenti innanzitutto per chi ne è l’artefice. «Sorprendere se stessi» è il marchio di fabbrica d’ogni azione innovativa: neanche il Parkinson ha impedito alle parole e alle mani del sofista nero di ricordacelo.

Note   [ + ]

1.H. Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1994, pp. 241-242
2.S.J. Gould, Gli alberi non crescono fino in cielo. Varietà ed eccellenza nella storia della vita, Mondadori, Milano 1997 , p. 85 e sgg
3.M. Alì, R. Durham, The Greatest: My Own Story, Random House, London 1975.
4.G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004.
5.L. Grindon, The Knock-out: the Boxer and Boxing in American Cinema, University Press of Mississipi, Jackson 2011, p. 61.
6.J. Rummel, G. Bakely, Muhammad Alì. Heavyweight Champion, Chelsea House, Philadelphia 2005, p. 55.
7.M. Ezra, Muhammad Alì: The making of a icon, Temple University Press, Philadelphia 2009, p. 1.
8.B. Cassin, L’effetto sofistico. Per un’altra storia della filosofia, Jaca-Book, Milano 2002, p. 85.
9.D. Remnick, The King of the World. Muhammed Ali and the Raise of an American Hero, Random House, New York 1998, p. 97; J. Rummel, G. Bakely, Muhammad Ali, op. cit., p. 28, 35; M. Ezra, Muhammad Ali: The making of a icon, op. cit., p. 81, 86, 190.
10.E. Partridge, Origins. A Short Etymological Dictionary of Modern English, Routledge, London and New York 1966, p. 109.
11.Poinsett, A Look at Cassius Clay: biggest Mouth in Boxing, in D. West (ed.), The Mammoth Book of Muhammad Alì, Constable & Robinson, London, 2012, p. 4
12.Quintilliano, Institutio Oratoria, II, 11-13.
13.N. Maier, Ego, in in G. Early (a cura di), Muhammad Alì, op. cit., p. 56.
14.A. Bacci, Muhammad Alì. Storia di una rivoluzione, Lit Edizioni, Roma, 2013, p. 48
15.A. Poinsett, A Look at Cassius Clay: Biggest Mouth in Boxing, op. cit., p. 8.
16.T. Hauser, Muhammad Alì, op. cit., p. 46.
17.J. Austin, Come fare cose con le parole, Marietti, Genova-Milano 1987, p. 156.
18.B. Cassin, Sophistique, performance, performatif, «Anais de filosofia clássica», vol. 3 n. 6, 2009 , p. 28.
19.P. Watzlawick, J.H. Beavin, D.D. Jackson (1967), Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, Astrolabio, Roma 1971, p. 90.
20.R. Merton, Social Theory and Social Structure, The Free Press, New York 1968, p. 477.
21.P. Watzlawick, J.H. Beavin, D.D. Jackson (1967), Pragmatica della comunicazione umana, op. cit., p. 150; per qualche esempio (non molti, in verità) in senso positivo: P. Watzlawick, Selbsterfüllende Prophezierungen, in P. Watzlawick (hrg.), Die Erfundene Wirklichkeit, Piper Verlag, München 2006, pp. 91-111.
22.S. Aikin, A Defense of War and Sport Metaphors in Argument,  «Philosophy and Rhetoric», vol. 44, n. 3, 2011, p. 251.

condividi

Print Friendly

Newsletter

Per essere sempre aggiornato iscriviti alla nostra newsletter

al trattamento dei dati personali ai sensi del Dlg 196/03