Il marxista dimezzato

Su un libro di Mario Tronti: Operai e capitale

Rinascita

Pubblichiamo la stroncatura del libro di Mario Tronti uscita all’epoca su «Rinascita» (n.12 – 1967, pp. 33 e 34). L’autore, Adalberto Minucci (1932 – 2012), è stato un dirigente politico, tra i più stretti collaboratori di Enrico Berlinguer, deputato e senatore del PCI, ha diretto «Rinascita», prestigiosa rivista fondata nel 1944 da Palmiro Togliatti e strumento della linea politico-culturale del Partito Comunista Italiano.

La pure vivace ripresa di discussioni, cui si assiste da vari anni nell’ambito della cultura marxista, è ancora assai lontana – come del resto è stato più volte rilevato – dal recuperare le carenze e i ritardi della ricerca teorica di fronte ai grandi processi in atto nel mondo contemporaneo e, per ciò che più direttamente ci riguarda, di fronte ai fenomeni nuovi delle società capitalistiche ad alto livello d’integrazione. La crescente complessità dei rapporti tra produzione e consumo, tra fabbrica e società, tra economia e politica, ha posto al movimento operaio problemi di conoscenza e di sviluppo della teoria la cui soluzione non poteva non essere ostacolata da quegli elementi di ideologizzazione che hanno caratterizzato una lunga stagione del pensiero marxista. Questo relativo ritardo dell’indagine teorica è avvertito con particolarità sensibilità in Italia dove esso ha assunto forse più che altrove le caratteristiche di uno scompenso rispetto alla pratica del movimento operaio, alle esperienze di lotta contro le forme più avanzate del capitalismo, alla novità delle impostazioni politiche, alla ricchezza delle analisi settoriali e della tematica che le esperienze portano continuamente alla luce. Uno scompenso, sia detto per inciso, non certo imputabile ai singoli studiosi marxisti, ma tale da offrire materia di riflessione autocritica a tutto il nostro movimento.

Dobbiamo rilevare subito, con tutta franchezza, che il libro di Mario Tronti (Operai e Capitale, Einaudi, 1966) non viene a colmare il ritardo, bensì a darne un’involontaria testimonianza. Se infatti esistesse in Italia una situazione degli studi teorici appena soddisfacente, esso non avrebbe corso il rischio di essere incautamente presentato come la voce del “giovane marxismo italiano” e, perché no, di essere scambiato da qualcuno per il Che fare? Dell’Occidente capitalistico. L’illusione ottica è peraltro favorita dalla notevole dose di audacia, e dall’assoluta mancanza di cautela, con cui il Tronti stesso esordisce: “Questo nostro dialogo con i nostri classici– avverte- tocca i confini estremi della terra ferma; e Marx e Lenin e le esperienze operaie del passato dovevano essere tutte percorse in modo nuovo e non se ne poteva fare a meno; ma adesso ci aspetta il mare aperto, al di là del quale, se non si siamo sbagliati, devono esistere continenti nuovi”. In verità, soprattutto nella prima parte del libro, si ha l’impressione che l’audacia si nutra quasi esclusivamente di suggestioni letterarie. Frasi come: “e finché il terreno è occupato dal nemico bisogna spararci sopra, senza lacrime per le rose”, “mondi sconosciuti attendono di essere esplorato”, “dateci il partito in Italia e rovesceremo l’Europa”, vengono impudicamente propinate come espressione di un cosiddetto punto di vista operaio. (quest’ultimo è una sorta di personaggio animato, che comprare inopinatamente sia dalle prime pagine come il soggetto di tutte le proposizioni, come il demiurgo preposto ad avallare tutte le ipotesi e segnatamente quelle prive di pezze d’appoggio. In mancanza di ulteriori precisazioni, deve ritenersi senz’altro il punto di vista dell’autore).

Di sapore letterario sono anche le impegnative analogie cui il Tronti ricorre, sempre nei primi saggi del volume, per spiegare in quel direzione occorre “sorprendere il nemico di classe con l’iniziativa di uno improvviso sviluppo teorico, imprevisto, incontrollato”. Il problema dei problemi – egli avverte, sfondando peraltro una porta aperta – è quella di definire una strategia rivoluzionaria nell’Occidente capitalistico. E si prefigge di portare “Lenin in Inghilterra”, così come Lenin aveva trasferito “Marx a Pietroburgo”. Ottimi propositi. Senonché è impossibile trovare in tutto il libro qualsiasi riferimento alla reale situazione dell’Occidente capitalistico, qualsiasi accenno ai concreti rapporti di classe nell’Europa d’oggi. Tronti ci assicura che “là dove più potente è il dominio del capitale, più profonda si insinua la minaccia operaia”; e via di questo passo ci informa “che la classe operaia ha abbandonato nelle mani delle sue organizzazioni tradizionali tutti i problemi della tattica”, ma, saggiamente, “per riservarsi una autonoma visione strategica, libera da impedimenti e senza compromessi”. Quando meno te l’aspetti, la rivolta operaia salta fuori da questo pasticcio tra “una strategia rivoluzionaria e una tattica riformista”. C’è poco da obiettare: una sorta di rito mistico, “la classe” confida a Tronti il suo “punto di vista”. I profani sono esclusi dalla liturgia e non rimane che prendere o lasciare.

Se non prendono, vengono a sapere che la “catena” del capitalismo maturo ha un “anello debole”, che è poi l’Italia. Anche qui, siamo di fronte a un disegno imperscrutabile del “punto di vista operaio”. Della realtà italiana, infatti, manca nel libro qualsiasi cenno pur vagamente descrittivo, qualsiasi analisi o giudizio che abbia parvenza di attendibilità (il Tronti odia “le minute analisi cieche dei pedanti”). E poiché i “partiti tradizionali”, compreso il comunista, non avrebbero altra funzione che di stabilizzare il dominio del capitale, è difficile capire in base a quali indizi si possa parlare di un “1905 in Italia”. “È nella previsione e nella ricerca di questo momento di rivolta operaia che prende corpo l’immagine rivoluzionarie di un 1905 italiano… Le poche affinità sono decisive… Le officine Putilov, questa volta con 100.000 operai, sono pronte per il segnale d’attacco. Una corazzata Potemkin è facile trovarla in una qualsiasi Piazza Statuto. E il Pope Gapon non è più e con lui abbiamo seppellito le sacre icone”.

Al di là delle complicazioni filologiche o letterarie di cui abbonda il libro, la concezione rivoluzionaria del Tronti è d’altra parte semplificata dal più profondo disprezzo per i contenuti e per i fini della rivoluzione. A un capitale in grado di pianificare tutto, di predeterminare tutto, di interessare i propri e gli altrui destini in una sapientissima ragnatela di previsioni e di disegni infallibili, il Tronti contrappone un operaio deciso a non scrutare oltre il proprio naso, a non voler vedere oltre la lotta immediata, in mistica adorazione della violenza in sé, dell’odio di classe in sé. “Nessun operaio che lotta contro il padrone chiede: e dopo? La contro il padrone è tutto”. E il socialismo? “Un duro periodo di dittatura politica degli operai su tutta la società… questo p il massimo di futuro che riusciamo a vedere, che vogliamo vedere… Le profezie sul mondo nuovo, sull’uomo nuovo, sulla nuova comunità umana, ci sembrano oggi cose sporche come l’apologia di un passato vergognoso”. Storia, cultura, scienza, progresso, sono tutte frecce all’arco del nemico, diavoleria del capitale, contro le quali “il punto di vista operaio” deve condurre una lotta senza quartiere. Nessun timore di “ributtare l’uomo nelle barbarie” E anzi, “chi vi dice che ci sta a cuore la civiltà dell’uomo?”.

Certo, ce n’è abbastanza per indurre un ex-cultore di Lukàcs, come Vittorio Saltini, a rievocare gli spettri dell’irrazionalismo filosofico e a discendere per li rami sino agli scritti del giovane Mussolini. E per la verità, anche noi talvolta siamo stati colpiti da vaghe ma sgradevoli reminiscenze di certa prosa vociana, da qualche brandello dei vecchi miti stirneriani e dello stile di un Oriani o di un Prezzolini, ai tempi delle rivoluzioni a buon mercato, quando si amava declamare: “Col borghese non si discute, gli si fa un buco nella pancia”.

Ma si tratta di impressioni epidermiche. In realtà Tronti è un fenomeno del tutto interno a certe tendenze attuali della letteratura marxista, connesse a una “lettura” parzializzante e quindi deformante dei classici, alla volontà di rilevare dall’opera di Marx e Lenin tutto ciò che in qualche modo può essere interpretato come una concezione chiusa del processo rivoluzionario, e di escludere invece tutto ciò che porta a una concezione aperta, capace di cogliere criticamente l’intera dialettica del reale. Gli innocui viaggi letterari Londra- Pietroburgo e ritorno sono soltanto la facciata di un culto delle origini che annulla l’originaria potenza della dialettica. I pilastri del culto vanno ricercati, ad esempio, in un uso dello strumento marxiano dell’astrazione scientifica inteso non a individuare gli elementi tendenziali di un complesso movimento dialettico, ma a congelare le tendenze reali in ipostasi arbitrarie: il piano del capitale, la sua capacità di assorbire qualsiasi contraddizione, il suo crescente inarrestabile dominio sulla forza-lavoro; la scomparsa di ogni determinazione umana dal processo produttivo; la negazione di ogni carattere oggettivo alla scienza e alla tecnica e la loro completa identificazione col dominio del capitale; la riduzione della società a mera proiezione della fabbrica, sono elementi che – nel migliore dei casi – conservano le sembianze della figurazione marxiana, ma ne hanno perso quell’intimo significato che è dato soprattutto dal sistema di interazioni in cui operano; e finiscono per opporre una fissità caricaturale ai fuori apocalittici di chi intende manovrarli.

La logica ferrea e inaccessibile del processo capitalistico – si dice – può essere spezzata soltanto dalla “insubordinazione operaia”, dal “rifiuto” rivoluzionario: ma a quali agganci reali può appigliarsi, tale rifiuto, nel muro liscio e vitreo che gli si oppone? Donde può ricavare i motivi e le forse della propria insubordinazione, una classe operaia che a priori è cancellata come protagonista, ridotta a larva, schiacciata dal rullo compressore del “piano del capitale”? Come si può assegnare alla classe operaia la funzione di soggetto della rivoluzione, se ci si rifiuta di comprendere la dialettica insita nel meccanismo stesso dello sfruttamento, per cui il presentarsi della forza-lavoro come merce non riduce l’operaio a merce, e l’uomo alienato non è mai una cosa?

Su questo punto, e cioè sui problemi relativi all’uso della dialettica, il discorso non riguarda il solo Tronti, ma può essere esteso. Pur apprezzando le indiscutibili differenze – ad altre espressioni di quel radicalismo operaistico che in varia misura pervade la ricerca e l’impegno politico di alcuni gruppi di giovani intellettuali. Certo, in Tronti la scissione tra teoria e prassi raggiunge vertici inopinati, sino al punto di postulare una rivoluzione tutta teorica in contrapposto a una condotta oggettivamente moderata e prudente che la classe operaia, in forza della sua stessa “maturità”, avrebbe scelto “sul terreno dello scontro materiale” (è quasi il caso di parlare, parafrasando un celebre titolo delle stesse edizioni, di “marxista dimezzato”).

Ma atteggiamenti idealistici, che muovono dalla stessa matrice, possono essere individuati, ad esempio, anche nella linea di ricerca dei Quaderni rossi, dal cui gruppo Tronti si era pur separato, se non andiamo errati, proprio per divergenza che nascevano da una diversa concezione della dialettica. Tipiche, sotto questo profilo, le tesi dei Quaderni rossi sulla “rivoluzione culturale” cinese, dalle quali si può dedurre che i “rapporti di proprietà” non rappresenterebbero più la discriminante essenziale tra capitalismo e socialismo (tesi formulate, guarda caso per dare nobiltà di teoria alle accuse di degenerazione capitalistica in URSS), ma sarebbero sostituiti da altri punti di riferimento, quali il “potere”, la “coscienza della masse”, la “politica dei consumi”, ecc. Per cui si parla di “strutture di classe”, di “classi al potere”, come di categorie del tutto astratte – appunto – dai rapporti di proprietà, e si svolge un’analisi che per certi versi si ricollega alla “teoria dei managers” dei Burnhan e dei Berla, per altri richiama alla memoria la polemica – fatta di concetti assoluti, con tanto di inziale maiuscole, come Democrazia, Libertà, ecc – contro le prime esperienze di costruzione socialista in URSS, svolta dalle correnti della cultura idealistica tra le due guerre (nota 1: Ci si riferisce in particolare, ad un opuscolo sulla “rivoluzione culturale” cinese edito recentemente dai Quaderni rossi nel quale compaiono elementi di giudizio (sulle realtà dell’URSS e della Cina) ricavati più dalla propaganda che da un effettivo sforzo di analisi. È interessante rilevare, fra l’altro, che in questo opuscolo si attribuiscono a merito di Mao Tse-tung due fondamentali acquisizioni teoriche: il permanere della lotta di classe all’interno della società socialista, e il ruolo dominante della politica anche sulla produzione. Poiché entrambe queste teorie sono notoriamente da attribuirsi a Stalin, ed ebbero effetti importanti nelle esperienze sovietiche degli anni ’30, se ne potrebbe dedurre che il conclamato antistalinismo dei Quaderni rossi è, almeno su questi punti, frutto di non conoscenza).

Anche quella che si sembra la contraddizione più singolare del libro di Tronti (se ci si passa l’immagine clinica, tra l’ipertensione politica, di tipo volontaristico, e l’ipotensione dell’apparato teoretico, costruito appunto su un rinsecchimento della dialettica) è in varia misura riscontrabile in tutta l’area dell’attuale radicalismo “di sinistra”. Nel nostro autore essa impronta la struttura stessa del volume. Nei saggi che compongono la prima parte, l’aspirazione a “esplorare mondi sconosciuti”, lasciandosi alle spalle “la terra ferma” delle esperienze rivoluzionarie di mezzo secolo, contribuisce a sollevare una massa cospicua di esigenze indubbiamente reali, di problemi indubbiamente insoluti, anche se finisce per assumere i contorni di un’inquietudine romantica, di un’ansia tutta letteraria verso orizzonti indefiniti. Nella seconda parte (costituita del saggio di maggior impegno, “Marx, forza-lavoro, classe operaia”) la riposta in sede teorica a quelle esigenze e a quei problemi è solo apparente. Al momento di prendere veramente il largo verso il “mare aperto”, Tronti non riesce a togliersi dalle secche di molta recente letteratura marxista, arenata – in un discorso puramente metodologico, e – nella peggiore – in dispute dottrinarie, in sottili discussioni teologiche; sì da rimanere sempre prigioniera di un dialogo della ideologia con se stessa, totalmente impermeabile a un effettivo rapporto con la realtà.

È difficile “deideologizzare il marxismo” passando da una citazione all’altra, dall’una all’altra scoperta filologica. È assai più facile, per questa via, praticare l’arte del signor Szeliga, che consiste – come ricordano i lettori della Sacra Famiglia – non nello svelare ciò che è nascosto, ma nel nascondere ciò che è svelato. “Vogliamo arrivare a dimostrare che tutto il valore nel lavoro e tutto il potere ai soviet sono una sola e identica cosa”; anche Tronti, come si vede, è portato al pari di Szeliga a “inventare qualche cosa del tutto nuova e finora mai esistito”.

Tronti vuole arrivare anche “a vedere chiaramente che cose è successo dentro la classe operaia dopo Marx”, e assume “come programma di lavoro… l’idea di una storia interna alla classe operaia che ricostruisca i momenti della sua formazione, i cambiamenti della sua composizione, la crescita della sua organizzazione, secondo le varie successive determinazioni che la forza-lavoro assume in quanto forza produttiva del capitale”. In verità, se nel libro è difficile trovare qualcosa che riguardi la classe operaia dopo Marx, ci si imbatte invece in una scoperta che riguarda la classe operaia prima di Marx. E non si tratta di una scoperta di poco conto. Sinora, i comuni lettori di Marx avevano creduto che per comprendere la classe operaia occorresse partire dall’analisi del capitale. Tronti, “rileggendo” Marx, rovescia il rapporto: in principio era la classe operaia; il capitale non è che una sua creatura. “Il capitale, da solo, non si costruisce in classe sociale. Ha bisogno di vedere prima davanti a sé, già formata, la classe operaia”. Si può concludere – dice Tronti – che “la classe dei capitalisti nasce già di fatto subordinata alla classe operaia. Di qui la necessità dello sfruttamento. La lotta operaia contro le leggi ferree dello sfruttamento capitalistico non può essere ridotta all’eterna rivolta degli oppressi contro i propri oppressori… Lo sfruttamento storicamente nasce dalla necessità, per il capitale, di sfuggire alla subordinazione di fatto alla classe degli operai produttori. È in questo significato molto specifico che lo sfruttamento capitalistico provoca a sua volta l’insubordinazione operaia”. La celebre proposizione del Manifesto, secondo cui la borghesia “produce i suoi propri seppellitori”, ne risulterebbe dunque così modificata: i seppellitori producono l’oggetto da seppellire, il quale, per non essere seppellito, cerca a sua volta di seppellire i seppellitori e, non riuscendovi, viene finalmente seppellito. C’è da chiedersi, semplicemente, perché sia nato il capitale, se non per cattiveria.

Abbiamo parlato, sinora, di deformazioni idealistiche: qui siamo a un approdo hegeliano nel senso più originale del termine. Il Soggetto, ovvero la classe operaia, si estrania in un fuori-di-sé che è il capitale. E siccome il dominio operaio “è un dominio possibile sulla produzione”, il capitale cerca scampo in un “dominio reale sulla società in generale”, (anche perché “il capitale è così fatto che ha bisogno di una società per la produzione”). Ma il Soggetto può rompere il sortilegio dell’estraniazione: bloccando la produzione, può “bloccare il funzionamento della società”. “Uno dei punti più alti e maturi della lotta di classe sarà dato proprio dallo scontro frontale tra la fabbrica come classe operaia e la società come capitale”.

Resta da chiederci in quale misura questo hegelismo di ritorno può essere connesso alla problematica più attuale del movimento operaio: e perché mai, in definitiva – soprattutto sui problemi della “pianificazione capitalistica” e del rapporto tra fabbrica e società in un sistema ad alto livello di integrazione -, siano venuti emergendo atteggiamenti di radicalismo rivoluzionario che, più o meno esplicitamente, possono essere ricondotti a una matrice idealistica. È un tema che meriterebbe d’essere approfondito, se non altro come sintomo di un “malessere” che si manifesta in ambienti limitati ma significativi di giovani intellettuali di sinistra. Si potrebbero esaminare motivazioni di ordine sociologico e culturale; e forse per molte di esse l’analisi leniniana dell’estremismo piccolo – borghese conserverebbe intatta la sua validità.

Ma a nostro avviso vi è anche una motivazioni di ordine politico-psicologico, ed è tra quelle che hanno un più diretto riferimento con la realtà odierna. DI fronte ai fenomeni di integrazione fra fabbrica e società, alla crescente organicità del circuito produzione – distribuzione – scambio- consumo, e in generale ai processi di unificazione coinvolgono tutti gli aspetti del mondo contemporaneo (si pensi alle tendenze già operanti verso l’unificazione del mercato mondiale, che muovono dallo sviluppo quanto dalla fame), i nostalgici di una concezione “chiusa” del processo rivoluzionario non fanno altro che esprimere un senso di smarrimento, di timore e in definitiva di sfiducia nella capacità della rivoluzione di portarsi ai nuovi livelli di sviluppo e di complicazione che caratterizzano la realtà.

Si reagisce con “feroce unilateralità” concettuale alle feroce complessità del reale; e si tenta di far rivivere le contrapposizioni più verticali e semplificate, e in effetti nominalistiche, laddove le alternative reali si presentano all’interno di uno stesso processo, di uno stesso nome (secondo il suesposto schema di Tronti, ad esempio, è automatico che l’integrazione della fabbrica con la società comporti l’integrazione della classe operaia nel sistema capitalistico). E poiché la realtà non concede margine alle semplificazioni, ci si rifugia nei paradisi artificiali delle idee. Anche la classe operaia non è più considerata come una formazione strutturale e storico-sociale, fondata su rapporti materiali: sia in Tronti sia nei Quaderni rossi, infatti, si identifica il concetto di classe con quello di coscienza di classe, è più precisamente con l’idea che la classe ha di se stessa. “Materialmente” la classe operaia è già integrata nel sistema. E alla debolezza della carne, bisogna opporre la virtù dello spirito. È un procedimento non nuovo: in altri paesi capitalistici, ha contribuito in qualche misura a preservare la “coscienza di classe” nelle torri d’avorio di élites universitarie o di riviste radicali, mentre gli operai in carne ed ossa venivano abbandonati all’egemonia socialdemocratica.

La tendenza a identificare i processi storicamente oggettivi con il loro “uso capitalistico” (per riprendere una distinzione marxiana riferita alle macchine) , e quindi a regalare al “sistema” tutto ciò che è reale, impedisce di cogliere la dialettica più profonda di una società ad alto livello di sviluppo. Impedisce di comprendere, in primo luogo, che la tendenza capitalistica a ridurre la vita sociale a una mera articolazione del processo produttivo allarga l’area dello sfruttamento, e fa insorgere nuove contraddizioni non solo nella fabbrica ma anche nella società. Viene del tutto ignorata, ad esempio, l’importanza del fatto che la stessa società entro oggi più immediatamente della fabbrica, nell’intimo dei processi di produzione, attraverso la nuova dimensione di fattori (la scienza, la scuola, ecc.) che sono proprio dell’organizzazione sociale. E che ciò determini le premesse di una più ampia e organica egemonia della classe operaia nei rapporti con altre forze sociali e nella dialettica politica.

Il cosiddetto “piano del capitale” esprime oggi la stessa logica di sfruttamento sia nella fabbrica sia nella società, e pone alla classe operaia il problema di una risposta organica, che abbracci entrambi i termini del rapporto e ne rovesci la logica capitalistica, portando una linea di contestazione all’interno di ciascun elemento di cui essa si avvale (a cominciare dall’uso della scienza e della tecnica, così come delle forze sociali e statuali, ecc.). La lotta contro lo sfruttamento nella fabbrica deve cioè “integrarsi” con una lotta che tenda a soddisfare quel bisogno di società che Marx rilevava nella classe operaia già nei Manoscritti del ’44: bisogno di una società compiutamente unitaria e organica, e perciò realizzata in un rapporto che faccia della produzione una funzione della società stessa, e non viceversa. La rapida avanzata dei processi di socializzazione, il nesso più intimo che si viene a stabilire tra la fase del consumo e la fase della riproduzione della forza-lavoro, le nuove esigenze di contrattazione e di controllo che tutto ciò pone alla classe operaia sia a livello produttivo sia a livello sociale, rappresentano oggi obiettivamente condizioni nuove e più favorevoli per la lotta rivoluzionaria in un sistema di capitalismo maturo.

Non si può certo negare che tutto ciò comporti anche difficoltà nuove, elementi di attrito tra vecchie nuove forme della lotta di classe, che non possono non riflettersi nella problematica dei partiti operai. Ma guai a non comprendere che questi attriti sono nella realtà prima ancora che nelle idee. Per tutta una fase storica, il partito operaio si è modellato sulla classica concezione leninista, che ne ha fatto il portatore di una coscienza rivoluzionaria esterna nella classe stessa, in un rapporto dialettico che vede nel partito lo strumento di un’accumulazione critica delle esperienze storiche (donde il relativo carattere “esterno” rispetto alla realtà attuale), e al tempo stesso il promotore e organizzatore – sulla base di quelle esperienze – di una coscienza in atto in continua espansione. Si tratta di una concezione tutt’altro che invecchiata, nel suo nucleo essenziale; anche se, nella sua formulazione originaria, essa ha assunto consapevolmente, ai fini di superarla, una contraddizione oggettiva – tipica di una determinata epoca storica – tra i vari livelli raggiunti dal processo rivoluzionario e dallo sviluppo delle forze produttive. La contraddizione di un’epoca, cioè, che era destinata a veder esplodere le prime rivoluzioni socialiste negli “anelli più deboli”, e il sopravvento di concezioni e prassi fabiano-riformiste tra la classe operaia situata nei “punti più alti” del sistema capitalistico.

La concezione del partito come “coscienza esterna” non può essere oggi abbandonata, senza privare la classe operaia del solo strumento che può consentirle – nella prassi e non solo nelle idee – una critica radicale del sistema dello sfruttamento; senza spalancare la porta a una concezione socialdemocratica del partito, anche quando si ammanti di frasi rivoluzionarie. Al tempo stesso, tuttavia, i fenomeni che vengono maturando nelle realtà capitalistiche più avanzate (non solo nella produzione, ma nel rapporto tra economia e politica, tra fabbrica società e Stato) offrono oggi alla classe operaia le condizioni potenziali per partecipare in modo più diretto e immediato – diremmo quasi più interno a se stessa e al proprio stato attuale – al processo di formazione dell’autonomia e della coscienza di classe. Le nuove istanze di contrattazione e di controllo che emergono appunto dalla moderna condizione operaia, pongono al partito il problema della ricerca di un punto di fusione più organico, tra il suo carattere di coscienza esterna, storicamente accumulata, e la sua funzione di stimolo, di promozione e di organizzazione della partecipazione dal basso, dell’autogoverno delle masse. Senza di che, il rapporto tra partito e classe può indubbiamente incontrare difficoltà, presentarsi come rapporto prevalentemente propagandistico e quindi, in qualche misura, “paternalistico”.

Tali difficoltà si pongono oggi ai comunisti italiani proprio perché essi hanno saputo dare alla loro strategia, e alla stessa loro impostazione del partito nuovo, una apertura reale verso i problemi del capitalismo contemporaneo: hanno saputo creare, in altre parole, le condizioni necessarie per portare la lotta id classe nei punti più alti dello sviluppo capitalistico. Per questo le difficoltà si traducono immediatamente in compiti di lavoro, e la ricerca teorica può incontrare nelle lotte i suoi punti di verifica. Lasciando la terra ferma della realtà di classe che i comunisti hanno contribuito a determinare nel nostro paese, si può certo tentare il mare aperto, ma con un serio rischio di affogarvi.

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