If they come in the morning

Donald Trump e Kerry James Marshall: ai bordi di un sensibile in conflitto

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Avviso alle popolazioni - Immaginazione è clandestina (1979).

Penso che è fatta e che non ha vinto un palazzinaro sessista e razzista 

Sono a New York da una settimana quando arriva il giorno delle elezioni e nel pomeriggio decido di farmi un giro sotto casa, Inwood, quartiere a nord di Harlem abitato soprattutto da latinos. In un quartiere che si parla più spagnolo che inglese non si può che votare contro Trump.

Le file sono lunghe fuori dai seggi e non sembra esserci tensione. È una giornata di sole, la gente passeggia e mangia per strada nei dintorni dei  food-cart. Mi sposto verso il centro e nella metropolitana vedo gente con le spillette di Hillary Clinton: il possibile esito delle elezioni non sembra turbare la quotidianità. Nei giorni precedenti circolavano battute sulla possibilità di Trump presidente ma restavano, appunto, battute.

Inizia il conteggio dei voti, sono curioso, me ne vado in uno di quei locali dove, mentre si beve cattiva birra e si mangiano pessimi panini, si aspettano i risultati. Siamo nei dintorni della Columbia University, il locale è pieno di studenti e i televisori sono ovunque, uno ogni tre tavoli, più che a un’attesa mi trovo ad assistere alla messa in scena, al grande spettacolo dell’elezione.

Negli Stati Uniti tutto diventa un po’ Hollywood e allora vai con grandi pannelli digitali che mischiano previsioni e primi scrutini, inviati e ospiti in studio, urla e monitor, fans di Hillary e fans di Donald. L’atmosfera il giorno del Super Bowl non dev’essere molto diversa e non riesco a capire granché su chi sta vincendo, guardo i molti Stati «rossi», mi spiegano che sono i repubblicani, ma penso, viste le previsioni, che saranno soltanto parziali.

Riprendo la metro sul presto per tornare a Inwood. Passo davanti a un locale circondato da furgoni della televisione dove si fa una gran festa, si parla spagnolo e ci sono le facce di Hillary e simboli dei democratici, penso che è fatta e che non ha vinto un palazzinaro sessista e razzista.

Dopo qualche ora cominciano ad arrivare i messaggi da amici che, migrati qui da anni e provenienti da posti diversi, non possono votare perché hanno solo la green card, questa è la condizione di gran parte dei migranti. C’è sconforto e rabbia. Com’è accaduto? Com’è accaduto lo si è capito benissimo, basta guardare dove è stato votato il futuro presidente. Sono le zone rurali e operaie, com’è successo per la Brexit, che una volta potevano sperare in una società senza classi e che oggi invece votano il razzismo, l’omofobia, il sessismo, la stupidità più profonda in una guerra tra gli ultimi che proprio il neoliberismo ha creato e continuerà a creare. Certo non è uno scandalo per nessuno che in quelle aree non si sia corsi a votare Clinton.

Il giorno dopo vado a Union Square per la manifestazione contro Trump. Due anni fa avevo preso parte alla grande marcia Black Lives Matter che aveva sfilato lungo il centro di New York. Proprio come oggi, allora si moltiplicavano gli omicidi della polizia bianca contro la comunità nera e c’era un video che girava di continuo in televisione: il soffocamento di Eric Garner. All’epoca mi ero aspettato un’atmosfera tesa e invece tutto era organizzato perché niente sfuggisse dall’ordine democratico: indignatevi, ma non troppo.

Alla prima manifestazione post-Trump mi aspettavo la stessa situazione. Pensavo al paradosso già vissuto due anni prima: coi cartelli e gli slogan si denunciano le violenze razziste della polizia, mentre ci si lascia circondare da poliziotti che ti dicono che strada prendere e come comportarti. Non vi è alcun rapporto diretto con il corpo che hai davanti, ma solo con l’immagine di ciò che rappresenta.

Vedi poliziotti che fanno foto con il cellulare sorridenti e se devono intimarti di non cambiare strada, sennò ti arrestano, lo fanno con una voce registrata agita da un altoparlante, che si identifica come New York Police Department e ti elenca cosa fare e cosa ti accadrà se non lo rispetti.

Le relazioni tra esseri umani, le passioni, il conflitto sono da entrambe le parti filtrate in un altrove. È una questione di rapporti di forza: la tolleranza zero e l’incarcerazione di massa sono uno degli enormi problemi di questo paese e tutto ciò si riflette sulle forme del manifestare (gli Stati Uniti sono il 5% della popolazione mondiale, ma hanno nelle loro carceri – in gran parte private – il 25% dei detenuti dell’intero pianeta). Un immenso bacino di forza-lavoro gratuita per grandi e piccole corporation che Obama non ha toccato e che la Clinton prometteva di mettere in discussione: fin da subito Trump si è proclamato paladino del Law and Order. Questa elezione diventerà un incubo anche per l’incarcerazione di massa.

Se la rabbia esplode, come a Ferguson o a Los Angeles e soprattutto a Portland, il rischio di essere arrestati e uscire dopo decine d’anni di carcere è molto alto. Le urla Black Lives Matter che sovrastano l’altoparlante della polizia mentre intima di non cambiare strada alle porte di Time Square ci raccontano anche di tutto questo: rapporti di forza, carceri, tentativi di resistere.

Whose streets? Our streets!

Una nuova generazione che vuole rompere lo schermo, e fa pensare a Parigi e alla determinazione degli studenti medi e liceali nelle mobilitazioni contro la Loi Travail 

Nella prima manifestazione post-Trump l’atmosfera è diversa. La giovanissima età e la molteplicità di gruppi di donne e dei movimenti Lgbt che con determinazione urlano la loro rabbia: Pussy grabs back / My Body my choice cambiano radicalmente la composizione dei manifestanti. La risposta politica a sessismo, razzismo e omofobia è formidabile e fa ben sperare! Il voto è anche questione generazionale e lo è ovunque.

Cresciuti con le battute dei nonni e dei padri – omofobe, sessiste e razziste –, il NO a tutta l’idiozia che questa cultura rappresenta ha camminato e cantato in questi ultimi giorni per le strade delle grandi città degli Stati Uniti. Una nuova generazione che vuole rompere lo schermo, e fa pensare a Parigi e alla determinazione degli studenti medi e liceali nelle mobilitazioni contro la Loi Travail.

Quando Union Square si fa piena, si capisce che non ci si accontenterà di restare lì: la destinazione è la Trump Tower sulla Fifth avenue. La manifestazione non autorizzata non avrà come obiettivo un palazzo del potere istituzionale, ma la torre privata del nuovo presidente. Cresciuto in una città medievale piena di torri, penso a quell’età di mezzo dove l’aristocrazia, il potere delle città, si rappresentavano nell’altezza e di cui New York con i suoi grattacieli ne è l’architettura contemporanea. Certo, in queste elezioni a rappresentare le aristocrazie del capitalismo finanziario non era solo Trump.

Quando la moltitudine esce dallo spazio prefissato e comincia a spostarsi attraversando illegalmente le città, ho l’impressione che a muoverla non sia la rabbia, è la gioia ad attraversare i corpi. Gioia di riprendersi un territorio in cui quotidianamente si è gestiti ed esclusi, gioia di riprendersi la possibilità di criticare, disobbedire e di farlo collettivamente.

Sotto la violenza dei riflettori, ci sono sì le grida e l’angoscia per il futuro ma soprattutto le risa, l’elettricità nei corpi, l’immanenza della risposta e il rifiuto di essere rappresentati da quel presidente 

E così penso a Furio Jesi, anche se di rivolta non si è trattato, alla relazione con la città che si manifesta in un tempo differente, dalla quale tutti prendiamo qualcosa, un’elaborazione delle sensibilità mentre semplicemente si cammina. Tra tutti gli attraversamenti di New York da dentro una manifestazione, tra tutti gli attraversamenti che ho fatto dello spazio urbano di questa città, così eccessivamente presente nel nostro immaginario, per il fatto di averla attraversata, sotto una pioggia alla Blade Runner, liberamente e in maniera conflittuale, mi ha rivelato un’altra città. Forse è il sentimento comune di sentirsi finalmente dentro la sceneggiatura, ma anche qualcosa di più: il tentativo di agitare, scuotere e, perché no, cambiare la scrittura della scena. Certo, tutto questo è comunque parte dello spettacolo, è già sussunto, ma dentro questa ambiguità, nel bel mezzo della notte, sotto la violenza dei riflettori, ci sono sì le grida e l’angoscia per il futuro ma soprattutto le risa, l’elettricità nei corpi, l’immanenza della risposta e il rifiuto di essere rappresentati da quel presidente.

Ci saremmo augurati, e speriamo che accada, che quel rifiuto di essere rappresentati si rivolgesse non solo contro il neopresidente, che si fosse urlato: ci rappresentiamo da soli! Creeremo un tempo in cui voi non esisterete più. E invece in quella moltitudine c’era chi rimpiangeva Obama, chi aveva votato Hillary e chi avrebbe voluto Sanders, ma allo stesso tempo, e nello stesso spazio, c’erano diversi movimenti: trans contro Trump, lgbt, femministe, punk attardati, profeti vagabondi, compagni di varie nature e tanti altri ancora alla ricerca di un’esistenza oltre la sopravvivenza. Con questa molteplicità si dovrà fare i conti, con tutta la gioia possibile! E ci auguriamo che la contrapposizione conflittuale al sessista, razzista, omofobo Donald Trump sia l’inizio di un nuovo movimento e che saranno veramente quattro anni di resistenza.

Spostandomi da un’altra parte

Provo a tornare a Union Square, ma mi perdo e la deriva mi porta a girovagare altrove, si fatica di più quando si cammina da soli. Mi ritrovo con gruppo di amici alla mostra di Kerry James Marshall. L’artista, nato sotto la segregazione in Alabama, testimone della rivolta di Watts nel 1965, poi trasferitosi a Los Angeles, influenzato dal Black Power e dal movimento per i diritti civili, che ha deciso di non dipingere i bianchi e di dare forma all’invisibilità della comunità nera. Alla ricerca, attraverso il mezzo della pittura, ma non solo, dei non detti della storia, delle figure nascoste e dimenticate – interferendo con le origini, gli stereotipi, la vita quotidiana dei neri in America.

Una sezione particolare è dedicata a chi si è ribellato allo schiavismo e alla segregazione, per la società americana criminali, e qui si trova anche il ritratto dell’attore Hezekiah Washington mentre si rappresenta come il servant e assassino Julian Carlton che bruciò, uccidendo sette persone, la casa di Frank Lloyd Wright a Taliesin (la mostra si trova all’interno di un edificio progettato proprio dal famoso architetto americano).

Di fronte alle opere di Marshall abbiamo nuovi sguardi con cui vedere le giornate post-elezione. Qual è la storia misteriosa e simbolica alle fondamenta di una società che fa sì che un dichiarato razzista torni presidente degli Stati Uniti d’America? 

Nella ricerca di Marshall troviamo un’immersione conflittuale tra i canoni classici della bellezza dell’arte occidentale (il ritratto, la venere, le proporzioni del corpo) e con gli artisti gloriosi dell’arte moderna americana e non solo: Mondrian con la serie De Style, le figure di donna in De Kooning, Frank Stella e le zip di Barnett Newman, che lui ridipinge ma dove fa apparire, all’interno del monocromo rosso in rosso, la famosa frase con cui James Arthur Baldwin concludeva una lettera mandata in carcere ad Angela Davis: If they come in the morning.

Di fronte alle opere di Marshall abbiamo nuovi sguardi con cui vedere le giornate post-elezione. Qual è la storia misteriosa e simbolica alle fondamenta di una società che fa sì che un dichiarato razzista torni presidente degli Stati Uniti d’America? Com’è possibile che ancora oggi, dopo decenni di lotte di liberazione, vi sia un nuovo schiavismo agito nella forma dell’incarcerazione di massa e che, quotidianamente, poliziotti bianchi uccidano ragazzi neri spesso senza nemmeno essere processati?

La serie di dipinti Invisible Man di Kerry James Marshall ci dà alcuni mezzi con cui andare a cercare queste risposte e il dipinto del 1986, nero su nero, del quale, se rimaniamo a distanza, riusciamo a vedere soltanto il chiarore dei denti e degli occhi, ci mette davanti alla costruzione estetico-etica del nostro essere bianchi, invitandoci a un esercizio del vedere: learn to see.

Attraverso le sue opere ha catturato le paure, le simbologie, i desideri dell’intelletto generale e possiamo vederle non solo in relazione alla questione razziale ma anche a quella di genere, alla violenza sulla molteplicità di corpi invisibili che costituiscono le società. La ricerche di Kerry James Marshall riesce a portarci ai bordi di un sensibile in conflitto, nella lunga strada che abbiamo davanti per rovesciare un reale che non possiamo accettare, qui come altrove.

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