I suoi spazi, i suoi tempi

Che cos'è un'OperaViva?

Claire Fontaine Untitled (Paris 11 April 2006) 2006
Claire Fontaine Untitled (Paris 11 April 2006), 2006.

L’operaviva si oppone ad una società in cui devi essere tutto occhi ma poca mente e niente mani, giacché la mente giuda la mano che ricombina i segni e genera nuovi imprevedibili significati, tornando ad incarnarli nella realtà, e quindi nuove, imprevedibili azioni. Ma il museo è innanzi tutto territorio della prescrizione semio-comportamentale. Moltiplicare i codici e le attitudini consentite, e tuttavia sfrondarle del senso, è ciò che rischiano di fare i nuovi musei per perpetuare l’istituzione. Ma i confini tra dentro e fuori il museo sono oggi più porosi non tanto perché il mondo è accolto dal museo che si demusealizza, bensì perché la musealizzazione senza museo pervade il mondo (Giorgio Agamben).

L’operaviva sorge dal profondo della natura umana, se è vero che, come sostiene Otto Rank, allievo eretico di Freud, l’artista non è colui che conserva la necessità di fantasticare nell’età adulta per esorcizzare l’infelicità, ma ogni uomo è un artista, scoperta che anticipa di diversi decenni l’analoga proclamazione di Joseph Beuys, mentre ogni nevrotico non sarebbe che un artista mancato.

L’operaviva può fallire, collassare, disastrare, ma non può rinunciare a gettarsi nel vivo del conflitto, giacché da esso trae nutrimento. Se si pensasse di preservare il suo essere viva interrandola, come i talenti della parabola evangelica, essa non genererebbe alcunché, come non generano alcuna pianta le monete seppellite a mo’ di semi da Pinocchio su nefasto suggerimento del Gatto e della Volpe ed anzi scompaiono in un battito di ciglia. Il chicco di grano non porta frutto se non muore nella nuda terra, ma l’operaviva è già frutto e guai al frutto che fa il seme per non andare alla guerra! Esso non perpetuerà il ciclo della fertilità se non riconoscendosi finalmente non più acerbo.

L’operaviva può anche tramutarsi in operamorta, anch’essa corre tale rischio, neanch’essa è al riparo da operazioni di controdeturnamento, benché io tenda a pensare che l’operamorta nasca per lo più già tale e non sa dunque che seppellire i propri defunti.

L’operamorta è il prodotto della rassegnazione, dell’heideggeriano si dice e si fa, è la sinistra ninnananna che concilia un sonno finalizzato solo alla perdita totale di coscienza, a propiziare un intervallo quanto più prolungato possibile tra due momenti di indomabile ansia di fronte all’oppressione di un Super-io rigido come il piombo.

L’operaviva, non di meno, conosce anche la morte ed i suoi tempi. Li combatte ma proprio per questo non li nega. Essa discerne inoltre tra surplus di vita reale ed apparente, consapevole che esiste anche un vitalismo corrotto dal quale sono scaturiti cadaveri a fiumi. Se la pulsione verso l’illimitato, al di là dei proclami sull’austerità, è oggi più che mai il colpo di coda di un capitalismo senza futuro (Emanuele Severino) che, come Sansone con i filistei, non vuole sprofondare sotto le macerie se non insieme all’intera umanità, il limite di una chiocciola che sa quando arrestare i cerchi della sua conchiglia ha molto da insegnarci.

L’operaviva sa anche retrocedere, diminuire, decentrare, silenziarsi, quando questo serve a garantire spazio vitale ad una sua simile.

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