I morti viventi e la misura del presente

Intervista al regista George A. Romero

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George A. Romero, La notte dei morti viventi

Milano, 12 luglio 2010

Seduti su una panchina di piazza Oberdan, sfogliamo una «Gazzetta dello Sport» abbandonata lì da qualcuno. Il ricordo di una corsa nella neve, per vedere Diary of the Dead al festival noir di Courmayeur, allevia per un attimo la presa del luglio di Milano. Quel film c’era apparso definitivamente politico. Prendeva posizione rispetto ai dispositivi di visione della nostra epoca: il cinema, il video, Internet. Ora Romero aveva terminato il capitolo successivo della sua saga dei morti viventi, e la presentava alla Milanesiana. Più tardi avremmo visto il film in sala, ma allora aspettavamo solo uno squillo di telefono, per poterlo raggiungere.

Vorrei arrivare a parlare di Diary of The Dead, però partendo da una domanda forse molto retorica: com’è nato il tuo amore per questi morti viventi, perché i morti viventi e non i fantasmi? Cos’è stato che ti ha portato a questo incontro fatale?

Un film di zombie non è divertente senza persone stupide! 

Non mi piacciono così tanto gli zombie, mi piacciono di più le persone! Originariamente, quando ho fatto il primo film, La notte dei morti viventi, non li pensavo come zombie, e pensavo che sarebbe stato solo un film, non pensavo sarei andato avanti così a lungo. Per cui non avevo regole, non pensavo affatto al futuro. Non li pensavo in quanto zombies, perché gli zombie erano questi ragazzi nei Caraibi, sai il Vodoo… ovviamente. Volevo solo una qualche tragedia che, con il mondo che stava cambiando… le persone continuano semplicemente a fare quello che li riguarda, argomentando che quelle cose non li riguardano… anche se accadono cose enormi… E questo è quello che gli zombie rappresentano per me, rappresentano cambiamenti incredibili, cambiamenti potenzialmente tragici nel mondo. Gli esseri umani continuano semplicemente a pensarla nella stessa maniera, non cambiano per aggiustare il tiro. Per cui le mie storie riguardano davvero le persone, come reagiscono o come non reagiscono, o come reagiscono stupidamente, che è la cosa che mi interessa, per questo non faccio mai un film dove gli zombie sopraffanno del tutto gli uomini, perché un film di zombie non è divertente senza persone stupide! [ride]

Cosa pensi del film di Tourneur, Ho camminato con uno zombie, ti piace, lo ami?

Sì. Se intendi che ho provato a copiare il suo stile… direi non così tanto. Penso che quando stavo facendo La notte dei morti viventi, i tipi di ripresa che usavo erano più dalla parte di Orson Welles… In particolare le cose shakesperiane, Otello o Macbeth… Quello era piuttosto quello che stavo cercando di copiare… Sai, era il mio primo film, non sapevo quello che stavo facendo, stavo solo imparando… E amavo molto i film di Welles e quelli di Michael Powell. Per cui penso che quando ho iniziato a usare il colore rubassi da Powell… Sai finché non impari… Quando ero studente non c’erano scuole di cinema dove usare una camera, imparare a usarla… Parlavamo e basta, discutevamo sui film.

La scelta di usare la camera a mano era una necessità produttiva oppure ti interessava avere un rapporto documentaristico, con i corpi, le azioni?

Non avevo dolly, non avevo carrelli, non avevo niente. Per cui se volevo muovermi dovevo farlo con la camera a spalla. Era una vecchia camera Arriflex, era la 2C, e potevi tenerla, aveva una presa facile, come una piccola colonna [mima la presa]… Lo scatto era proprio lì [lo indica, nell’aria]. Ed era il solo modo in cui potessi muovermi. Quando giravo i dialoghi, poiché la camera era molto rumorosa abbiamo dovuto costruire una grossa scatola, si chiama Blimp, per cui quando le persone parlano si nota che le riprese sono… [rimane in una posa rigida] perché non potevamo spostare la camera.

Te lo chiedevo perché c’è una grande attenzione, proprio per le azioni, quasi per avere un rapporto fisico con gli attori, che trovo fosse molto bello.

Beh, penso che questo è quello che stessi cercando di fare! Ma penso che se avessi avuto un dolly o dei carrelli avrei cercato di fare la stessa cosa, cercando di essere lì, di starci! Ma quello era il solo modo in cui potessi farlo. Tenendo la camera in mano. Per cui a volte non è così ferma come dovrebbe essere, ma a volte penso che funzioni piuttosto bene. Mi piace che sia un po’ scomodo, un po’ nervoso… Ma non era intenzionale. Cercavo di entrare nella stanza… per permettere al pubblico di entrarci… Ma penso che se avessi avuto carrelli o dolly probabilmente a quel tempo avrei cercato di usarli.

La cosa che mi ha colpito di più vedendo Diary of the Dead, per esempio, era la straordinaria attualità, cioè usare i morti viventi come una sorta di mito su cui misurare il presente, allora c’è questa trasversalità, è come se anche loro mutassero… Ci chiedevamo quanto cercassi attraverso questa figura di fare delle riflessioni sul piano contemporaneo…

Sì, sempre! È per questo che dico che non farò mai un film dove gli zombie prevalgono, perché ho bisogno delle persone… Le storie sono proprio su questo… Ho sempre provato fino a Diary of the Dead, incluso Diary, di lasciare che le idee venissero come prima cosa. Stavamo girando Land of the Dead e ho avuto questa idea che volevo fare qualcosa sul giornalismo fatto dai cittadini, per cui l’idea è venuta prima che mi mettessi a scrivere la storia. Questo film [Survival of the Dead] quello nuovo, è la prima volta in cui l’idea non è arrivata come prima cosa. È stata esclusivamente una decisione economica. Perché visto che fare Diary è costato così poco, anche se ha avuto un’uscita limitata ha guadagnato un’enorme somma di denaro in giro per il mondo, grazie alle vendite in video o alle televisioni, per cui mi hanno chiesto di farne un’altro. E ho dovuto trovare temi più universali, come la guerra per esempio. Sai, conflitti iniziati anni fa… che le persone dimenticano… forse è l’Irlanda, forse è il Medio Oriente, forse è il Senato degli Stati Uniti! Il nemico!

Per cui ho scelto questo tema per questo film. E ci siamo divertiti molto a farlo, cercando di farlo sembrare come un western. Ci siamo divertiti davvero molto nel farlo. E se questo film facesse molti soldi non sono obbligato a farne un altro, anche se effettivamente ho delle idee per altri due… usando personaggi da Diary, personaggi secondari, per portarli in direzioni diverse… Perché i diritti di questi film sono miei, e quindi posso usare le stesse storie… Nei primi quattro film mi sarebbe piaciuto aggiungerli questi personaggi, farli incontrare… Se leggi Stephen King, probabilmente in venti dei suoi libri c’è lo stesso paese arroccato su una roccia dove c’è un castello, e arrivi a conoscere tutti i personaggi del paese, li incontri tutti, come se vivessi lì! Mi piacerebbe far tornare dei personaggi da un film all’altro, incontrarli prima che muoiano… [ride] Ora lo posso fare, per cui se vogliono farne altri, sarei contento di farne altri due… Le idee ci sono. Ma stilisticamente sarebbero diversi! Visto che questo è un western, se ne facessimo un altro – magari non lo faremo mai – mi piacerebbe fare un noir. Voglio provare a fare qualcosa di classico, come i classici hollywoodiani…

Rispetto al noir hai dei riferimenti? Prima parlavi di Wyler rispetto al western…

Per il western era Wyler… [ride] Rispetto al noir non saprei… Amo John Huston, ma so che i suoi non sono i noir più neri. Ma amo Il mistero del falco.

Una cosa che mi ha sempre colpito nei tuoi horror, è che nonostante l’horror sia un genere che ha molti codici, in realtà eviti tutti quelli che sono i colpi bassi, cioè principalmente l’uso del suono (oggi l’horror dipende quasi solo dal suono), oppure il facile sbatterti in faccia un’immagine di sorpresa e invece il tuo cinema lo trovo quasi alla Hawks, nel modo in cui cerchi di mostrare le cose frontalmente…

Beh, in Survival of the Dead c’è qualcosa di hawksiano dentro… Ma c’è anche qualcosa di molto simile a Looney Tunes, sai, i sopravvissuti… ci sono alcuni momenti… è quasi un riferimento, anche se avrei preferito di no, ma è parte del divertimento… Questo film è molto vecchio stile: i colori sono molto brillanti, lo schermo panoramico… cerca di essere hollywoodiano. Per cui ho fatto alcuni di questi salti… Anche se alcuni non hanno nemmeno senso, in realtà non succede nulla ma c’è un salto! [ride]

A me questo aveva colpito molto in Diary perché mi sembrava avesse a che fare con un ruolo del cinema. Nel senso che Diary è un film anche sul mondo, e sul mondo in immagine… il cinema come guida per orientarsi. Allora in quel senso la tua frontalità mi sembrava una decisione molto forte.

Le persone si fanno incantare dal voler far parte della Storia

Il ruolo del cinema è quello di osservare. Ma in Diary è un circolo vizioso, chi osserva chi? Non so, osservo persone che osservano… Devo diventare quel ragazzo… Con quel film volevo mostrare soprattutto il pericolo del giornalismo fatto dai cittadini, da persone che rimangono catturate, incantate da quello che vedono… È difficile capire a cosa credere. E le persone si fanno incantare dal voler far parte della Storia attraverso una loro testimonianza. Se c’è un grande incendio a Manhattan, chiunque esce di casa e va lì a filmare per mandare poi le immagini alla CNN! Lo fanno in tanti!

In alcuni casi però ci sono delle guerre che non sono visibili. Per esempio a Gaza. In quel caso, secondo te, il potere accedere a altre immagini… quello che offre Internet può essere un’altra possibilità?

Senza dubbio. Questo era il punto del personaggio del film, questo è quello che lui crede. E penso che sia vero. Penso che riguardi più il fatto di fare un blog e le persone che scrivono le loro opinioni lì. Le persone che frequentano questi blog sono già d’accordo con chi scrive, diventano una tribù… Questo è il problema… Se scrivessi un blog, se avessi delle idee radicali, oggi, potrei avere un milione di persone che mi ascoltano e mi seguono… mi unirei alla mia tribù… Questo è il potenziale problema… Non tanto il fatto di fare solo foto o registrazioni. Questo è quello che lui pensa, il personaggio, di fare solo delle registrazioni. E lui cerca o crede di essere d’aiuto, pensa di poter aiutare le persone a sopravvivere…. Ma è davvero d’aiuto? Non lo so.

Cos’è la paura? Perché è uno dei principali motori del cinema… Quali sono le tue paure?

Quello che mi spaventa è la realtà! 

Non ho mai paura in un film! Non ho mai avuto paura dei mostri dei film, nemmeno quando ero un bambino. L’unica volta che mi sono spaventato è stata una delle prime volte che sono andato al cinema da solo, forse avevo dodici anni… era La cosa da un altro mondo di Christian Nyby. Quella è stata l’unica volta. Quello che mi spaventa è la realtà!

È la risposta che aspettavo… Perché mi sembra che il ruolo di un regista come te sia proprio quello di rivelare l’orrore in cui viviamo…

Sì. Non penso di riuscirci troppo bene… Ma mi piace l’idea che ci siano delle persone che apprezzano alcuni di questi elementi nei miei film. È bello riuscire a esprimersi, trovo ancora del divertimento nel fare film di genere, che amo, li ho sempre amati. Per me è un grande divertimento riuscire a farlo, e di essere ancora in grado di esprimere me stesso. È un bel posto dove stare…

Hai mai giocato ai videogiochi? L’horror è uno dei generi principali dei videogiochi odierni…

No. Non ci ho mai giocato. Non ho nessuno che me ne ha consigliati di buoni…

E non ti è nemmeno capitato di guardare qualcuno che giocasse?

Sì, l’ho fatto. Mi avevano contattato, volevano che facessi Resident Evil, per cui c’era il mio assistente che giocava, registrando, in modo che potessi guardare tutto il gioco. E comunque alla fine non ho fatto il film.

E da spettatore qual è la tua opinione?

Non so. Non ho una vera opinione sui videogiochi. Penso che danneggi gli zombie. Sono sempre stato nel mio angolino, lavorando sempre con gli zombie per fare questi piccoli film «teorici». Ora i videogiochi hanno popolarizzato gli zombie. E penso che, sfortunatamente, una volta che sono diventati così popolari… intendo nei videogiochi non nei film… perché io non ho mai avuto un così grande successo con i film di zombie. Zombieland è stato il primo in Nord America che ha guadagnato qualcosa come trecento milioni… Prima di questo nulla di così rilevante, ma i videogiochi li hanno sfruttati enormemente!

Ci sono un paio di dozzine di videogiochi di zombies che sono molto popolari, tra i più venduti, e ce ne sono sempre più, ne viene fuori uno al mese! Penso che sia questo che ha reso così popolari gli zombie…. e forse Michael Jackson! [ride] Ma quello che succede ora, ora che gli zombi sono diventati così popolari, ora che tutti sanno cosa sono, è che li si prende come qualcosa di divertente… Zombieland è più simile a un videogioco che a un film. Non so, forse sto perdendo la mia nicchia di pubblico…

Visto che hai detto che vorresti usare gli stessi personaggi di Diary che ritornano in Survival of the Dead… Quando hai finito Diary – questo finale aperto, alla fine non si sa bene, si capisce che c’è una pandemia ma non sappiamo bene cosa succeda… – pensavi già di continuare il film o è capitato di continuarlo perché il film ha avuto successo?

È capitato perché il film è andato bene. Se avessi pensato che ne avrei fatto un altro sarebbe stato quattro o cinque anni dopo… e sarebbe stato una continuazione di Land of the Dead. Pensavo che Diary of the Dead dovesse stare in piedi da sé, è solo qualcosa che volevo fare, avevo l’idea di questa cosa dei media emergenti e del giornalismo dal basso… Pensavo che sarebbe stato solo un film. Ma, come ho detto prima, poiché è costato così poco e ha fatto tanti soldi ne ho fatto un altro.

Ora ho delle idee per altre due storie. In realtà è solo un’unica grande storia. Mi piace questa idea di fare una piccola saga, dove i personaggi possono incontrarsi. Mi piace. Non so se ci riuscirò, forse no, dipende da quanti soldi incassa questo.

Per questo motivo, potrebbe interessarti una serie tv? Giocare con la serialità. Ti è mai capitato che ti chiedessero qualcosa di simile?

Non ne ho mai dirette, ma ne ho prodotta una, Tales from the Dark Side, non so se qui in Italia sia arrivata. Ma abbiamo fatto questa cosa che è durata tre anni, non l’ho mai diretta, ho scritto il pilota e tre o quattro episodi. L’ho fatta col mio amico Tom Savini, John Harrison, molti giovani che volevano essere registi e ai quali ho lasciato la regia. Ma a parte questo non ho mai avuto un’idea per una serie tv. Non penso molto alla tv, non la guardo nemmeno!

In Italia aveva due titoli, Un salto nel buio, ma su qualche tv privata lo davano come Codice Mistero. Qual è la tua dimensione produttiva preferita? Ci avevi raccontato di aver patito un po’ la Universal…

Sono il solo a darmi libertà, quindi… Orion sono stati terribili, ho fatto due film con Orion (Monkey Shines e La metà oscura) ed è stato tremendo. Mi hanno fatto cambiare il finale, avevano loro il controllo completo del film… Alla Universal hanno letto la sceneggiatura, mi hanno dato delle note sulla sceneggiatura e una volta finito mi hanno lasciato fare il mio film, senza intervenire o senza venire sul set a far pressione. Per cui in realtà con la Universal è stata una buona esperienza. Hanno dimostrato un rispetto notevole per il mio lavoro e per l’intero processo. Eppure è sempre una cosa difficile, le decisioni che non puoi fare e che non fai riguardano il dove spendi i soldi, o dove non devi spenderli. E questo a volte è la cosa più importante. A volte è stato molto frustrante, in Land of the Dead. Per cui quando ho fatto Diary sapevo che lo stavo facendo per due milioni e mezzo, e abbiamo trovato questa compagnia che per quella somma di denaro mi hanno affidato tutto il controllo del film. Per cui per la prima volta Diary è stata la volta in cui nessuno veniva a dirmi quello che dovevo o non dovevo fare, dipendeva solo da me. Ho solo fatto il film che volevo fare. E la stessa cosa, con le stesse persone, con Survival. Per cui se c’è qualcosa che non ti è piaciuto puoi lamentarti direttamente con me!

Intervista pubblicata in: Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo, a cura di Donatello Fumarola e Alberto Momo, DeriveApprodi 2013.

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