Fuori dal comune

La produzione culturale nell'esperienza de L'Asilo di Napoli

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Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito, 2017 - veduta dell'installazione, Museo Madre (Napoli) - Courtesy l'artista e Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee. Foto: Amedeo Benestante.

Nell’Ideologia Tedesca, con riferimento al «processo di decomposizione del sistema hegeliano», al «processo di putrefazione dello spirito assoluto», criticamente Marx e Engels si riferiscono al «pensiero puro» ed alla «ciarlataneria filosofica» degli «industriali della filosofia» che invece di criticare radicalmente e direttamente l’hegelismo hanno trasformato ogni riflessione «ogni rapporto dominante» in un «rapporto di religione», in un «culto, culto del diritto, culto dello stato e così via». Poche righe più avanti è detto, con riguardo al genere umano:

«essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale […] Questo modo di produzione non si deve giudicare solo in quanto è la riproduzione dell’esistenza fisica degli individui; anzi esso è già…un modo determinato di determinare la loro vita, un modo di vita determinato. Come gli individui esternano la loro vita, così essi sono. Ciò che essi sono coincide dunque immediatamente con la loro produzione, tanto con ciò che producono quanto col modo come producono. Ciò che gli individui sono dipende dunque dalle loro dalle condizioni materiali della loro produzione…E presuppone a sua volta relazioni fra gli individui. La forma di queste relazioni a sua volta è condizionata dalla produzione». 

Questo è il punto da cui voglio partire perché questa è la base teorica e al contempo il dato materialistico da cui ha preso le mosse l’esperienza politica, sociale, artistica e culturale de L’Asilo di Napoli. Corrente il 2012, ad avviso di una composizione di lavoratrici e lavoratori dell’arte e della cultura, in uno scenario politico attivo e militante connotato dalla mera ripetizione ideologica di contenuti teorici per nulla supportati da una pratica capace di incidere sulla trasformazione dello stato delle cose presenti, non si poteva continuare sulla scorta del già noto. Era necessaria un’opera immaginativa, che come un chirurgo rendesse operatorie delle mere dichiarazioni di principio. La qualità di lavoratrici e lavoratori, delle anime e dei corpi in rivolta per le condizioni di sfruttamento del lavoro artistico e culturale, per le pretese di gratuità, per le paghe da fame, per l’intermittenza non sostenuta da un reddito di base, per i tagli drastici della già esigua spesa pubblica destinata alla cultura, ha indotto la necessità di rispondere ad una serie di bisogni reali attraverso pratiche che mettessero al centro desideri generativi di un’azione radicale, riappropriativa di tempi, di luoghi, di spazi, di mezzi e di modi della produzione culturale, in cui la cooperazione sociale, sottratta all’estrazione neoliberista, fosse messa in condizioni di esprimere tutto il proprio valore trasformando la potenza, le potenzialità produttrici delle persone coinvolte in un vero e proprio potere di determinare il modo della propria produzione e conseguentemente, condizionando le relazioni dei soggetti coinvolti. Da ciò l’idea di un centro di produzione culturale interdipendente a disposizione di chi ne ha bisogno, un luogo fisico e di pensiero che scardinasse, attraverso le pratiche, la nefasta centralità della proprietà tanto nella società quanto nei modelli produttivi. Una pratica certamente estranea alla rigida monotonia dell’ideologia che precede inesorabilmente la teoria, e che anzi la foggia, e non viceversa. A partire dal linguaggio. Contro il rigido strutturalismo, una destrutturazione radicale delle forme politiche date, introiettate, somatizzate e riprodotte ovunque consciamente o inconsciamente.

La comunità aperta, eterogenea, in continuo divenire, in luogo della nota chiusura dei collettivi, troppo spesso di fatto riproduttori di assetti e meccanismi relazionali proprietari, e perciò escludenti le differenze; la formazione politica ma anche di competenze, l’interrellazione tra i diversi settori produttivi, la necessità dell’altro (del tutt’altro da noi stesse), interdipendenza eppure l’indipendenza nella creazione delle proprie opere. Il diritto quale strumento creativo di affermazione di nuovi diritti, a disposizione di tutti/e non solo delle classi dominanti: una dichiarazione di uso civico e collettivo, infatti, frutto di un processo autonomico della comunità, costituisce un altro strumento politico, risultato di un continuo interrogarsi e interrogare le pratiche, adattando di volta in volta le trasparenti regole di convivenza etica e di uso dello spazio, alla continua sperimentazione di nuovi modi virtuosi di soluzione dei dissidi, in uno spazio pubblico di decisione collettiva.

Queste peculiarità, a mio avviso, hanno molto a che fare col concetto di estetica, la cui etimologia, come si sa, deriva dal verbo greco αἰσθάνομαι, sentire, percepire mediante i sensi, specialmente udire, vedere, odorare, ma anche accorgersi, intendere, conoscere, venire a sapere, ed ha in comune con ciò che per propria natura non è mai dato una volta per tutte ma che tende ad estendersi e a trasformarsi continuamente, con ciò che è indefinibile sulla base di criteri oggettivi, validi in modo universale e necessario, e ha invece a che fare con l’imperfezione, con una imperfezione che diventa sentimento comune, irriducibile all’unità. Così come per Kant, l’universalità nel giudizio (inteso come critica) estetico è qualcosa da ricercare continuamente dentro la realtà, e sulla base di un sentimento, lungi dunque dal connotarsi come un dover essere, il giudizio estetico inevitabilmente soggettivo necessita di misurarsi con l’intersoggettività, e una volta manifestato, ha la capacità di produrre empatia, e dunque senso comune. A dispetto dell’Assoluto hegeliano, l’affermazione dell’estetica mette al centro il corpo in luogo dello spirito, l’apparenza, il visibile, il sensibile, la finitezza, la contingenza, la caducità, la forma in luogo della vita quale entità invisibile, la tragedia in luogo dell’epica (Nietzsche). La relazione tra arte e realtà, tra realismo e rispecchiamento (Lukács), capace di illuminare le contraddizioni immanenti, in un rapporto stretto tra verità e bellezza.

Ritengo che lo spunto posto dall’introduzione al workshop, con riguardo al rapporto tra aura e plusvalore, i temi dell’aura, e della unicità/autenticità dell’opera d’arte, siano in stretta connessione con quell’altro tema posto come riflessione del workshop sull’unicità del lavoro artistico e la inscindibilità da chi lo esegue: arte/opera; performance/riproduzione. «Nonostante il progressivo venir meno della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, oggi il lavoro artistico, lungi dal diventare attività tra le altre, ribadisce l’assoluta unicità dell’individuo che lo esegue. Non occorre mettere radicalmente in discussione questa figura, per criticare una modalità di subordinazione sulla quale fanno perno alcuni fra i più vistosi dispositivi di valorizzazione della ragione neoliberale?».

Come sappiamo, Walter Benjamin ritenne che alcune caratteristiche tradizionali dell’arte, cioè i concetti di creatività, genio, valore eterno e mistero, potessero essere utilizzate dai totalitarismi: essi infatti sembrano recidere l’arte dal suo legame con la vita quotidiana e con le condizioni concrete dell’esistenza, escludendo dalla sua fruizione le persone comuni. Al contrario, i totalitarismi sembrano utilizzare l’esperienza artistica come strumento di controllo delle masse attraverso una estetizzazione della politica. L’esperienza estetica è utilizzata come forma di comunicazione non razionale ma carismatica per coinvolgere e massificare la folla. Benjamin intende proporre invece una serie di concetti estetici nuovi, inutilizzabili dai totalitarismi, e funzionali invece alla liberazione ed all’emancipazione rivoluzionaria.

A tal proposito e argomentando a contrario, credo che solo assumendo, a partire da questo timore, la capacità comunicativa e la natura di veicolo moltiplicatore di coscienza critica, dell’arte e della cultura attraverso l’empatia e l’immedesimazione, si può arrivare a generare e a riconoscere una relazione diretta nel rapporto tra giustizia e accessibilità all’arte e alla cultura, per esempio. Il pensiero critico attivizzante e rivelatore di autenticità in opposizione al pensiero unico eterodiretto e passivizzante, nell’hic et nunc di un incontro o di un processo produttivo artistico come nella riproduzione di un’opera la cui relazione sensibile con soggetto che la vive e la sperimenta è sempre unica, così succede nell’approccio a un film, a un libro, a un disco, a una foto, per esempio.

Se l’opera d’arte è unica (anche un film è unico, o una musica, anche un romanzo è unico benché riproducibili infinitamente), ed è inscindibilmente legata alla persona dell’artista che la realizza, l’unicità dell’artista non può essere cancellata, soppressa, alla ricerca delle tutele, per chi produce cultura, in quanto lavoratrice/ore, omesse dal liberismo. Allora vi è necessariamente una doppia visuale, che peraltro non differisce molto nel lavoro artistico e in tutti quei lavori in cui il talento, il genio, la creatività dell’individuo, singolare, particolare (in una sorta di assimilazione tra quelle che vengono definite professioni, con il lavoro artistico, culturale e di ricerca, capaci di trovare ogni volta un orizzonte universale), all’interno della quale è necessario riflettere per trovare una tutela omogenea, diffusa, collettiva a garanzia di una vita degna.

Il prodotto, anche quando coincide con il corpo, con il gesto che produce, è il dato. Il modo, lo spazio i mezzi attraverso cui si produce sono l’altro dato, che può essere comune, esattamente come comuni sono le necessità. La costruzione di un sistema di tutele, fondate anche sulla solidarietà, non passa attraverso l’annullamento di unicità, al contrario si afferma attraverso il riconoscimento di una molteplicità delle forme di vita e di produzione e riproduzione.

La valorizzazione del fuori dal comune, di ciò che con Rancière possiamo definire come non comune, producendo senso comune, svolge una funzione di giustizia ineliminabile, immediatamente politica 

La valorizzazione del fuori dal comune, di ciò che con Rancière possiamo definire come non comune, producendo senso comune, svolge una funzione di giustizia ineliminabile, immediatamente politica. A partire dalla riappropriazione dei mezzi di questa produzione materiale e cognitiva, a garanzia dell’indipendenza e dell’autonomia, è necessario inventare e attivare la tutela giuridica di una condizione di sfruttamento diffusa contro cui lottare nell’ottica della costruzione collettiva e diversificata di un sistema di produzione di rete (sistema inevitabilmente economico ma anche rappresentativo, poiché riguarda l’invenzione e l’armonizzazione di norme giuridiche, prime tra le quali, quelle attinenti la fiscalità generale, e di organizzazione della società) che scalzi progressivamente quello neoliberista dominante, e che, con coraggio, determini nuovi rapporti e condizioni materiali e relazionali dell’esistenza.

«The performative announces and the operational make it happens», così esordisce Gabriella Riccio, coreografa napoletana, traslando parole di Brett Neilson nel contesto del workshop, sempre in riferimento all’esperienza de L’Asilo. Particolarmente attiva in uno dei tavoli di lavoro attraverso cui è organizzata l’attività produttiva dello spazio, il tavolo «Arti della scena», la Riccio traduce, quanto descritto sino ad ora da me descritto, nella quotidianità di ciò che realmente accade in Vico Maffei n. 4, di Napoli. «Nel momento performativo di un’occupazione, del lancio di una visione, si annuncia una direzione però è nella quotidianità dell’attività, della pratica, della realizzazione produttiva, della creazione, di ciò che emerge in termini di prodotti, di opere, di linguaggi, di relazioni, che si ha la misura concreta di scenari non solo possibili, ma di scenari che accadono, che stanno accadendo». Parafrasando la sua riflessione si può, quindi, aggiungere che questi luoghi diventano non solamente una critica all’esistente o un’alternativa annunciata, ma anche veri e propri dispositivi in grado di iniziare un processo di trasformazione dell’esistente, entrando in contatto col tutt’altro, in primo luogo, col potere, con le istituzioni locali o statuali e ma soprattutto nel confronto con le proposte che arrivano, nella concretizzazione collettiva dei progetti, nel modo in cui riescono a realizzarsi.

Ciò che è quanto mai interessante è il confronto con ciò che arriva dal fuori delle nostre pratiche, che L’Asilo, in quanto spazio aperto e pubblico, accoglie. Strutture e istituzioni culturali trovano molto interessante ciò che sta realizzando e rappresentando questa esperienza, e però, come è inizialmente naturale, provano operare in continuità con le loro modalità, la cosa fuori dal comune è che in questo confronto, spesso anche molto difficile e scomodo, parlandosi realtà che comunicano e agiscono attraverso linguaggi diversi, si verifica una trasmissione, si mette in moto un ingranaggio: le stesse compagnie che subiscono il sistema del mercato artistico, quando incontrano una modalità possibile altra da quella del mercato, la sposano, ne diventano sostenitori, si aggiungono forze alle forze. Si vede in queste cose, come questi spazi culturali riescano a trasformare il territorio in modo rizomatico, molto minimale ma di estrema connessione. Altra caratteristica sottolineata è l’assenza della direzione artistica, si è scelto di non scegliere – di non escludere – che è ciò che succede con l’istituzione di una direzione artistica, anche in questo caso scegliendo di rimanere radicalmente aderenti a ciò che dal territorio emerge, alla direzione dei linguaggi; ci si è rese conto che la vitalità del territorio esprime una energia che il sistema della direzione artistica non sarebbe stato in grado di accogliere.

Così questi spazi hanno la possibilità e la capacità di intercettare cose che altrimenti, con i sistemi di assegnazione, con i bandi, con la deformazione del processo creativo in termini di missione, di obiettivi, di risultati attesi, di ore/lavoro – linguaggi del tutto estranei ai processi della creazione artistica e culturale – non sarebbe possibile né cogliere né valorizzare. In sostanza questi spazi, stanno realizzando quell’alternativa immaginata e possibile, e una parte del sistema e delle istituzioni se ne sta accorgendo e sta provando a relazionarsi talvolta attraverso modalità di vacua sussunzione pretestuosa di termini e di linguaggi, e accade quindi che si possa fallire, che non si riesce nella trasformazione, tal altra, il più delle volte, invece, questa trasformazione accade ponendo interrogativi reali anche al sistema tradizionale che attua delle modificazioni nell’interrelazione con nuove pratiche e nuovi linguaggi.

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