Fight for Your Right

Settantasette senza ripetizioni

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Da «La scatola di Franca Madonia», Sensibile Comune - Le opere vive, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma, 14-22 gennaio 2017.

«Chiedi a settantasette se non sai come si fa». Così CCCP – Fedeli alla linea esortavano noi imberbi post-punk dell’ultima provincia italica dell’Impero, nel primo scorcio degli Ottanta del Novecento. E così andammo a chiedere al «’77», salvo scoprire, solo troppo tardi, che settantasette era il soprannome di un loro amico al quale ne succedevano di tutti i colori, eppure capace di reagire, un amico un poco sfigato, diremmo ora. A noi portò invece fortuna questo disguido linguistico-cognitivo, perché capimmo che musica e politica, quindi un bel pezzo di vita, avevano avuto una data zero, una tabula rasa, con il 1977, in Europa.

Allora diventammo degli oltranzisti. Eravamo la fazione provinciale che aveva ribaltato il No Future del punk inglese di Sex Pistols in No Past. Perché «No Beatles, no Elvis, no Rolling Stones in 1977» cantavano The Clash. E per tutti noi musica, politica e vita cominciano dal 1977. Che è il punk, ma soprattutto il post-punk. Anche perché la frammentata scena hardcore nostrana, ancora nel 1980, contestò gli stessi The Clash in occasione del loro concerto bolognese (la Bologna che provava a recuperare i danni fatti nel medesimo 1977), reputandoli venduti agli americani, alle major, alla temibile CBS, a causa dei contratti discografici sottoscritti.

E invece nel ’77 il tappo era saltato, come ci avevano già insegnato i situazionisti e come ci farà capire la diffusione del Do It Yourself nelle radio libere, poi la presa di parola collettiva nell’hip hop, l’etica hacker delle «isole nella rete», materiale e immateriale, passando per le zone temporaneamente autonome di ravers e travellers, fino al potere metropolitano della club culture. Siamo tutti dentro la società dello spettacolo diffuso. E allora conviene essere dalla parte del nottambulismo, del «piacevole è la notte».

Da «La scatola di Franca Madonia», Sensibile Comune – Le opere vive, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma, 14-22 gennaio 2017.

Tutto inizia con le radio libere che, come i primi spazi sociali metropolitani, sono il grande calderone di suoni e parole, trasformazioni e sovversioni. Attirano il vociare di improvvisati speaker, giornalisti di strada, disc jockey ante litteram, narratori, poeti, musicisti, artisti del tempo perso contro precarietà, disoccupazione e sottoretribuzione di massa tuttora propinate dalle attuali, austere classi dirigenti. I bambini autonomi di Radio Alice volevano mangiare i comunisti, i pcisti, provando a prendersi la rossa Bologna, nella primavera 1977, difesa dai carri armati dell’unità nazionale. Erano i giovani ribelli, indiani metropolitani, gli untorelli derisi da quel Pci che nel gennaio dello stesso anno parlò ai suoi intellettuali per bocca del segretario Enrico Berlinguer di «austerità come occasione per trasformare l’Italia». Tutto un programma, dritto fino all’oggi.

E rimaniamo sempre in quei mesi: tra il bel marzo che diviene plumbeo a Bologna ’77 e il 25 agosto successivo di inizio dell’Estate romana di Renato Nicolini e della sua banda di concreti visionari, fortemente sostenuti dal nuovo sindaco di Roma, lo storico dell’arte Carlo Giulio Argan, indipendente di sinistra con il sostegno del Pci, che apre la città ai nottambuli e all’invenzione collettiva e solo negli anni successivi verrà compreso anche dallo stesso ultradecennale sindaco bolognese, autorevole storico, da sempre militante e poi deputato capogruppo del Pci, Renato Zangheri (1970-1983), che con il succitato concerto di The Clash del 1980 imiterà fuori tempo massimo la spiazzante e fulminante intuizione romana. Perché la politica è anche (in-)tempestività, καιρός direbbe qualcuno più bravo di me.

Da «La scatola di Franca Madonia», Sensibile Comune – Le opere vive, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma, 14-22 gennaio 2017.

In questa congiuntura, sarà Andrea Pazienza, con una lettera, non con le sue tavole, a svelare il cortocircuito culturale, politico, esistenziale di quell’anno. È una lettera indirizzata a Fulvia Serra, allora a capo della redazione di Linus e Alter dove il 21enne Andrea Pazienza aveva pubblicato le Straordinarie avventure di Pentothal, e vale la pena riportarla brevemente, perché, quaranta anni dopo, ci restituisce il fallimento di un conflittuale dialogo intergenerazionale, proprio nella contesa tra presente e futuro.

Cara Fulvia, come sai qui a Bologna l’aria è sempre più stretta. Il clima sempre più inquietante: siamo sul filo sottile del delirio. Sembra che tutti noi che viviamo in questa città assediata, da assediati, non paghiamo abbastanza, mai. E così La città futura, il settimanale dei giovani berlingueristi, esce nel numero 9 con un servizio su Bologna (la città presente). […]

I berlingueristi con uso abile del contesto del neretto delle titolazioni (allievi prediletti di Eco) confermano Alice è il diavolo, Bifo un seduttore, un agitatore, un provocatore (ma ragazzi, di questi tempi basta dire Bifo e hai detto tutto), i compagni del movimento cannibali, gli studenti stranieri la peste, la malapianta da estirpare, gli autonomi potete immaginarlo. Il complotto internazionale contro Bologna deve essere annientato, non bastano compagni e amici in carcere da quattro mesi in venti per cella […].

Non è niente di eccezionale, lo sappiamo, i mostri si riproducono all’infinito. Mi sono incazzato (mi vergogno di essermi stupito) perché tutti quei discorsi stampati su piombo erano impaginati in maniera egregia e, per come si dice alleggerirli, Adornato e gli altri hanno pensato bene di schiaffare in alto a destra il mio amico Pentothal di aprile. Non voglio commentare ancora, io credo che tu non li abbia autorizzati, ne sono sicuro, e allora pretendo che si scusino, loro che sono educati, che precisino, loro che sono precisi, e che paghino, loro che non hanno mai pagato. Io sto da un’altra parte. Che trovino tra le loro fila gli illustratori, gli scrittori, i musicisti, i poeti, i cantori del compromesso storico, dei carri armati, del lavoro, della Siberia.

Ti saluto con molto affetto, Andrea (che ha perso la pazienza)

I mostri si riproducono all’infinito. Che trovino tra le loro fila gli illustratori, gli scrittori, i musicisti, i poeti, i cantori del compromesso storico, dei carri armati, del lavoro, della Siberia.

È l’urlo inascoltato di rifiuto e fuga dalla sacra unione nazionale che il Pci insegue dall’anno prima, ma pensa già dal 1973, nel Paese dell’immobile sottomissione all’eterno ritorno del compromesso storico, mentre intorno la società cambia in modo repentino. Fino a questo agosto 2017, quaranta anni dopo, ancora dentro l’incubo di sgomberi violenti, ad opera della stessa mentalità, sempre nelle stesse città: di profughi e rifugiati politici a Roma, dell’ex Caserma Masini, abbandonata da vent’anni a Bologna, e occupata e rigenerata da parte di ragazzi e ragazze del laboratorio Làbas (che nel nome evoca Là-Bas, titolo dell’oscuro capolavoro del 1891 di Joris-Karl Huysmans).

Da «La scatola di Franca Madonia», Sensibile Comune – Le opere vive, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma, 14-22 gennaio 2017.

Ma quaranta anni fa nessuno dei «giovani berlingueristi» si scusò, troppo impegnati a discettare intorno a La città futura senza comprendere minimamente quella presente, tali e quali ai «vecchi berlingueristi» di oggi e ai loro speculari antagonisti, i ragazzi «incapaci e presuntuosi» al seguito di Grillo (copyright della fotografa e artista comunista, mai iscritta al Pci, Letizia Battaglia), che nel loro Olimpo politico inseriscono De Gasperi, Almirante e Berlinguer, senza soluzione di continuità. E allora ci pensò quel formidabile e instancabile uomo di cultura e contaminazioni intergenerazionali, inventore di riviste, libri, collane editoriali e molto altro ancora di Oreste del Buono, sempre più dimenticato, a oltre dieci anni dalla sua morte, e a quel tempo direttore responsabile di Linus, che rispose al buon Paz, «non solo perché, dato che una legge fascista impone l’istituto del direttore responsabile, era logico che le responsabilità me le prendessi allora io invece che Fulvia, ma anche perché l’unico comunista tesserato, e vecchio per di più, in redazione ero io e, dunque, una risposta gliela dovevo al giovane Andrea. Nessuno di noi aveva autorizzato la ripubblicazione, e stavamo con lui, aveva ragione lui e quelli come lui che testimoniavano lo scompenso per l’abbandono subito dalla politica ufficiale, e insieme il bisogno non di distruggere tutto come giudicavano i loro avversari, ma di ricreare qualcosa, qualcosa, tra l’altro, di ricreativo, di spettacolare, di fecondo».

Quel «qualcosa di ricreativo, spettacolare e fecondo», che Oreste del Buono vede intorno a sé, si andava riproducendo e diffondendo altrove nell’etere, «viaggia bene ad onde medie e a modulazione di frequenza», dove per fortuna i fili diretti delle radio libere erano aperti e ad una Radio Alice sgomberata e chiusa rispondevano altre mille radio aperte, dove si poteva telefonare, parlare, domandare e conoscere le novità musicali che uscivano in quei tempi. Certo il cantautorato impegnato italiano. Come è profondo il mare di Lucio Dalla, con quell’incipit che tuttora ci descrive:

Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte

Da «La scatola di Franca Madonia», Sensibile Comune – Le opere vive, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma, 14-22 gennaio 2017.

Quindi anche la prima elettronica: è dell’estate 1977 Trans Europe Express, singolo ed LP di quell’immane potenza elettrificata chiamata Kraftwerk. E due anni dopo, sempre dagli altoparlanti delle radio, arriva Rapper’s Delight di Sugarhill Gang. La rivoluzione è in atto, facendo a meno di partiti, capetti, portavoce e segretari. Elettronica e rap. Musica e microfono aperto. Suoni e parole in presa diretta. Discoteche delle origini e spazi sociali in formazione. Per battere il proprio tempo. Passando per le forche caudine di Joy Division e New Order. Ci accompagneranno in giro per l’Europa Rockerilla, Enrico Palandri e Pier Vittorio Tondelli, quest’ultimo per troppo poco tempo, purtroppo.

A partire dal 1977, attuale, ma senza ripetizioni. Oltre partiti e movimenti, sempre alla ricerca collettiva della colonna sonora per la festa perfetta, che è un’effimera estate romana permanente, una rivoluzione quotidiana, dentro e contro l’austero presente. (You Gotta) Fight for Your Right (to Party)!

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