EuroDada

Il cabaret dell'OperaViva

Claire Fontaine, Ma l'amor mio non muore -Courtesy the artist and T293, Napoli Roma. Foto di Maurizio Esposito
Claire Fontaine, Ma l'amor mio non muore - Foto di Maurizio Esposito.

Il 9 maggio è la festa comandata dell’Unione europea. 9 maggio 1950: giorno della Dichiarazione di Robert Schuman, allora Ministro degli esteri francese. Il passo forse più citato di quella Dichiarazione: «L’Europa non si farà di colpo, né con una costruzione d’insieme: essa si farà attraverso delle relazioni concrete creando prima di tutto una solidarietà di fatto».

Federate i loro portafogli, federerete anche i loro cuori
Sulle macerie della Seconda guerra mondiale, con l’Europa spaccata in due dalla Cortina di ferro, la parte occidentale del vecchio Continente voleva porre fine al conflitto franco-prussiano – lunga, odiosa, mortifera guerra civile europea – condividendo e controllando a livello continentale la produzione di carbone e acciaio, materie prime dei peggiori istinti guerrafondai degli Stati nazionali d’Europa. È l’inizio del faticoso processo di unificazione continentale, proseguito sulla spinta dell’integrazione commerciale e del benessere economico, come sostenuto sin dall’inizio dal vero padre costituente europeo, quel pragmatico Jean Monnet che da subito sostenne: «Federate i loro portafogli, federerete anche i loro cuori». Sembrano sogni di un’altra epoca, dentro le austere, misere gelosie nazionaliste dell’Europa di oggi, buone solo a innalzare nuovi, criminali muri, alimentare paure e insicurezze, impoverire cittadinanze e popolazioni.

Jean Monnet è un tipo che avrei voluto conoscere: erede di una dinastia di produttori di vini, in particolare di cognac (nasce a Cognac nel 1888) pensa e pratica da sempre un’integrazione europea fatta di scambi orizzontali, commercio, viaggi, mercati, relazioni, incontri, pranzi, assaggi, distillati, togliendo sovranità e poteri al comando ottuso e belligerante degli Stati nazione. L’ho sempre pensato come un Guy Debord salubre, più istituzionale e altolocato, e certo anche meno visionario.

Cabaret e taverne d’Europa
«Ho girato a lungo molte delle grandi città d’Europa, apprezzandovi tutto ciò che meritava di esserlo. […] C’erano tutti i vini di Francia, splendidi tra tutti i Borgogna; c’erano i vini d’Italia, e soprattutto il Barolo delle Langhe, i Chianti di Toscana; c’erano i vini di Spagna, i Rioja della Vecchia Castiglia o il Jumila di Murcia». È il Debord del suo – a tratti ridondante – Panégyrique, ma potrebbe essere anche il frammento di un ipotetico diario di bordo di Jean Monnet, nei suoi peripatetici e ben frequentati anni Cinquanta del Novecento europeo.

Perché l’Europa, quella vera, aperta, plurale, inclusiva, solidale, pragmatica e allo stesso tempo immaginifica, si è da sempre fatta lontano dalle scartoffie polverose delle inamidate burocrazie statali e contro le sclerosi dei comandi militari, fuggendo dalle sadiche punizioni di Stati, banche ed eserciti. Attraversando posti insoliti e insolitamente frequentati, da frammenti di classi dirigenti e da moltitudini di intelligenze vaganti, dai piedi scalzi: taverne e cabaret, strade e viali, brasserie e bar, atelier e trattorie, gallerie e spazi sociali, teatri e biblioteche, botteghe artigiane e palestre popolari, campi sportivi e discoteche, club e locali notturni, aule scolastiche pomeridiane e città universitarie all’imbrunire. 

Per questo oggi, e forse ogni giorno, dovremmo festeggiare le promesse disattese di idee e prassi di Europa che solo a tratti è stata: spazio irriducibile di eretiche insubordinazioni, movimenti transfrontalieri di comunità di ravers, accoglienza meridiana dell’altrui libertà, virtuosa disaffezione alla divina maledizione del lavoro sotto padrone, condivise azioni operose di indipendenza individuale e solidarietà collettiva, comuni istituzioni cittadine, zone temporaneamente autonome dell’immanenza, visionarie pratiche di sorellanza, potenti imprese sociali.

Tornare a Zurigo, cento anni dopo: buon compleanno EuroDada!
Esattamente come cento anni fa, nel cuore dell’Europa moribonda della Prima guerra mondiale, a Zurigo, terra accogliente per disertori, rifugiati politici, rivoluzionari falliti, intellettuali perseguitati, studenti squattrinati, pacifiste, oziosi, artisti, banditi provenienti da mezza Europa e tutta un’umanità sospesa tra la disperazione e l’arte di arrangiarsi. Il tedesco Hugo Ball, i rumeni Tristan Tzara e Marcel Janco, l’alsaziano franco-tedesco Hans (Jean) Arp, le loro nottate al Cabaret Voltaire a sconquassare dio-patria-famiglia, nazione-lavoro-guerra, evocando Dada! Nulla sarà più come prima. E Lenin con loro, rifugiato anch’egli a Zurigo con la moglie Krupskaja, in attesa di partire col treno piombato, destinazione Pietroburgo e una rivoluzione a venire, passando per la Germania e la Svezia.

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Da quella Zurigo arriva ancora il suono, cangiante, distorto e rumoroso, di una moltitudine di irregolari in fuga dai massacri delle trincee, che provano in tutti i modi a rompere la morsa accecante dei nazionalismi, mettendo insieme poesia e immaginazione per fuggire dalle gabbie metaforiche e reali nelle quali rimane imprigionato «quell’incessante dinamismo della libertà, in cui essa vive negando continuamente se stessa», come dirà lo stesso Tristan Tzara. Buon compleanno EuroDada! contro l’attuale classe dirigente delle nazioni d’Europa, bevendo un buon Cognac in qualche fetida taverna: Eccola la nostra OperaViva…

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