Elogio dello svacco

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Tomaso Binga, Il linguaggio dei piedi, 1979, fotografia (6 elementi), cm 18x24 cad.

«L’innocente divertimento della campagna è divenuto a’ dì nostri una passione, una manìa, un disordine. Virgilio, il Sannazzaro, e tanti altri panegiristi della vita campestre hanno innamorato gli uomini dell’amena tranquillità del ritiro; ma l’ambizione ha penetrato nelle foreste: i villeggianti portano seco loro in campagna la pompa ed il tumulto delle Città, ed hanno avvelenato il piacere dei villici e dei pastori, i quali dalla superbia de’ loro padroni apprendono la loro miseria». Per anni vacanza volle dire viaggio.

Essa cioè prendeva forma unicamente sotto la specie del progetto e del piano. La macchina terribile poteva mettersi in moto, e la febbre, virulenta, poteva infiammare la fronte già a primavera, quando non prima. Cosa fare d’estate? Cosa farne e cosa farsene di questa distesa di tempo che, nell’infanzia, ci era parso come il più desiderabile dei premi, il più allettante dei deserti, il più contento dei sogni? Alla confusione delle ore, al liquefarsi dei ritmi, al comodo distendersi dei modi, si sostituì la certosina conta dei giorni e l’occupazione minuta, implacabile dei tempi con qualcosa da fare, qualcosa da vedere, qualcuno da incontrare.

Vacanza volle dire organizzare e organizzarsi, volle dire perciò e supremamente: non perdere tempo. Voli, hotel, trasporti e trasbordi, bagagli, valigie, documenti e memoria, attenzione, allerta. Vacanza fu spostarsi, strapazzarsi: deportare i corpi. Vacanza era insomma eroismo: ricerca, periplo, avventura. Vacanza fu soprattutto una religione del libro. Quel libro fu la guida. Il venerabile testo che dice e prescrive ciò che dovrà essere stato visto per poter essere raccontato. La lettura della guida fu quella sofisticatissima pratica rituale che – salmodiata da insospettabili sacerdoti in infradito – autorizzò la credenza che, in vacanza, ci si era pur stati o andati.

Poi qualcosa di inaudito accadde e la vacanza tornò presso di sé. Infanzia e vacanza poterono frequentarsi di nuovo e di nuovo riconoscersi. La vacanza fu vacanza. Intransitiva. Senza un andare e un venire. Un puro stare, un presente starci. Vacanza del piano e del progetto, vacanza, soprattutto, del tempo, che si lasciò finalmente, beatamente e nuovamente perdere. Vacanza, infine, dell’intelligenza e della volontà; vacanza dell’intenzione e dell’impegno. I corpi, dopo tanto girare, giacquero. La manìa era placata o estenuata nei sensi. Il disordine composto in voluttà e calma; e ordine e bellezza, ça va de soi.

L’avventura fu tolta, la scoperta avvenne. Vacanza fu svacco. E noi fummo pascolanti, ruminanti, stravaccati. Perché se il viaggio fu la malattia e la possessione, la vacanza sarà la medicina e il balsamo. Quando ricacceremo di nuovo l’ambizione fuori dalle foreste, quando potremo una volta ancora innamorare noi stessi delle amenità del ritiro solo allora la vacanza sarà davvero trascorsa in ciò verso cui essa segretamente, da sempre, tende: la svaccanza.

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