Distruggere l’opera d’arte

Che cos'è un'OperaViva?

Claire Fontaine Untitled (Paris 11 April 2006) 2006
Claire Fontaine Untitled (Paris 11 April 2006), 2006.

«L’arte che eleva i vostri spiriti, l’arte che dona un senso di ispirata follia, l’arte che nutre il vostro sentire superiore, l’arte che contiene messaggi avvolti nella bellezza, l’arte che esprime l’universalità del singolo, l’arte che afferma il più intimo impulso artistico. Non troverete questo tipo di arte nelle nostre esposizioni». 1

Con queste parole, l’artista Yvonne Rainer individua ciò che deve escludere in quanto retaggio dell’aura modernista intorno all’opera e riflesso delle strutture oppressive del potere, in relazione a due importanti mostre politiche degli anni Ottanta (che invece esibivano quell’arte che tendeva ad essere sottorappresentata o emarginata dal mondo ufficiale a causa della sua natura sessualizzata, politica, etnica e non commerciabile). Mai parole più appropriate potrebbero raccontare la condizione neofascista che domina il comando della scena artistica e culturale contemporanea.

Il sistema dell’arte attuale, con la sua più ampia configurazione sociale incentrata sulla dequalificazione dei saperi e la precarizzazione della forza-lavoro, attua continuamente la spettacolarizzazione del capitalismo in quanto esso stesso (il sistema dell’arte cioè) paradigma dell’accumulazione di ingenti assi patrimoniali e regimi finanziari corposi – come tracce non troppo taciute che manovrano spazi privati (mostre e fiere) attraverso collezionisti e gallerie, ma anche nomine ministeriali su biennali, direzioni museali e istituzioni pubbliche, oltre al monopolio dell’informazione di settore, ormai ridotta alla più ridicola (e innocua) vacuità critica.

Qui entra in gioco una generazione scomparsa dalle lotte (la mia, quella cresciuta negli anni della contro-rivoluzione), con un basso livello di aspettative e uno molto più alto di accettazione. Accettare tutto, anche il lavoro gratuito, o coattamente volontario, che riproduce una soggettività in crisi. Violente controspinte hanno (pesantemente) rallentato e ostacolato ogni tentativo di rottura con l’esistente.

«Noi invitiamo tutti a mettere in discussione l’intera cultura che diamo per scontata» 2: questi artisti – della scena attivista americana degli anni Ottanta – producevano arte e non sempre questo tipo di arte era riconosciuta come tale; poteva invece essere chiamata politica. Mostre che hanno provocato un «conflitto tra i bromuri esalati della democrazia occidentale e le loro subdole libertà sottilmente mascherate: morire di AIDS, vivere per strada in una scatola di cartone, non imparare a leggere, parlare senza essere ascoltati, fare arte che nessuno potrà mai vedere» 3. Cosa rimane di tutto questo?

Una produzione intellettuale, creativa e politica che adesso è invisibile, senza alcun vettore economico se non quello del suo sfruttamento strutturale, per la quale non c’è posto in un sistema in cui è subordinata (e non è il bisogno di riconoscimento della Lonzi in Vai pure). Solo riappropriandosi di uno spazio della critica – e a partire dal carattere emancipativo che il regime estetico può veicolare – si potrà dare quella forza linguistica, quella tensione intellettuale e di prospettiva per rivendicare tutti i rimossi (politici), decostruire la retorica degli apparati e le narrative che ci hanno assegnato, opporre nuove forme di rifiuto, con un uso offensivo e non solo di resistenza, del pensiero e della scrittura.

Ritornare ad aprire gli archivi, lasciando insorgere la memoria e i documenti visuali di enunciati collettivi ritenuti marginali, perché «consideriamo incompleta una storia che si è costituita sulle tracce non deperibili» (Rivolta Femminile). Cerchiamo allora di capire subito cosa buttare e cosa tenere di questa storia.

O come distruggere l’opera d’arte – se questa rappresenta l’attuale sistema di potere. Non è un momento facile per coltivare speranze e l’opera viva potrebbe diventare la nostra sola contro-possibilità…

Note   [ + ]

1.Yvonne Rainer, Preface: The Work of Art in the (Imagined) Age of Unalienated Exhibition, in Democracy. A project by Group Material, edited by Brian Wallis, Dia Art Foundation, Bay Press, 1990, p.xvii.
2.Group Material, in Jan Avgikos, Group Material Timeline: Activism as a Work of Art, in Nina Felshin, But Is It Art? The Spirit of Art as Activism, Bay Press, Seattle, 1995, p. 92.
3.Yvonne Rainer, ibid.

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