Dirty Rotten Imbeciles

Perché non amammo quell'estate

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Da «La scatola di Franca Madonia», Sensibile Comune - Le opere vive, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma, 14-22 gennaio 2017.

I don’t care. Non è che non ci importasse niente dell’estate di Nicolini, è che non ci importava proprio di nulla. Erano tutti affannati a correrci appresso: mamme, papà, professori d’italiano, presidi e carabinieri. Andavamo a mille all’ora e pogavamo come pazzi. Il punk si contrapponeva all’effimero dell’estate romana attraverso la sua certezza di essere precario, fugace, già morto. Altro che effimero, altro che Punk’s not dead! Il punk era tutto ciò che dei ragazzi disperati potevano sognare: la velocità, la rabbia, prendersi tutto e subito senza aspettare soli e lune che prima o poi si sarebbero levate. Chissà quando.

Quello che altrove accadeva nelle grandi capitali, Londra, Berlino, New York, Los Angeles, da noi succedeva in provincia. Roma l’abbiamo sempre percepita più morta delle sue macerie. Quella città era totalmente inadeguata alla nostra rabbia, quella rabbia che ci aveva portato a prendere in mano il mondo per poi prenderlo a calci. Autostop, biglietti falsi dei treni, auto prese a noleggio, tutto valeva per poter toglierci di dosso la città de «a fra, che te serve?», dei fasci di Acca Larentia, e delle occupazioni dei proletari che menavano alle mogli.

Sputavamo su tutto questo e anche su Nicolini e la sua estate, bella solo perché sfondare per entrare era più facile con i controlli agli ingressi così democratici! Estati che provavano a riformare l’irriformabile ma con i punks che, sempre pieni di rabbia, sentivano sfuggire il tempo dalle mani: guai a voi, urlavano i Cani di Pesaro, ora che avevano liberato le gabbie. Cazzi vostri, cazzi nostri!

Abbiamo continuato a sentire Roma sempre irrimediabilmente avariata, qualunque cosa si facesse e si pensasse: era morta, con la sua estate confusamente ben organizzata, esattamente come noi punk. Le iniziative di Nicolini provavano a elevare Roma a rango di città capitale di un effimero capace di mettere in relazione l’alto e il basso, il pop con il Filmstudio. Era un bel programma il programma di quelle estati: gli zombi finti a riempire Castel Porziano e quelli veri a far la fila a Massenzio. Insomma il PCI, passato da Guttuso a Ginsberg, tentava di farsi una nuova e moderna verginità. Mica male!

I don’t like jesus freak. C’eravamo messi tutti da una parte, al lato destro, con alle spalle l’unico ingresso. A presidiare l’entrata due bigliettai, le casse erano posizionate una ventina di metri dalla parte opposta. Il piazzale, grande quanto un’area di un campo di calcio, era fatto di sabbia e ghiaia. Con quell’afa già dopo mezz’ora eravamo tutti accaldati e impastati. Man mano che la folla aumentava, in attesa dell’apertura dei cancelli, anzi dell’unico ingresso, noi ci guardavamo intorno alla ricerca di complici d’occasione. Eravamo una quindicina, quasi tutti partiti dalle periferie a sud di Roma: Cinecittà, Alessandrino, Villa Gordiani. Io e altri tre venivamo dalla provincia ancora più a sud, altrettanto schifosa. La folla di frikkettoni aumentava sempre più, la rabbia antagonista dell’erba si diffondeva aumentando in proporzione la fraseologia rivoluzionaria. Noi cercavamo con lo sguardo gruppi che avrebbero potuto unirsi a noi per iniziare l’azione. Si doveva cercare il momento di maggior afflusso all’ingresso, i frikkettoni rivoluzionari, ordinatamente in fila con il biglietto in mano, sarebbero diventati gli inconsapevoli arieti della nostra entrée!

I gruppi dapprima separati, piano piano con il solo gioco di sguardi, iniziavano a cercarsi e a capire in quanti si poteva essere su quel piazzale. Il numero era sufficiente e i frikkettoni continuavano ad entrare nelle loro irregolari forme di obbedienza: tutti in fila con lo spinello in bocca! Del concerto non ci importava nulla, ci interessava solo divertirci creando panico e casino. Ci bastò un cenno, veloce, chiaro: in un secondo ci raggruppammo al centro del piazzale e, come una testuggine, andammo addosso alla fila di chi stava entrando.

One two tree four, gooo! Li spingemmo, ci spingemmo tutti dentro il teatro tenda, travolgendo tutti e tutto. In un attimo saltarono in aria canne, transenne e bigliettai. Fu rapido ed indolore. Almeno per noi. Ci sentivamo inutili, sporchi ed imbecilli. Da quel concerto uscimmo un quarto d’ora dopo l’inizio perché il prog proprio non si poteva sopportare. Dopotutto a settembre a Milano avevano abbrustolito Santana, non fino al punto da renderlo innocuo alle nostre orecchie. Purtroppo. Si capiva che stavamo seduti su un treno che andava a 1000 all’ora e noi non volevamo scendere.

Odiavamo quelle estati, odiavamo i sorrisi e i commenti soddisfatti e pacificati degli intellettuali seduti fianco a fianco alle famiglie che a Massenzio si portavano il timballo da mangiare prima delle proiezioni. Odiavamo proprio quel compiacimento di chi è convinto di aver ricomposto la frattura tra intellettuali e proletari, tra alto e basso, mentre i bassi continuano a vivere nelle condizione di merda create anche dagli alti. Odiavamo quei sorrisi e quelle analisi sociologiche su quanto accadeva al centro di Roma. Ci piaceva sputare, non solo metaforicamente, sulle teste di questi nobili e audaci maître à penser della sinistra istituzionale. Sarebbe stato impossibile organizzare l’inorganizzabile. Odiavamo Roma, odiavamo la retorica pasoliniana e ogni tentativo di riconciliazione tra centro e periferia.

Ecco: quello che non ci ha fatto stare dentro l’estate romana, quello che non ci è piaciuto, possiamo dire sia stato il suo movimento. Da una parte i kids che, con forza centrifuga, invadevano territori non solo geografici del nichilismo occidentale, dall’altra la forza centripeta di chi riconduce al centro, vicino ad un unico punto segnato dal buon padre, le folle plaudenti e gaudenti. Quindi non fu un caso che, mentre in tutta Europa fino a Los Angeles, il punk irrompeva per le strade e tra le abitudini di tante città, in quelle estati dell’effimero, non ci fu neanche un evento punk organizzato da Nicolini&co. Nessuno spazio per il no future. Giusto così.

Quando il PCI si mise ad organizzare, anni più tardi, all’inizio della fine, il concerto dei Clash alla festa dell’Unità con Joe Strammer con la maglietta delle BR a saltare sul palco, quella fu solo la pietra tombale su tutto e su tutti, altro che Fukujama! Imparammo ad odiare, così, anche Joe Strummer come Lama e Berlinguer! Le teste vuote, con le ossa rotte, i punk di quella stagione avrebbero frequentato l’estate di Nicolini solo per sfondare o per prendere per il culo i Signori che, la storia ci ha insegnato, continuarono le loro carriere all’ombra del PCI, DS, PD, Rifondazioni, cose…

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