Dinamiche moltitudinarie

Una mostra di Andreas Zampella

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Si sottovaluta la poeticità di questi tempi. Se ne sottovaluta la trama delicata, spaesata, che non si posa. È discreta la luccicanza nelle opere di Andreas Zampella, giovanissimo artista che popola con grazia la scia di quel rinascimento napoletano che attorno al Madre, alla Fondazione Morra, attorno alle visioni di Lia Rumma sta costituendosi come alfabeto diffuso. Vive in Costiera, ma si muove, con un immaginario carro di visioni e progetti, alcuni in apparenza slegati, nei luoghi più strani della sperimentazione artistica.

L’ultima volta che ha lasciato cadere il suo zaino è stato lo scorso novembre all’Università degli studi del Molise, dove, nel Museo Laboratorio di arte contemporanea, è arrivato con la mostra «Dinamiche», a cura di Lorenzo Canova e Piernicola Maria di Iorio: appunti sparsi di una produzione disparata e sottile, evocativa ma sostanziale, tele enorme di alberi che hanno lo stesso sapore delle madeleines di Proust. C’è una opera bellissima, un fossile del futuro, una pietra che ha impresso un segno che nasce solo quando lo si guarda: non è questo muoversi tra i flussi del tempo e dello spazio, questo raccordo saldato tra la coscienza dell’individuo e la potenza dell’anima moltitudinaria l’eterno che non ci abbandona? La mostra realizzata in Molise (che pare esista davvero) ci dice che sì, questo eterno circola, ne abbiamo le prove.

Non c’è prepotenza, però nell’affermazione. Qui si procede sempre con la grazia dell’indagine onesta, della domanda del bambino, che poi è la filosofia. Questo ti prende nelle ampie stanze dove uomo, natura, desiderio, scomparsa, assenza, richiamo, memoria, sperimentazione, vivono sotto forma di tele che respirano come gli ombelichi-pesce, gli ombelichi-uomo, gli ombelichi-ponti, gli ombelichi-uccelli che accompagnano Zampella negli ultimi periodi della sua produzione senza farsi mai icona, né timbro né identità. Perché tutto è mobile e tra l’«io» e l’«altro» non rileva alcun confine, solo una lunga, dolce e intensa conversazione. «Cosa può un corpo?» si domandava d’altronde Deleuze per spiegarci cosa è l’affectus costituente, quella tensione che Baruch Spinoza ci ha insegnato a riconoscere verso la philia, questo amore di libertà e per la libertà che fa dell’umano troppo umano, per paradosso, qualcosa di simile al divino.

Talmente la domanda Zampella l’ha presa sul serio da passare diversi mesi con l’ossessione di come imprigionare pezzi di carne in involucri di materia, un esperimento portato avanti fin quando si è dovuto arrendere all’empireo-evidenza: la materia spinge quel che la costringe, vuole uscire, non tollera l’imperativo del contenersi. Non è una metafora: pezzi di carne da supermercato obbligata in blocchi di resina. Uno di questi tentativi, dal nome «incastro», prevedeva che questo blocco penetrasse una lastra di cemento, col risultato che il disciplinamento non è stato sopportato: ha gocciolato, si è mossa la carne costretta, gocciola ancora ora dopo un anno dall’innesto. Monumento alla disobbedienza, ci dice che davvero non conta come vada a finire, conta ribellarsi.

A suo modo Zampella è un viaggiatore nella porzione di sensibile che gli appartiene. Solo nell’ultimo anno lo abbiamo visto abitare, in luglio, le celle frigorifere dell’Ex villaggio Eni, case che sono triangoli spinti all’infinito pensati negli anni Cinquanta per sperimentare il mondo senza gerarchie destinato da Enrico Mattei ai suoi dipendenti. «Esperimento sociale», si disse allora, in un’avanguardia che portò il futuro avanti di almeno venti anni con i suoi 17 edifici, colossale monumento al possibile firmato dal geniale architetto Edoardo Gellner, colonia estiva per bambini voluta come una bolla di vetro che avrebbe dovuto assomigliare alla libertà emancipata dal bisogno.

Qui Dolomiti Contemporanee ha inventato Progettoborca, residenze d’artista che finalmente non hanno niente a che fare con la cosmetica, ma vogliono essere tracce di scardinamento del reale: «rigenerare parti degenerate, abbandonate, dare nuove identità a parti necrotiche del territorio», è la chiave di lettura offerta da Gianluca D’ Inca Levis, curatore e ideatore del progetto. Nei fatti, come finalmente si può dire della creazione, ebbene nei fatti Zampella ha creato, dopo aver riesumato degli spazi, dopo averne fatto camera oscura, un «proiettore itinerante nello spazio», grazie al quale «l’uomo e la natura e le cose si facevano abitare totale», come ci spiega mostrandoci tronchi d’albero che indossavano occhi umani o busti che sovrastavano la roccia per farsi cima. È come se la visione fosse rubata all’immaginario, come se essa si incarnasse. Non è forse questa la resurrezione? Dei posti, dei cuori, dei villaggi abbandonati, dei corpi separati.

Tra i bassifondi dell’immensità dove l’abbiamo incontrato negli scorsi mesi ce ne è uno particolarmente caro, le saline di Margherita di Savoia, in Puglia (anche la Puglia esiste, seconda certezza). Costruita una zattera con le porte e le finestre di una fabbrica in dismissione ha viaggiato sulle acque per farsi sogno da svegli, per raccontarci di un surreale più reale del reale dove l’acqua è rosa e il sale prende il sole su una zattera, sottraendosi alla funzione. Sono tutte le nostre avventure segrete quelle che a noi sembra di scorgere in questa produzione che ci fa restare, felicemente e insieme, «pellaria».

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