Danilo Montaldi

Narrare la classe con l'arte della domenica

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Durante la presentazione dell’autobiografia di Toni Negri a Milano nel marzo scorso, Gad Lerner accennava al bisogno di raccontare anche altre vicende politiche e umane, come quelle di figure meno note quali Raniero Panzieri e Romano Alquati. Tra le storie che meriterebbero di essere narrate, c’è sicuramente quella o meglio quelle di Danilo Montaldi, con il quale Romano Alquati negli anni Cinquanta aveva fatto le prime esperienze di militanza e conricerca. Parlo di storie e non di storia, perché Danilo Montaldi è stato una figura complessa. Per lo più, è citato in riferimento alla «conricerca», aspetto cruciale per chi si interessa alle sue indagini e alle sue proposte politiche.

Tuttavia, occorre osservare che il suo è uno stile di «conricerca» molto peculiare. Il modello che ha elaborato è teoricamente influenzato dal rapporto privilegiato che Montaldi ha intrattenuto con la rivista francese «Socialisme ou Barbarie», e nulla ha a che vedere con i questionari, ai quali Montaldi è stato totalmente contrario (fino alla sua ultima Inchiesta sulla Nuova classe operaia condotta tra il 1973 e il 1975). Montaldi ha sempre lavorato con le autobiografie e questo non è un fatto secondario. Nel caso di Montaldi, la conricerca è strettamente legata all’oralità e alla dimensione autobiografica, e non è un caso che, parallelamente alla sociologia, sia nell’ambito della storia orale che il suo lavoro è studiato.

Eppure, della figura di Danilo Montaldi c’è un lato poco conosciuto e riguarda il suo rapporto con l’arte. Parleremo di questo aspetto, cercando di chiarire che queste diverse attività di Montaldi non devono essere viste come separate. Sarebbe infatti sbagliato, per esempio, scindere la sua attività militante sul territorio cremonese nel gruppo Unità Proletaria dalle grandi ricerche sociologiche nelle periferie milanesi. Entrambe fanno parte della vasta attività politico-culturale di Montaldi. Allo stesso modo, sarebbe fuorviante vedere nell’apertura della Galleria d’arte a Cremona, un vezzo o un progetto slegato dalle proprie attività politiche.

Il rapporto di Danilo Montaldi con l’arte si articola attraverso incontri e amicizie con artisti molto diversi tra di loro: il pittore cremonese Renzo Botti, personaggio pressoché sconosciuto al di fuori di Cremona, o un artista più noto, come Giuseppe Guerreschi, pittore milanese con il quale Montaldi a avuto uno scambio epistolare molto intenso tra il 1963 e il 1975, anno della morte di Montaldi. È nel 1965 che Danilo Montaldi, insieme ad Ambrogio Barili, fonda il Gruppo d’Arte Renzo Botti. Insieme aprono una Galleria nel centro di Cremona, la galleria Renzo Botti. L’esperienza della galleria continua fino all’improvvisa morte di Montaldi. La galleria da subito vuole essere un luogo di incontro e discussione. La sua programmazione in origine doveva essere principalmente dedicata alle mostre di opere grafiche. Ma gli interessi e le attività di Montaldi nell’ambito dell’arte sono estremamente variegati e questo si traduce in programma espositivo molto interessante e originale.

Si comincia col battezzare la galleria con il nome di un artista anarchico e in conflitto con la città stessa – per un periodo Botti era auto-esiliato in una baracca sul Po, perché non voleva più vivere a Cremona. Si continua, poi, con l’esporre le opere di un gruppo di giovani artisti milanesi, appartenenti alla corrente del realismo esistenziale, tra i quali, appunto, Giuseppe Guerreschi. Ma la galleria ha ospitato anche artisti internazionali, ad esempio un’esposizione di giovani artisti di Mosca nel 1967. Tra questi figura Ilja Kabakov, il quale, proprio in quell’anno, prende in affitto una mansarda nel centro di Mosca, che diventa il centro della scena artistica dissidente. Nel ’68 viene allestita una mostra con una serie di manifesti prodotti all’interno dei movimenti studenteschi parigini, italiani e tedeschi. E nel ’70 si organizza l’esposizione della collezione personale di Danilo Montaldi, delle stampe francesi ottocentesche di Épinal. Un capitolo a sé meriterebbe l’interesse che Montaldi aveva per il cinema.

L’idea del necessario emergere di un’espressione culturale autocosciente, ma sotterranea, alla classe, già formulata sul ciclostilato Protesta dei poeti operai, riappare nei testi critici che Montaldi scrive sull’opera dell’artista cremonese Renzo Botti nello stesso periodo.

 

I testi critici scaturiti dalla mano di Montaldi accompagnano queste voci e le collocano dentro un contesto storico e collettivo senza annullare una prospettiva soggettiva, dalla quale spesso emerge il lato ribelle di questi personaggi forti, che nella lettrice e nel lettore suscitano un immediato rispetto.

Ma, torniamo agli anni Cinquanta, a quando risalgono le prime attività documentate di Montaldi attinenti all’arte. Una piccola scoperta all’interno del fondo Montaldi nell’archivio di stato di Cremona è un documento del 1955. Si tratta di un ciclostilato intitolato Protesta dei poeti operai, una collezione di poesie, alcune tradotte dal russo alcune dal francese. Nel paragrafo introduttivo è spiegata la motivazione della pubblicazione: «La letteratura proletaria, si scava da anni una strada sotterranea. Essa è da tutti ignorata. Da tutti, compresi nella loro maggioranza, gli operai, benché sia l’unica a rappresentarli».

Per questo lavoro Montaldi era entrato in contatto con il francese Jean L’Anselme, attraverso il quale era arrivato al poeta-operaio André Heurtel, che in una delle tre lettere scritte a Montaldi, si autodefinisce «poeta della domenica». André Heurtel scrive a Montaldi in italiano, perché aveva preso lezioni serali di lingua «per un giorno magari visitare l’Italia». E a Parigi vive proprio a place d’Italie. Per Heurtel, la letteratura borghese è finita, è un «vuoto esercizio di stile». Neanche quella popolare, ad esempio la poesia di Prévert, avrebbe più molto da offrire, perché sarebbe una «letteratura da spettatore».  La poesia operaia, invece, è per Heurtel «un edificio dello spirito, edificio collettivo». Il progetto sulla poesia operaia non ha avuto seguito. L’idea del necessario emergere di un’espressione culturale autocosciente, ma sotterranea, alla classe, già formulata sul ciclostilato Protesta dei poeti operai, riappare nei testi critici che Montaldi scrive sull’opera dell’artista cremonese Renzo Botti nello stesso periodo.

Renzo Botti è stato uno degli amici della generazione precedente che sono stati determinanti per la formazione politica e umana di Danilo Montaldi, di alcuni di questi ritroviamo le storie di vita nei suoi libri, Autobiografie della leggera e Militanti politici di base. Botti era nato a Cremona nel 1885, personaggio considerato eccentrico e «marginale» che aveva fatto un breve passaggio all’accademia di Brera. Si definiva anarchico pacifista, ma era finito in guerra in Libia. Intorno al 1942 era stato attivo in un gruppo di antifascisti a Cremona. Viveva poveramente e piuttosto isolato, avendo un rapporto complicato con la sua città, ma esponeva abbastanza regolarmente insieme ad altri artisti locali. Montaldi era molto affezionato a questa figura, che rifiutava di adattarsi all’ambiente piccolo borghese cremonese, ma che possedeva una grande integrità umana e artistica.

Botti muore nel ’53, nel ’54 si allestisce una mostra delle sue opere in città, accompagnata da un catalogo in cui sono pubblicati testi che cercano di dipingerlo come una specie di simpatica curiosità locale, come «l’ultimo dei bohémien». In forte dissenso con questa mostra e con il catalogo esce un testo ciclostilato di Montaldi che cerca di riabilitare la memoria dell’artista in una luce diversa: Conoscere Renzo Botti. Un ciclostilato, come quelli che avrebbe utilizzato il gruppo Unità Proletaria (fondato nel ’57) per i comunicati politici, sul quale compaiono testi di Montaldi, Renato Rozzi, Mario Balestrieri e Luigi Pasotelli. Il contenuto del ciclostilato è stato interamente riprodotto sul catalogo di un’esposizione tenutasi a Cremona nel 1989, che mostrava 100 disegni raccolti e custoditi dallo stesso Danilo Montaldi e donati da Gabriele Montaldi-Seelhorst per l’occasione.

Ma perché Botti è importante per Montaldi? È Mario Balestrieri nell’introduzione al catalogo a spiegarlo: attraverso un parallelo tra la pubblicazione della prima autobiografia, Vita di Orlando P., sulla rivista «Nuovi Argomenti» nel 1955, che sarà poi integrata nelle Autobiografie della leggera, e il testo Il valore di Botti contenuto nel ciclostilato della primavera del ’56. Qui, tra i quattro testi critici, sono intercalati scritti e citazioni dello stesso Botti, elemento che segnerà fortemente lo stile e la metodologia di Montaldi. Montaldi ha infatti la grande capacità di restituire il «tono» della voce di persone che sono protagoniste autocoscienti della loro stessa storia.
I testi critici scaturiti dalla mano di Montaldi accompagnano queste voci e le collocano dentro un contesto storico e collettivo senza annullare una prospettiva soggettiva, dalla quale spesso emerge il lato ribelle di questi personaggi forti, che nella lettrice e nel lettore suscitano un immediato rispetto. Montaldi scrive:

«Se il mondo dialettale, nel quale si fonda l’opera vera di Botti, esprime generalmente, come è stato detto, una concezione pessimista in quanto tradizionale, chi come Renzo Botti ne sviluppa fino in fondo le risorse può riuscire a capovolgere i termini creando con ciò stesso un valore, poiché le “tradizioni” sulle quali si fonda l’opera ad esempio di Botti non sono conservatrici, ma segrete e sotterranee in rapporto alla cultura dell’attuale società, da ricercare di conseguenza nell’anima popolare. Lo studio delle sue strutture, riferite all’ambiente e tenendo presenti le nostre ineguaglianze di sviluppo, può avere un esito rivoluzionario».

Il lavoro di Danilo Montaldi su Botti comincia con un degli scritti dedicati all’artista. Solo più avanti, in occasione dell’apertura della Galleria Renzo Botti, saranno esposte le sue opere. Nello stesso periodo, Montaldi continuerà a lavorare sulla trascrizione degli appunti sparsi di Botti e nel 1975 uscirà un libretto dal titolo Manoscritto. In questo modo di dialogare con gli artisti, con le loro opere e i loro scritti, potremmo vedere una forma di conricerca. È ciò che sostiene Jacopo Galimberti, quando vede in Montaldi, che non si considerava affatto un critico d’arte nonostante abbia scritto molti testi sull’arte, una figura che ha avuto un influsso anche sul lavoro di critica di Carla Lonzi, contribuendo così a quella trasformazione avvenuta negli anni Sessanta nel rapporto tra critica o critico d’arte e artista1.

Nel ’56 Montaldi scrive un articolo sull’espressione popolare in Italia, chiestogli da Jean L’Anselme. Ai lettori francesi, Montaldi spiega perché in Italia la figura dell’operaio non sarebbe entrata a far parte della letteratura e del cinema, come invece è accaduto in Francia: non si sarebbe sviluppata una letteratura operaia prima per l’oppressione fascista; poi, dopo la Seconda guerra mondiale, gli organi del movimento operaio ufficiale si sarebbero orientati «maggiormente verso la conquista di una cultura nazionale-borghese che nella ricerca di una espressione di una manifestazione di classe sul terreno dell’arte». La mancanza di una vera e propria letteratura operaia e la presenza di una cultura più «corale» (e appunto più «sotterranea») avrebbe fatto sì che la scoperta di una «autentica» cultura operaia avvenisse attraverso la raccolta di autobiografie e inchieste sociologiche e non con la letteratura.

Il lavoro fatto alla galleria Renzo Botti va quindi inserito nella prospettiva della riconquista e dell’elaborazione critica di una cultura di classe, e si tratta di un lavoro complementare rispetto a quello delle inchieste. Ancora una volta, nella sua avventura di gallerista, Montaldi ha dimostrato l’incredibile capacità di sviluppare un progetto che è riuscito a mettere insieme esperienze tanto diverse tra loro, come il pittore locale e i giovani artisti nazionali e internazionali, seguendo una linea politico-culturale e costruendo un discorso coerente che, anche in una prospettiva attuale, può continuare a servire da esempio.

Note   [ + ]

1.Jacopo Galimberti, Danilo Montaldi: Activist, Collector, Gallery-owner and Art Critic, articolo in via di pubblicazione, scritto in occasione della conferenza: Untying ‘The Knot’: The State of Postwar Italian Art History Today, Centre for Italian Modern Art, New York 10-11 February.

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