Castelporziano a chi?

Su Simone Carella e lo sfinimento della poesia

Festival dei poeti, Castelporziano (1979)
Festival dei poeti, Castelporziano (1979)

La prima volta che ho sentito parlare di Castelporziano non sapevo cosa fosse: un megaevento, mi parve di capire, molto romano, spiaggia del litorale laziale, un sacco di poeti, tutto free, niente ingressi, biglietti, selezione di alcun tipo, né dei poeti né del pubblico partecipante. Ma cos’avevano fatto, poi, una volta sul palco, e chi erano, di preciso, e, soprattutto, chi li aveva convocati, questi poeti. Amelia Rosselli, Dario Bellezza, Valentino Zeichen, e poi Allen Ginsberg, Evtušenko, Gregory Corso, William Burroughs, Patti Smith addirittura (ma poi si scoprì che era una bufala, con vive rimostranze da parte del pubblico: «ero venuto a sentì Patti Smith, fanculo la poesia» urlava al microfono il ragazzo incaricato di annunciare la distribuzione, dalla parte opposta al palco, del minestrone «aggratis»).

Nel tempo, a chiarirmi la portata dell’evento, sono arrivati una serie di libri tra cui Il poeta postumo di Franco Cordelli (uscito nel 2009 per Le Lettere a distanza di trent’anni dalla prima edizione), Il romanzo di Castelporziano (tre giorni di pace, amore e poesia), riproposto su iniziativa di Simone Carella per Stampa Alternativa nel 2015, la nuova Proprietà perduta di Franco Cordelli (L’Orma, 2016). In realtà, per chiunque voglia, sono disponibili le cronache video pressoché integrali di quelle giornate su Youtube, grazie al documentario girato da Andrea Andermann. E poi c’era la memoria viva di Simone Carella, che della «Woodstock della poesia» era stato, insieme a Cordelli, ideatore e animatore, ma che non ne poteva più di sentirsi associare a quell’evento. La vera rivoluzione riparte da capo o procede per vie nuove, impreviste. Altrimenti è museo, come si diceva ai tempi della neoavanguardia. Per Carella le vie nuove erano iniziative come Poetitaly al sud (i «fottutissimi poeti» nelle zone più depresse d’Italia, da Scampia allo Zen) o «una nave di poeti che parta da Bari e arrivi in Albania» (come aveva entusiasticamente confidato alla poetessa italo-albanese Jonida Prifti, che ha poi visto realizzato da altri il sogno di Simone alla recente biennale di Tirana).

Ma perché, mi sono chiesta spesso anche prima della sua scomparsa, quasi un anno fa, Simone Carella non voleva più sentir parlare di Castelporziano? Una delle ragioni credo stia nell’assoluta unicità e irripetibilità dell’evento (come del personaggio Carella, del resto): kermesse, festivalone, delirio, ressa, occupazione del suolo pubblico, mescolanza, minestrone (simbolico e non, con un Carella interdetto che invita le folle a ricomporsi perché «stiamo qua a sentire i poeti no a magnà er minestrone»), crollo del palco finale. Nessuno ricorda più cos’abbiano letto i poeti a Castelporziano, ma tutti sanno ormai cosa sia stato e cos’abbia rappresentato anche nell’oltre Lazio. Per me che ho conosciuto prima Carella e poi Castelporziano, il secondo è un corollario dell’idea fissa di Simone di «toccare i poeti», vederli sul palco, lasciarli interagire il più possibile tra di loro e col pubblico. Il pubblico deve essere coinvolto ad ogni costo, anche dissentire o fischiare, ma esserci. Non esiste una poesia senza il palco perché non esiste un poeta senza ascolto e non esiste ascolto senza la voce, il corpo del poeta.

Da «La scatola di Franca Madonia», Sensibile Comune – Le opere vive, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma, 14-22 gennaio 2017.

Di fronte alle derive del presenzialismo senza inventiva e senza linguaggio, ai festival che si clonano nell’eterna replicazione del narcisismo di massa, Simone respingeva, più che Castelporziano, l’idea di matrice, di archetipo, di modello a cui guardare. Castelporziano è il momento in cui il palco crolla perché i poeti, essi stessi pubblico l’uno per l’altro, sono per lo più morti e comunque i vivi sono troppi per ascoltarli tutti e sotto il palco non può esserci la ressa, perché la poesia non è un cazzotto in faccia come ai tempi del Beat 72. Sotto le infiorettature buoniste dei parchi di cui, fortuna sua, Carella non ha forse mai nemmeno sentito parlare, non si agita la foga, la frenesia, l’urgenza del rito collettivo. Piuttosto del trito, e questa evidenza non porta più a Castelporziano, ma al discount poetico contemporaneo: abbondi pure, mi metta questo con un po’ di quell’altro. Toccare il poeta, vederlo, parlargli, ascoltarlo allo sfinimento: ecco cos’era Castelporziano. Ma se il palco crollava per la ressa, nel 1979, non si poteva ancora «scrollare», non si saltabeccava da un link all’altro, da un vuoto al suo contrario, l’eccesso di tutto in ogni luogo e per chiunque.

Castelporziano riempie oggi nell’immaginario collettivo lo spazio infinito tra la tragedia greca e Vasco Rossi, mentre alla poesia non resta che nascondersi nel sottobosco delle plaquette sommerse e travestirsi da evento solo per le milionarie uscite poetiche degli youtuber.

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