Carl Schmitt alla corrida

L'intervista

Claire Fontaine, They hate us for our freedom 2008. Courtesy of the artist (5) (1000x750)
Claire Fontaine, They hate us for our freedom, 2008.

La trascrizione integrale, commentata e corredata da una bibliografia, dell’intervista radiofonica condotta per la SWR da Klaus Figge e Dieter Groh (Carl Schmitt, Imperium. Conversazioni con Klaus Figge e Dieter Groh 1971
Quodlibet, 2015) e andata in onda il 6 febbraio 1972, mostra (secondo le intenzioni dello stesso Schmitt, un mago nel far dire agli intervistatori quanto lui pensa e sogna) la figura –per dirla con l’Introduzione– di un «situazionista fra gli studiosi di diritto pubblico». L’intervista – come al solito ammiccante a sinistra, nei suoi riferimenti a Mao e ai movimenti studenteschi tedeschi– non aggiunge molto agli scritti capitali del grandissimo studioso, ma getta una luce trasversale su di essi, teorizzando in modi singolari l’occasionalismo che li aveva contraddistinti, oltre ad fornire particolari biografici interessanti, soprattutto sulla giovinezza e l’ambiente cattolico parrocchiale dei suoi primi anni.

Diciamo innanzi tutto che, fra i grandi vecchi del pensiero conservatore tedesco, Schmitt, nella sua reticenza e codardia (rispetto al coraggio personale di E. Jünger e al suo sperimentalismo vitale), mantiene sempre un rapporto con la realtà, che trucca ma non sublima, come invece fa Heidegger con metafisica meschinità. Va anche chiarito (sebbene ciò l’avrebbe molto indispettito) che in realtà la sua influenza e responsabilità politica sono piuttosto limitate e concentrate più nella fase terminale di Weimar che negli anni iniziali del Terzo Reich, poiché Hitler ben presto non ebbe bisogno di consiglieri costituzionali, carpendo senza tante storie «il premio politico al possesso legale del potere» (secondo appunto la celebre definizione schmittiana) mediante l’Ermächtigungsgesetz del 24 marzo 1933 che rendeva superflui ulteriori magheggi giuridici.

Rilevante era stato viceversa il contributo di Schmitt a partire dalla seconda metà degli anni Venti ai falliti tentativi di trasformare in senso autoritario la costituzione di Weimar, facendone valere gli elementi carismatici e di legittimità rispetto alla lettera «legale», in ultimo il suo ruolo di supporto giuridico alle inconcludenti manovre di von Schleicher, spazzate via nel gennaio 1933 – per non parlare della sua consulenza nella difesa davanti alla Corte Suprema di Lipsia del colpo di stato di von Papen in Prussia nel luglio 1932. Molto meno rilevante e più breve fu la sua partecipazione al neonato potere nazista quale protégé di Goering ed estensore di alcuni regolamenti per la centralizzazione dell’assetto federale. All’apogeo di quel periodo fu emarginato dai giuristi SS rivali e appese nella sua sontuosa villa di Dahlem il ritratto di Disraeli al posto di quello di Hitler.

Ambigua e acuta è la difesa che Schmitt fa del proprio opportunismo quale rovescio del decisionismo sempre attribuitogli dalla vulgata (in realtà limitato a una fase molto breve). «Non riesco proprio a capire come abbia potuto acquistare fama di essere un decisionista… Per sviluppare una teoria del decisionismo si deve essere, come nel mio caso, alieni da qualsivoglia piacere nel prendere decisioni», mentre il tipico decisionista è chi non ne fa una teoria. Ovvero Hitler, «è lui che ha deciso, mentre io non ho mai deciso di collaborare». L’oscena deresponsabilizzazione (comparabile ai cenni malevoli su Spinoza, Strauss, Popitz e Breitscheid o al suo diniego di aver sollecitato la cacciata di Kelsen dall’Università) si accompagna a una notazione psicologica assai profonda, che non attenua le responsabilità ma ne chiarisce la forma.

Schmitt, infatti, elegge a proprio modello la figura romanzesca del picaro, che se ne va in giro facendo questo e quello e, quando non sa come continuare, afferma: «allora decisi di diventare un attore» oppure «di trasferirmi nelle colonie». Una versione bassa del decisionismo indeciso che, per un verso, rimanda alla tipologia dei personaggi altolocati di Calderón nel Trauerspiel benjaminiano, per l’altro esibisce l’insistito spagnolismo dello studioso di Donoso Cortés. In tale cornice, il decisionista effettivo, Hitler, gli appare come il toro nella corrida, il portatore della forza vitale e omicida che sa sempre esattamente dove si trova e cosa fare. Schmitt ne è sedotto perché è immerso nel mondo «non essendo un eremita come Hugo Ball» (il suo amico degli anni Venti, lui sì dadaista) e subendo l’appello della forza, anche se in prima battuta scambia il nuovo Cancelliere per un compassionevole buddhista. Malignamente postilla che proprio il positivismo di Kelsen dovrebbe riconoscere lo stabile primato del fatto sui princìpi morali e che lui, Schmitt, ebbe solo un fuggevole abbaglio a tale proposito, omettendo la sua giustificazione dottrinaria (peraltro ornamentale, innecessaria in pratica) del Führerprinzip nella formazione della legge e delle decisioni giudiziarie (1934).

La sconfitta del nazismo consentì al piccolo complice occasionale di pensare i due capolavori, Il nomos della terra e la Teoria del partigiano. La miseria, nelle varie interviste e memorie, di alcune giustificazioni (non di tutte, basti pensare all’acuta genealogia del «nemico assoluto» dopo l’esperienza del processo di Norimberga) non incrina l’interesse per il personaggio, caso mai induce alla prudenza nei confronti dei troppi schmittiani di sinistra italiani, a volte tentati di trasferire la San Casciano di Plettenberg (una vera sfacciataggine del più anti-machiavelliano pensatore politico) a Rignano sull’Arno, salvo poi disingannarsi per palese incongruenza.

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