Cari compagni

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Carmelo Romeo, Manifesto del Partito Comunista - per Germinale alla Mana Art Market (1972).

Riprendiamo da EuroNomade la lettera invita da Mario Tronti in occasione della giornata di studio su Operai e capitale organizzata all’Università Paris X Nanterre l’11 giugno 2016.

Cari compagni, grazie per questa memoria di un ormai antico evento. Cinquanta anni, mezzo secolo, questa è la distanza da allora. È tanto tempo. Actualités, dite voi, di Operai e capitale. Al plurale. Ce n’è dunque, ce ne potrebbero essere, più d’una? Diverse, comunque, accanto ad altrettante inattualità? D’altronde, tra l’attuale e l’inattuale c’è, dopo Nietzsche, molta ambiguità. Che cosa è meglio essere? Allora, nei trenta anni, mi sentivo e volevo essere più attuale di quanto non mi senta e abbia voglia di essere inattuale oggi in mezzo agli ottanta.

Fu una bella intensa esperienza quella dell’operaismo. Un romanzo di formazione per giovani menti antagoniste, che ha depositato un sapere di presenza e di lotta, tramandato fino ad oggi a successive generazioni, con una forse unica creativa continuità 

Fu una bella intensa esperienza quella dell’operaismo. Un romanzo di formazione per giovani menti antagoniste, che ha depositato un sapere di presenza e di lotta, tramandato fino ad oggi a successive generazioni, con una forse unica creativa continuità. Segno che il seme era buono e il terreno su cui cadeva, e dove ancora oggi, dopo tante immani trasformazioni, riesce malgrado tutto a germogliare, è ancora quello. Ho un vivo bel ricordo di quella età eroica, di quella pratica di conflitto, di quel modo di pensare, di quella scelta dell’azione, di quella forma di scrittura non più ritrovata, perché del tutto dettata dall’immediata esigenza del fare, e di un fare in contrasto diretto col mondo,, senza mediazioni e concessioni. Soprattutto ho grande nostalgia di quelle persone, uomini e donne, calate in un agire e in un sentire collettivo, dove l’autenticità dell’essere, e dell’essere lì, per quello, senza residui per se stessi, determinava un plusvalore umano che, confesso, nei lunghi anni e decenni seguenti non mi è più capitato sconsolatamente di riconoscere intorno a me.

Gli anni Sessanta e Settanta sono i nostri “vent’anni gloriosi”. Lì le rivoluzioni del XX secolo si esaurirono. Si aprì una età della restaurazione, che dura tuttora. E venne il deserto. Delle due “terre desolate” che mi è stato dato di frequentare, quella dell’accademia universitaria e quella della politica politicante, c’era spazio solo per una cella da monaco eremita. Cominciò, nel pensare e nell’agire, un percorso accidentato: avanzamenti, svolte, soste, ritorni indietro. Bisognava prima di tutto tenere la direzione del cammino, farsi una bussola di parte, nell’assenza di cardinali punti di riferimento: in pratica un realismo politico antagonista. La misteriosa curva della retta di Lenin mi sembrò quella che faceva al mio caso. Il percorso lineare era interrotto. L’intero progresso dell’umanità verso il meglio era andato a sbattere contro un muro, non facile a crollare come i muri ideologici. Non c’era altra strada che prendere la curva, attenti a non sbandare. Ci collochiamo ancora al punto di massima espansione di questa linea curva. Al di là delle scaramucce presenti ai confini dell’impero, o degli imperi, siamo dentro una nuova pace dei cento anni. Ci si lamenta del degrado dei ceti politici, della corruzione delle istituzioni, del silenzio delle classi nella scomparsa della lotta di classe, della deriva antropologica nel disagio di civiltà. Non si vivono settanta anni di pace senza che tutto questo fatalmente avvenga. Sto dicendo che non si tratta di abbassare il livello di contrapposizione a una realtà nemica, ma di cercare con la stessa passione di un tempo le forme più adatte del pensiero e dell’azione, appunto, attuali. La filosofia della prassi è caduta e si è spezzata in due. E in due modi diversi vanno gestiti i piani della critica e dell’intervento. La formula sintetica riassuntiva del “pensare estremo e dell’agire accorto” mi ha guidato e mi guida nella navigazione quotidiana attraverso la grande bonaccia degli oceani contemporanei.

Oggi, per quanto mi riguarda, è questo percorso che va definito, e soprattutto compreso. È l’intero tempo che è seguito allo scontro diretto tra operai e capitale che va messo sotto critica 

Oggi, per quanto mi riguarda, è questo percorso che va definito, e soprattutto compreso. È l’intero tempo che è seguito allo scontro diretto tra operai e capitale che va messo sotto critica. Che cosa resta del primo operaismo, di cui Operai e capitale è solo un’espressione. Alcune cose le dite nell’impostazione dell’incontro di Nanterre: resta il punto di vista parziale da cui guardare il tutto, resta la concezione conflittuale del rapporto sociale, resta la soggettività delle lotte che impone all’avversario il terreno dell’iniziativa. Ma resta per me soprattutto la lettura politica della lotta di classe, l’antieconomicismo, l’antisociologismo, l’antideologismo. È quanto mi porta oggi a sostenere questa idea da pensiero estremo: che per abbattere la minaccia della centralità operaia il capitalismo ha dovuto abbattere la centralità dell’industria, con la conseguenza di questa nuova forma di ordine capitalistico basato sul disordine finanziario, dove non è più la crisi periodica che interrompe lo sviluppo permanente ma, al contrario, lo sviluppo periodico che interrompe la crisi permanente. Quando dico questo, vedo gli occhi sgranati degli economisti, neoliberisti, postkeynesiani o pseudomarxisti, che siano. È vera questa tesi? Non è vera? Non mi interessa. Non cerco la verità storica, oggettiva, buona per tutti gli intellettuali disorganici. Cerco un’idea-forza, politica, che mi serva per costruire un fronte di conflitto che vada alla radice delle divisioni sociali attuali. Questo è pensiero operaista, vivo. Messa così, se ne poteva ricavare un contenuto per quella bella formula, che altrimenti rischia di essere ideologicamente vuota, dell’1% e del 99%. Messa così, una sinistra, che si fosse dichiarata erede della grande storia del movimento operaio, poteva avere una ragione di esistenza e un’opportunità di riconoscimento presso tutti gli esclusi dalla ricchezza e dal potere. Il nocciolo “irrazionale” dell’operaismo non era un punto di vista minoritario. All’opposto, era potenzialmente forma e materia per una “nuova ragione del mondo” antagonistica rispetto a quella dominante, pronta a devastare il XXI secolo.

Non si può dire comune senza dire comunismo. Continuo ad essere convinto che i comunisti sono gli unici che hanno veramente messo paura ai capitalisti
 

Carissimi amici, queste ultime espressioni sono facilmente riconoscibili. Apprezzo molto e nello stesso tempo poco mi convince come Dardot-Laval tornano a parlare del concetto di rivoluzione. Non se ne può parlare tra Arendt e Castoriadis. Non se ne può ragionare tra rivoluzione 1776 e rivoluzione 1789, assente la rivoluzione 1917, di cui celebreremo il prossimo anno il centenario. Non si può dire comune senza dire comunismo. Continuo ad essere convinto che i comunisti sono gli unici che hanno veramente messo paura ai capitalisti. Non sono stati i socialdemocratici, i liberalsocialisti, gli anarchici, i sessantottini i terroristi, non siamo stati noi operasti. Queste cose gli hanno fatto il solletico. Solo il tentativo, tragico, della costruzione comunista del socialismo, gli ha dato un pugno nello stomaco, che li ha messi per decenni sulla difesa preoccupata del loro ordine, tra grande crisi e grande guerra. È da quando è caduto quel tentativo che non hanno avuto più problemi, se non quelli stessi che si creano da soli, tra loro. Mi fa piacere che Toni rilegga la sua vicenda, che seguo sempre con passione militante, come la storia di un comunista. È una presa di possesso impegnativa. Va assunta in tutta la sua ricchezza storica. Mi capita in questo tempo povero che stiamo vivendo di richiamare spesso, soprattutto per chi verrà, la necessità, di una coltivazione gelosa della memoria. Mi pare di vedere più chance rivoluzionaria in un nostro passato, che nessuno ci può togliere, rispetto a un futuro, che ci è già stato tolto, tutto ormai nelle mani di chi comanda. Stiamo dentro questa terribile stretta: mai come oggi un altro mondo è necessario e mai come oggi un altro mondo non è possibile. Diciamo: non lo è per il momento. Quanto sarà lungo questo momento, non sappiamo. Qui torna il concetto, teorico-storico, di rivoluzione. Mi sono fatto un’idea, che vorrei avere il tempo di elaborare. La rivoluzione non è l’atto con cui si prende il potere, ma il processo con cui si gestisce il potere. Riformisti prima, rivoluzionari solo dopo. Vi lascio con questo lampo senza tuono.

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