Arte. Classe. Guerra

Perché occuparsi di classe e divisione del lavoro nel mondo dell’arte in Italia

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Robert Pettena & Valeria Rugi, Cultural Embrace (2016).

Nell’affrontare la questione della classe in relazione al mondo dell’arte contemporanea due domande vengono in primo piano:

  • Fino a che punto le figure professionali all’interno del mondo dell’arte sono interessate a problematiche relative alla classe sociale di provenienza, alla diseguaglianza, al consumismo, al sessismo e al razzismo?
  • Come risponde l’apparato concettuale dell’arte contemporanea al progressivo e diffuso deterioramento delle condizioni sociali ed economiche?

Un’arte sociale e politica non può avere la capacità di un intervento concreto se non mette in discussione le divisioni sociali all’interno del mondo dell’arte 

La prima domanda ha a che fare la composizione sociale del mondo dell’arte e con le pratiche di esclusione che istituzionalmente e culturalmente lì sono radicate. La seconda, invece, sembra chiedersi in che misura le risorse nel mondo dell’arte possano essere usate per contribuire a disegnare un nuovo ordine simbolico in grado di portare alla creazione di quella che Karl Marx aveva definito «classe universale» – una classe che, agendo nel proprio interesse particolare, avrebbe agito nell’interesse dell’intera società. Quali sono le condizioni e le produzioni simboliche necessarie a costituire tale classe? Come possiamo unificare una forza lavoro frammentata e dare senso alle diverse forme di disagio legate alle divisioni di classe, di genere, di razza? E soprattutto, prima che il mondo dell’arte possa impiegare il proprio capitale di risorse umane e materiali per sfidare l’ineguaglianza sociale globale, è necessario tornare alla questione da cui siamo partiti: un’arte sociale e politica non può avere la capacità di un intervento concreto se non mette in discussione le divisioni sociali all’interno del mondo dell’arte.

Per superare questo scoglio è necessario anzitutto affrontare la resistenza che si incontra quando tale questione viene posta, sia in generale che nel contesto specifico del mondo artistico.

Quando ho deciso di occuparmi della questione di classe nel mondo dell’arte sapevo che davanti a me si sarebbero chiuse molte porte, e che molte persone avrebbero preso le distanze da una nuova direzione della mia ricerca, considerandola sbagliata. Ma più preoccupante ancora, anche a fronte di un evidente sforzo personale, è il fatto che la discussione sull’effettiva questione della classe sociale sia rimasta lontana dal mondo artistico, nonostante io abbia fatto quanto possibile per portarlo alla luce. A un anno di distanza dalla mia organizzazione di un forum su arte e classe, tenutosi presso la Open School East e il Royal College di Londra nel dicembre 2015, sono ancora più convinto della necessità di porre il problema della divisione sociale del lavoro all’interno delle arti, così come della necessità di una discussione creativa che possa applicarsi alla questione di classe nella società nel suo insieme. Ciò che segue illustra alcune delle difficoltà che ho incontrato nel parlare di «classe» nell’ultimo anno. Molte di tali difficoltà si riferiscono a passate esperienze nel mondo dell’arte, in quello accademico e nella mia vita in generale.

Sarebbe  importante non sentirsi inibiti dal parlare di un problema di classe per il fatto che lo si ritiene un argomento che rischia di generare imbarazzo o risentimento 

In verità la classe non è una realtà quantificabile scientificamente, il che in sé può essere causa di frustrazione quando si tenta di far presente ai componenti della classe media o delle classi più ricche l’importanza di parlare di questo argomento e di ridisegnare la composizione di sociale nel mondo artistico. Nell’ultimo anno molti addetti del mondo dell’arte provenienti dalla cosiddetta classe media o da classi più agiate alla mia questione hanno risposto che la classe sociale non è più granché rilevante e che tale questione, quando viene posta, sembra causare eccessivo risentimento. Il che non dovrebbe comunque costituire un freno e vorrei incoraggiare i professionisti del mondo dell’arte provenienti da classi lavoratrici a esprimere ciò che sentono nei confronti della disuguaglianza sociale e a fare di tale questione l’oggetto di un confronto con i loro colleghi. Proprio perché tale espressione, seppur non misurabile, può essere resa tangibile. Invero tale espressione, di passione, emozione, rabbia e paura, costituisce il motore per i più grandi sommovimenti storici, sia in favore delle riforme sociali che contro di esse. Basta vedere le contorsioni facciali e l’espressività delle smorfie dei candidati alle elezioni presidenziali statunitensi per capire a quale livello l’emozione sia una questione cruciale per la politica di classe, ad entrambi gli estremi della scala sociale. Sarebbe dunque importante non sentirsi inibiti dal parlare di un problema di classe per il fatto che lo si ritiene un argomento che rischia di generare imbarazzo o risentimento.

Il secondo problema è che in genere soltanto i componenti della classe lavoratrice pensano che sia necessario parlare di classe. Laddove, chi proviene dalla classe media e da fasce sociali superiori considera il soggetto poco più che un argomento noioso, un accidente biografico o storico sul quale nessuno può fare niente. E, comunque, non ora. Tale problema è stato, sebbene involontariamente, esacerbato dal Movimento del 99%, come ho provato a discutere nel libro Towards a Conceptual Militancy:

«Lo slogan “noi siamo il 99%” reso famoso dal movimento Occupy Wall Street, che sottolinea il dato di un’accumulazione di ricchezza nelle mani di un’elite (l’1%), ignora le grandi differenze di benessere dentro quel 99% delle persone “più povere”. Questa cecità nei confronti della posizione privilegiata di alcune delle persone che formano quel 99%, se paragonata alle persone veramente povere su scala mondiale, nonché rispetto alle possibili modulazioni intermedie, ribadisce il tentativo di creare distanza e distribuire biasimo. È un classico caso di ressentiment nietzschiano – quel sentimento per il quale le persone afflitte “ri-sentono” il loro stesso dolore, cosa che va a discapito della loro capacità di agire per cambiare la propria condizione. Come spiega Nietzsche nella Genealogia della morale, la caratterizzazione dell’oppressore come “cattivo” non comporta automaticamente che l’oppresso sia “buono”. Eppure, come dimostrato dai movimenti pacifisti e dalle proteste contro la finanza e i mercati finanziari, la logica del risentimento sta via via assumendo una nuova configurazione, proporzionata, ad esempio, alla crescita della distanza tra i ricchi e i poveri e all’aumento delle stratificazioni di classe nella società occidentale contemporanea, che evidentemente sono molto più varie e complesse che al tempo di Nietzsche. Ci troviamo oggi a essere testimoni di un risentimento della classe media nella sua posizione tanto di complicità con il potere che di presa di distanza da esso». 

È problematico il fatto che il «movimento del 99%» abbia consentito a tutti, fatta eccezione per i super-ricchi, di sentirsi esentati dalla riprovazione per le grandi disuguaglianze di ricchezza esistenti. Questo discorso, che si è diffuso come un ritornello in tutta la società occidentale nei primi tempi della crisi economica, ha contribuito a determinare l’attuale livello di ignoranza relativamente alla divisione in classi nel suo complesso. E quando parlo di «ignoranza» intendo l’esplicita volontà di ignorare il dato concreto della diseguaglianza di classe e la mancanza di distribuzione di posizioni in funzione del «merito» che attraversa tutta la società.

È chiaro che si tratta di una questione che tocca la maggior parte degli ambiti della vita lavorativa, che si tratti della ricerca scientifica, del mondo accademico, dello sport, della moda, dell’industria. Eppure nel campo dell’arte le statistiche sono particolarmente allarmanti. Una ricerca condotta in Gran Bretagna nel 2015 dalla Goldsmiths University e dalla Arts Association Create ha riscontrato che l’80% delle persone che lavorano nel mondo dell’arte in Gran Bretagna provengono dalla classe media o da classi più agiate. Rilevazioni statistiche di questo tipo in Italia non sono mai state fatte, benché il fatto di vivere a Roma da otto anni mi abbia convinto che nel mondo dell’arte sussista uno squilibrio sociale e che tale squilibrio determini un approccio alla cultura dominato dall’autoreferenzialità e incapace di produrre un linguaggio simbolico adeguato ai gravi pericoli politici del mondo globalizzato del XXI secolo. Basta guardare alla composizione sociale delle persone impiegate all’interno delle principali istituzioni artistiche, nel retroterra di classe degli artisti italiani che fanno fortuna qui e all’estero e nella provenienza sociale del pubblico dell’arte in Italia.

Sono le attuali divisioni sociali a minacciare la pace e i principi fondamentali dei diritti umani e la relativa libertà di circolazione nel mondo 

La difficoltà a superare questo problema sta precisamente nel fatto che così tanti addetti nel mondo dell’arte in Italia godono di un retroterra economico privilegiato. E come tali tendono ad avere un atteggiamento difensivo, a partire dal fatto che la questione della classe sociale finiribbe col porre il problema del «merito» e generare dunque il sospetto che le persone impiegate nelle arti in Italia non meritino il posto che occupano. In certi casi, questo è evidentemente vero. Ma questa non può essere una ragione per impedirsi dal tentare una fondamentale revisione delle pratiche che regolano il funzionamento del mondo dell’arte in Italia. Per quanto la questione sia delicata, io credo che questa resistenza vada superata proprio attraverso un’apertura che porti a impiegare persone che provengono da classi sociali disagiate, ad esempio emigranti di prima e seconda generazione; un’apertura che in altri tempi era giustamente vista come fondamentale per lo sviluppo della società e degli individui che ne fanno parte. È cruciale, per raggiungere questo obiettivo, comprendere che sono stati gli interessi di una certa classe sociale a causare la devastazione vissute dall’Europa e dall’Asia nel XX secolo e che, ancora una volta, sono le attuali divisioni sociali a minacciare la pace e i principi fondamentali dei diritti umani e la relativa libertà di circolazione nel mondo.

Questo è evidenziato dai risultati del referendum sulla Brexit in Gran Bretagna e delle elezioni presidenziali americane, dove un misto di antagonismi di razza e di classe hanno fatto slittare il dibattito economico verso un discorso di estrema destra; o, allo stesso modo, dalla Russia di Putin, dove una povertà diffusa impone una politica estera aggressiva in grado di distrarre dalla propria condizione una popolazione disperata. E potrebbe trattarsi solo di segnali di quanto potrebbe davvero accadere con un simile prevedibile slittamento verso destra nelle elezioni dei prossimi anni, non ultime quelle francesi dove si tentano di sfruttare a proprio vantaggio le divisioni razziali e di classe.

È il futuro delle immagini che darà forma alla società: questa è la posta in gioco quando parliamo di una questione di classe nel mondo dell’arte 

Che i politici cerchino di utilizzare a loro vantaggio le paure della gente attraverso la manipolazione prodotta dall’immagine mediatica non è cosa nuova. Ma se si vuole evitare un catastrofico scivolamento globale di orientamento post-fascista verso un illiberale restringimento delle istanze democratiche, occorre sviluppare la capacità di produrre, manipolare e disseminare immagini. È il futuro delle immagini che darà forma alla società: questa è la posta in gioco quando parliamo di una questione di classe nel mondo dell’arte, poiché è il mondo dell’arte che dovrà fornire alla prossima generazione gli strumenti per produrre e leggere le immagini.

Questo può accadere proprio attraverso una politica di apertura, di accesso al lavoro e al riconoscimento a partire dal mondo dell’arte. Cosa che aumenterebbe il bacino delle capacità creative, con l’inclusione di addetti e artisti provenienti da uno strato sociale più ampio, e consentirebbe alle persone più povere di avere voce e di proiettare la propria immagine sulla società.

Chi oggi in Italia ha il potere di decidere dell’impiego di figure professionali nel mondo dell’arte e della promozione dei giovani artisti ha nelle proprie mani una grande responsabilità e la possibilità di mettere fine a un sistema basato sui privilegi, accogliendo lavoratori capaci e di talento, a prescindere dalla loro provenienza sociale.

Sabato 26 novembre alle 20.00 la Fondazione Pastificio Cerere presenta: Arte. Classe. Guerra, un evento curato da Mike Watson.
L’evento vedrà la partecipazione di VJ’s, performer e DJ’s che presenteranno materiale audio-visivo e lavori performativi che pongono la questione della classe sociale e della guerra nel contesto dell’arte.
L’evento è organizzato in collaborazione con The Rome Process, una nuova piattaforma creata da Mike Watson, che cerca di esplorare, attraverso un programma di eventi, performance e mostre, la possibilità di sviluppare una formazione artistica negli spazi pubblici culturali, con particolare attenzione verso la città di Roma e le sue specificità culturali.
L’evento è parte del progetto Transnational Capitalism Examined, la doppia mostra personale dell’artista austriaco Oliver Ressler, curata da Mike Watson e organizzata in collaborazione con The Gallery Apart e con il supporto del Forum Austriaco di Cultura di Roma.
Partecipano:

LOAL (League of Art Legends – Simone Bertugno e Mike Watson)
Snövit Hedstierna
Fiamma Montezemolo
Robert Pettena e Valeria Rugi
T/Error

Andrew Rutt

Antti Tenetz

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