Afterglow

In una malvasia: un'estetica dell'emancipazione

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Laura Cazzaniga, Pietre alla deriva in cerca di altri approdi (2015), MAAM - Museo dell'Altro e dell'Altrove.

L’etichetta è di un’acqua oligominerale calabrese, nella bottiglia di vetro trasparente da 0,75. La Simo mi avvicina all’orecchio il bicchiere, versa ed è il principio di caduta di un corpo liquido che cominciamo a sentire. Impatta il fondo concavo del calice degustazione bormioli con un suono denso di flutti oleosi, e la piccola risacca che sbatte è il rumore di primo piano su sfondo di onde ostinate dal maestrale.

Sono le dieci, al mattino, e beviamo, «stiamo lavorando» dice la Simo, facciamo esperienza di sensi, micrologia percettiva che dà il colore ambra a un suono e souplesse a un movimento comunque intriso di forza di gravità. Cirque du soleil, è l’immagine non la citazione. Siamo sotto un vulcano e beviamo vino. Ma le parole sono quelle sbagliate: la lingua di qui parla La Montagna e dice Malvasia. Ha ragione la Simo: stiamo lavorando e da parte nostra: cerchiamo parole. Per lei, per il libro che scrive su un vignaiolo agli antipodi del mondo di qui. Per me, la scorta torna utile, ci lavoro e mi diverte.

Così, passiamo, tecnicamente, per un assaggio. E a nessuna delle due è estraneo l’armamento di grammatica e lessico parlato dalla lingua del vino. Che a stare in silenzio al parlessere non riesce bene, chissà se per voglia di dominanza o di godimento. E a ogni modo all’esperienza meglio mettere etichette, cut down to size, caselle alle propaggini in forma di suoni ordinanti di senso. Così, ne nasceranno scuole, sapienti, adepti e una cascata di dotti informatori. La Simo parla questa lingua meglio di me, nei suoi diversi strati di geologie lessicali maneggiati con destrezza, io mi limito a capirla, lei sa usarla: ossidazione, punta acetica, brettanomyces se fosse un vino rosso… Ma non siamo qui per dare cattive notizie.

Saremmo forse nel pieno di un dissenso estetico che urta tra l’elogio del giardino spianato a cemento nella casa di Melbourne di un operaio saldatore emigrato in Australia e l’epifania terrena di un vino talmente miracolato da non poterlo svilire col suo nome comune? 

Certo siamo anche pronte a riceverle lungo la strada di sabbia nera che accompagna l’ingresso unheimlich di una cantina contadina. Che già a usare l’aggettivo – contadino – il rischio è dell’equivoco di una qualche integrità, ritrovata o ricreata poco importa. Il movimento di paesaggio lungo la salita, i gradini della terrazza eoliana invasa di zanzare finisce nell’immagine poco integrale delle sedie di plastica. E un bicchiere alcolico in mano. Saremmo forse nel pieno di un dissenso estetico che urta tra l’elogio del giardino spianato a cemento nella casa di Melbourne di un operaio saldatore emigrato in Australia e l’epifania terrena di un vino talmente miracolato da non poterlo svilire col suo nome comune? Forse. Non si dice passito, benché l’uva raccolta appassisca per venti giorni sui cannizzi esposti al sole. Non si dice vino, benché la lingua italiana e persino i disciplinari di produzione vitivinicola direbbero: è quello.

Come si dice? Del si impersonale di una lingua parlata sulla spiaggia lunga del fico grande, dove le uve raccolte furono scese e seccate finché si è coltivato e prodotta questa Malvasia territoriale, restano poche tracce. A coglierle è l’orecchio della Simo che col suo unico ultimo attuale produttore già da alcuni anni scambia parole. In un tempo si è detto gocciodoro. Un tempo dei bambini numerosi sull’isola, tanti ne morivano, del lavoro da pescatore, la vita bella: le risate

È l’estetica di un’emancipazione che su questo scoglio ha preso la forma di un principio di piacere, in forma di goccia 

La percezione è netta: si parla una lingua che nel dire il nome proprio di un vino ha detto le gocce di piacere di una vita che fatica, muore, emigra, muore, torna, muore. Con il gocciodoro ha detto il riscatto, la vitalità, il godimento, il presente, le risate, su una montagna che continua a scendere al mare lungo una sciara del fuoco. È l’estetica di un’emancipazione che su questo scoglio ha preso la forma di un principio di piacere, in forma di goccia.

Che per accedere a un godimento occorra un sapere, la conoscenza di quanto è invisibile accumulo di tecniche e procedimenti nascosti, persino e soprattutto incoscienti ai loro praticanti, che occorrano nomi per nominarli e riportarli in superficie e caselle per riconoscersi, orientare ciò che accade ai nostri sensi sorpresi, sottratti alla natura seconda della loro coatta abitudine, è quanto un bel pezzo delle scienze dell’emancipazione datate di un paio di secoli ha in comune con le più recenti scienze gourmet: senza sapere non ci si libera, senza sapere non si apre la porta piacere.

L’accesso al riscatto dei propri sensi che oggi passa per formazioni, scaffali, riconoscibilità disegnate in etichetta e un arsenale di strumenti conoscitivi del godersi la libertà del proprio gusto eredita dalla teoria della liberazione degli oppressi quella divisione tra coscienza e pratica, sapere e ignoranza, scienziati del riscatto e sfruttati, che ha fondato tanto la divisione del lavoro quanto le teorie della sua abolizione 

L’accesso al riscatto dei propri sensi – in particolare di quel triangolo visivo, papillare, olfattivo – che oggi passa per formazioni, scaffali, riconoscibilità disegnate in etichetta e un arsenale di strumenti conoscitivi del godersi la libertà del proprio gusto eredita dalla teoria della liberazione degli oppressi quella divisione tra coscienza e pratica, sapere e ignoranza, scienziati del riscatto e inconsci dello sfruttamento, che ha fondato tanto la divisione del lavoro quanto le teorie della sua abolizione. Nel mondo del vino la lingua che oggi si parla serve così a rimuovere le zolle del non sapere di chi passivamente fruisce e l’incultura di chi attivamente produce, e dunque l’incapacità ad apprezzare, dare prezzo e valore, ciò che interpella i nostri sensi, sul medesimo e doppio crinale di chi agisce e di chi patisce, della causa e dell’effetto. È uno scavo incessante che in superficie serve a portare anzitutto il gesto inesauribile della necessità di scavare, con la conoscenza sempre pronta a colmare il deficit incolmabile dell’incapacità stessa, equamente distribuita. Senza sapere: lo pseudocontadino sarà sempre incapace di godere del proprio vino; lo pseudoamante di godere dei suoi effetti.

Finché una parola inattesa a forma di goccia dorata prende luminescenza dentro l’orecchio e la sua immagine, per me leggermente ellittica nella consistenza di caramello, ripete a cerchi concentrici l’effetto di superficie le risate, la vita bella. La si è detta, la si è desiderata. E ciò che sentiamo è l’eco liquida di un gesto, unico e ripetibile, che meraviglia non perché un contadino ex saldatore emigrato in Australia produca una Malvasia che meraviglia ma perché si inventi una parola per dirla.

Chissà se a far le veci del sasso, indi affondato e che saremmo condannati ad andare a cercare per godere dei cerchi, sta la singolarità di un terroir, un’opportuna e miracolosa coincidenza tecnologica, una parola speciale o, semplicemente, le risate. Il dubbio è che sia il desiderio di quelle a tingere d’oro, insieme ai grappoli di corinto nero e alla luce lavica che rinfrange di rosso, qualcosa che è più di un vino. È una goccia d’oro, l’intimità paglierina delle canne secche lungo un sentiero, la polvere nera sulla pelle nelle continue eruzioni, l’odore delle foglie di fico scaldate dal sole, la perenne ombra salata sui capperi, il colore di rocce morbide e tonde, le balze pungenti della garriga, la trama sensibile dei cannizzi intrecciati. È la Malvasia di Salvatore Cusulito a dire tutto questo.

Dire? L’umana dannazione di avere un linguaggio arriva a far parlare persino le cose. I più accorti parlesseri del lingua enologica correggono: il vino non dice, traduce. È vero: traduce suolo, illuminazione, organico e inorganico, umidità e secchezza, alti e bassi di temperatura, con lingue diverse a seconda della genia di appartenenza dell’uva e delle tecniche che lo spingono a parlare, arrivando anche a dire cose immonde.

Ma come sa ogni buon traduttore c’è un residuo intraducibile che ci fa esitare sulla soglia della foresta di parole, su quella scelta decisoria che stacca un’impronta di suono dotata di senso e la incolla alla cosa detta lasciando un margine impreciso di imbarazzo e inadeguatezza: troppo corta, troppo lunga, ingombrante, prepotente… In quello scarto che si propaga per centri concentrici sta una goccia d’oro che riesce a tradurre: le risate.

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